RIVISTA PLEXUS

Dove è finito il gruppo?

Vol. 14 N. 1-2 – Giugno/Novembre 2021

La guerra, ed anche questa guerra, vista dalla prospettiva della cultura di gruppo è il precipitato del fallimento dell’apprendimento al vivere la doppiezza della ferita e della necessità che l’altro rappresenta per me, per noi umani.

Se c’è una differenza “strutturale” tra la psicoterapia individuale e di gruppo, al di qua e prima dell’importanza dei singoli soggetti che ne sono protagonisti, questa differenza attiene alle conseguenze della sollecitazione e centralità di un solo soggetto, piuttosto che alla continua esposizione al gioco della tolleranza e della valorizzazione della ineludibile compresenza, co-esistenza, fuori della quale l’umano non può esistere.

Indice analitico


ARTICOLI

Editoriale
Giuseppe Ruvolo | Scopri di più

Dove è finito il gruppo?
Stefano Alba, Ugo Corino, Giovanni Di Stefano, Gabriele Profita, Giuseppe Ruvolo | Scopri di più

La faticosità nel fondare gruppi terapeutici a paradigma analitico: prospettive psicologiche e socio-antropologiche
Corrado Pontalti, Roberto Bucci, Cristiano De Persis | Scopri di più

Corpi smarriti e corpi itineranti nei percorsi delle donne migranti
Enrico Stefano Tuninetti | Scopri di più

La fai facile tu!
Paola Marinelli | Scopri di più


INTERVISTE

Franca Olivetti Manoukian Intervista a cura di Ugo Corino | Scopri di più

Stefania Bottigliengo e Francesco Cerrato Intervista a cura di Ugo Corino | Scopri di più

Cesare Kaneklin Intervista a cura di Michele Benetti e Cristina Corona | Scopri di più


RASSEGNA E RECENSIONI

Sassolas, M. (2021). La penna dello psichiatra. Apologia di una psichiatria interpersonale. Napoli: Luigi Guerriero Editore Recensione a cura di Federica Fuoco | Scopri di più

Varoufakīs, G. (2020). Un altro presente. Trad. it. Milano: La Nave di Teseo, 2021 Recensione a cura di Giuseppe Ruvolo | Scopri di più


NECROLOGI

Renzo Carli: un riferimento a distanza Ugo Corino | Scopri di più

Ricordando Renzo Carli Giuseppe Ruvolo | Scopri di più

Articoli

Editoriale
Giuseppe Ruvolo

Quando abbiamo pensato di rinnovare la rivista, il Comitato direttivo ha scritto un testo di stimolo e riferimento per gli autori che avrebbero potuto contribuire al primo fascicolo della Nuova Serie: Dov’è finito il gruppo? Un testo pieno di domande che sono nate dalla pratica clinica e dai contesti organizzativi e sociali dei quali abbiamo immediata percezione.

Ci sembrava di constatare che un certo entusiasmo che aveva molto sollecitato e fatto crescere la “cultura di gruppo (e di comunità)” nella seconda metà e fino alla conclusione del secolo scorso, fosse andato un po’ in declino, se non addirittura avesse perso il suo potenziale propulsivo nella cultura e nella vita sociale come nel lavoro. Lo riproponiamo qui, dopo averlo mandato ai colleghi del Laboratorio di Gruppoanalisi, perché ci aspettiamo possa ancora generare delle questioni e delle risposte, ma anche perché pensiamo che la cultura e la prospettiva gruppale (nella visione dell’umano, nella tecnica psicoterapeutica, nei contesti organizzativi, nella politica) hanno ancora molto da offrire, soprattutto in questi giorni nei quali l’orrore della guerra si manifesta nuovamente nel continente europeo.

La guerra, ed anche questa guerra, vista dalla prospettiva della cultura di gruppo è il precipitato del fallimento dell’apprendimento al vivere la doppiezza della ferita e della necessità che l’altro rappresenta per me, per noi umani. Se c’è una differenza “strutturale” tra la psicoterapia individuale e di gruppo, al di qua e prima dell’importanza dei singoli soggetti che ne sono protagonisti, questa differenza attiene alle conseguenze della sollecitazione e centralità di un solo soggetto, piuttosto che alla continua esposizione al gioco della tolleranza e della valorizzazione della ineludibile compresenza, co-esistenza, fuori della quale l’umano non può Rivista del Laboratorio di Gruppoanalisi 5 esistere. Dalle dinamiche di gruppo abbiamo anche imparato quanto i sistemi di governo autoritario inevitabilmente producano violenza e prevaricazione, ma abbiamo anche imparato che le personalità autoritarie al governo sono il prodotto della cultura che il gruppo stesso può produrre nei momenti drammaticamente più critici delle trasformazioni storiche e culturali.

E’ alla comprensione, alla consapevolezza di queste trasformazioni che si può rivolgere la nostra attenzione, che possiamo contribuire a sviluppare e ampliare a gruppi sempre più estesi di esseri umani, affinché non agiscano come le “folle” descritte, tra gli altri, da Le Bon, da Freud, da Bion e da Volkan. I lavori contenuti in questo fascicolo, ovviamente, in quanto preparati nei mesi scorsi, non sono toccati dalla guerra in atto, ma, forse, possono essere letti provando a pensare cosa hanno da dirci su questa nuova catastrofe che sta scuotendo l’Europa.

Dove è finito il gruppo?
Stefano Alba, Ugo Corino, Giovanni Di Stefano, Gabriele Profita, Giuseppe Ruvolo

Gli autori affrontano la questione della “sparizione” nella contemporaneità dei gruppi e della gruppalità in differenti contesti dove tradizionalmente il “fare gruppi” era diventato una consuetudine: ambito clinico, terapeutico, istituzionale.

Ci si interroga se la difficoltà riscontrata dai professionisti della salute mentale e del benessere psicosociale, esperti in gruppi, di avviare e mantenere setting collettivi, sia una delle numerose manifestazioni della deriva neoliberista che investe le vite di tutti, le relazioni, la concezione del mondo e della vita.

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Gli adulti amano le cifre. Quando voi parlate di un nuovo amico, non si interessano mai delle cose essenziali. Non vi domandano: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Colleziona farfalle?” Ma vi domanderanno “Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre? Solo allora credono di conoscerlo.

Antoine Saint Exupery, Il piccolo principe

La cultura del gruppo è un’eredità del XX secolo? E, oggi, che ne è? Dov’è finito il gruppo?

La questione riguarda la cultura e la società contemporanea (poiché si contrappone a narcisismo e individualismo), il mondo del lavoro e, più da vicino, il pensiero e le pratiche della nostra professione.

Dal ‘900 vengono alcuni riferimenti storico-culturali essenziali: la gruppoanalisi nata come sviluppo della psicoanalisi, l’ideale della solidarietà dopo le disastrose esperienze delle guerre “mondiali”, collegate con il conflitto tra apparenti opposte ideologie gruppali (autoritarismo identitario razzista, socialismo reale), poi l’idealizzazione del gruppo di matrice anti-autoritaria e anti- istituzionale del ’68, l’ideale stesso della democrazia del ‘900 non può prescindere dal valore della priorità anti-individualista del dialogo e della scelta condivisa gruppalmente. Tutto questo appartiene alla storia recente, ma cosa rimane oggi? Cosa possiamo vedere dal vertice del nostro lavoro professionale che rispecchia e si rispecchia nel mondo contemporaneo (nella clinica, nelle organizzazioni, nelle istituzioni, nella vita sociale)?

L’apice della gruppalità sembra trovare negli anni ‘60-‘70 del secolo scorso il suo massimo, almeno in Italia e nei Paesi europei ((cfr. Corino, 2015).

Fino agli anni ‘85-‘90 del secolo scorso il gruppo è un dato costitutivo del sociale (la famiglia contadina nucleare o allargata), il gruppo di appartenenza sociale (le classi), il maschile e il femminile (le classi scolastiche divise – le separazioni in chiesa), i corpi sociali intermedi (partiti, associazioni, sindacato, i gruppi sportivi, ecc.).

Nelle organizzazioni produttive, il fenomeno gruppo mantiene una sua stabilità e permanenza nel tempo: la squadra operaia, l’isola produttiva ecc.

Poi le gruppalità si ammalano o si svuotano (la rappresentanza sindacale, l’assemblearismo, i decreti delegati ecc.), da movimento diventano istituzione.

Nelle organizzazioni di lavoro, dopo la crisi della catena di montaggio e le isole – come massimo tentativo di riconoscere il valore aggiunto del gruppo operaio – la deregulation porta al gruppo ad assetto variabile, alla rotazione (il capo e il suo gruppo sistematicamente spostati ogni tre anni…!)

Negli anni ‘90 le spinte all’individualismo e la flessibilità, il lavoro precario, fino alle Partite IVA, i Call Center e Uber.

Nel nostro ambito professionale, la parola gruppo, “fare gruppi”, “andar per gruppi”, ci ha preso tanto negli anni passati (ed è ancora presente nel nostro linguaggio), per cui sembrava che il gruppo, clinico, terapeutico, istituzionale che fosse, rappresentasse una sorta di “apriti sesamo”, un chiavistello universale con cui si potevano aprire tutte le porte sbarrate della mente: quella dei singoli pazienti, quella dei gruppi istituzionali, quella delle famiglie, e quelle di conduttori e terapeuti, soprattutto nella loro formazione. E ancora si potevano individuare e arginare conflitti, dirimere contese, rimettere insieme contesti, appianare faide. E, a dir vero, lo strumento gruppo sparge sempre grasso e oli in grado di lubrificare contesti e menti calcificate.

Indubbiamente il gruppo, oltre ad essere una epistemologia, è uno strumento potente e plastico, in grado di adattarsi a situazioni diverse e di avviare processi trasformativi.

Un gruppo di lavoro o terapeutico è prima di tutto la possibilità di pensare sempre in connessione con gli altri, con la propria filiazione scientifica e professionale e, per ultimo, con l’inconscio culturale che ci determina e si nasconde.

Tuttavia, la domanda si ripropone. A quali condizioni il gruppo e la sua conduzione diventano strumenti efficaci? E soprattutto, possiamo parlare di una sparizione del gruppo come luogo e realtà da abitare, ma anche come attitudine del pensare?

In questo ultimo caso, forse, al di là del suo uso tecnico, della sua capacità rigenerante e protettiva, forse qualcosa si è via via persa. Ci riferiamo in particolare al gruppo come resistenza, come capacità erratica ed esplorativa. E non al gruppo-ventre in grado di accogliere e proteggere finché ne avvertiamo l’esigenza, ma pronti a lasciarlo non appena i nostri appetiti narcisistici ci portano verso avventure solitarie e votate al ristoro del proprio io. O ancora, al gruppo utilizzato per il raggiungimento dei propri fini evitando di pagarne però il prezzo dell’appartenenza.

L’appartenenza esige anche una dose di fedeltà e di sacrificio che spesso viene individuata come incompatibile col raggiungimento del proprio personale obiettivo. L’appartenenza è riconoscimento del proprio limite, dei vincoli posti dal vivere con gli altri e della propria storia di relazioni; in altri termini del dono/debito verso gli altri. Quest’ultimo punto appare centrale rispetto al mutarsi del significato delle relazioni nell’epoca del narcisismo: l’altro è sempre più strumento d’uso e sempre meno entità costitutiva del sé…

La recente pandemia ha amplificato dei processi in corso, rendendo evidenti le crescenti solitudini collegate alla dimensione individualistica che poco si presta al sacrificio e alla rinuncia in funzione dell’altro; ancor di più, il distanziamento sociale e la percezione dell’altro non familiare come potenziale pericolo da tenere distante, hanno legittimato un individualismo cinico e indifferente. Se prima erano i migranti dei potenziali “altri pericolosi”, ora chi incrocia il nostro marciapiede è una potenziale fonte di contagio.

È recente l’esperienza in un gruppo terapeutico di una giovane donna che affermava “oggi una signora mi è svenuta davanti, per fortuna non mi sono fermata a soccorrerla perché poi si è scoperto che era positiva”; la stessa partecipante dava voce a un’indifferenza nei confronti della sofferenza e del destino dell’altro che sembrano aver acquisito maggior legittimazione.

L’ascolto dell’altro comporta, oltre al sacrificio e alla rinuncia, anche il rischio di mettere in discussione la mia visione del mondo, il mio discorso, e questo rischio è indispensabile per poter pensare a una dimensione in cui essere responsabili della compassione e soffrire nella compartecipazione.

Torna alla mente il titolo del romanzo di Sorrentino “Hanno tutti ragione” (2010) e l’analisi di Charles Taylor (1991) con il concetto di “relativismo morbido”, posizione essenziale del soggettivismo individualista: l’individuo ha il diritto di comportarsi secondo i propri criteri e nessuno può sindacargli nulla, sarà la realtà a smentirlo eventualmente, ma egli non ha bisogno del consenso degli altri e nessuno ha diritto di giudicarlo. Quindi, non si ha in mente il gruppo. Non si questionano o confrontano le posizioni, le opinioni e i vissuti soggettivi.

Si è fruitori del gruppo e non membri! Nessuno può rimproverarti del modo in cui usi i gruppi senza che questo urti le delicate sensibilità portando a conflitti sempre più spesso sterili e superficiali. La dimensione emotiva della relazione prende spesso un tale eco che finisce per far tralasciare l’oggetto di lavoro e i suoi contenuti (Corino, 2008).

Trent’anni fa le assenze nei gruppi terapeutici erano molto meno frequenti ed erano oggetto di discussione tra i partecipanti, oggi la tematizzazione della partecipazione sembra a carico esclusivo del terapeuta e, anche su questo versante, osserviamo un atteggiamento decisamente più morbido.

Appaiono decisamente lontani i tempi in cui Gaber recitava “Libertà è partecipazione!”. Oggi si direbbe “Libertà è non avere legami- vincoli!”. 

La crisi dei gruppi “naturali” nel mondo affettivo e professionale, l’emergere dei particolarismi, la scomparsa dell’autorità guida, la sfiducia nelle istituzioni, vanno considerate come causa o come effetto delle trasformazioni sociali e culturali della modernità?

Per W. Benjamin la condanna dell’uomo moderno risiede nella continua novità e discontinuità dal passato. Il paradigma essenziale della modernità (cfr. Chiurazzi, 2002) consiste nel:

  1. Mito del progresso necessario e infinito
  2. Concezione della libertà come emancipazione
  3. Progressivo dominio sulla natura
  4. Oggettivismo
  5. Omologazione dell’esperienza
  6. Ragionamento formale e ipotetico (scienza)
  7. Universalismo

La post-modernità metterà in crisi l’idea di progresso come successione lineare e progressiva e proporrà non più un paradigma storico tra gli altri, ma una condizione intrascendibile. I vissuti che vi corrispondono saranno: la discontinuità, la mancanza e la separazione.

L’individualismo ontologico di cui si parla da qualche decennio ha dei collegamenti molto ampi con la situazione contemporanea: apparentemente le ideologie sono state smantellate e, con esse, si vorrebbe che fosse anche finita la storia (cfr. Valerii, 2020). Si vorrebbe che l’ideologia del nuovo capitalismo fosse il punto di arrivo unico e ovunque, non trascendibile del mondo globalizzato, semplice realismo… Ma la storia non è affatto finita, poiché il tema di come immaginiamo e desideriamo organizzare il mondo futuro rimane pregnante, molto oltre il dominio economico finanziario attuale. L’“epoca delle passioni tristi” (cfr. Benasayag & Schmit, 2003), appare diretta conseguenza del fatto che ai giovani è arrivata questa convinzione che l’attuale condizione non si possa cambiare e, quindi, hanno perso la speranza e perdono l’opportunità di pensare il mondo futuro, di cui nondimeno potrebbero essere i più legittimi protagonisti. Sono tristi perché il mondo economico-finanziario è triste. Se credi che quello attuale è l’unico mondo possibile, allora è finita. Il realismo capitalista e il suo rendere la condizione attuale ineluttabile è un nemico ostico da combattere.

In precedenti scritti ci siamo fermati a riflettere su questi temi, anche a partire dalla clinica (cfr. Profita & Ruvolo, 2011) e dall’analisi del ruolo che la psicoterapia analitica può svolgere in rapporto alla soggettività neoliberista di massa (Ruvolo, 2021), mettendo in evidenza i disagi legati alle trasformazioni del vissuto del tempo (il tempo breve e l’istantaneità), al circuito angosciante indotto dall’uomo-impresa produttore/consumatore, alla solitudine generata da non-legami e da gruppi fondati unicamente sull’efficientismo del compito a breve termine (Sennett, 1998), al malessere nel lavoro prodotto da sistemi manageriali basati sulla concorrenza e la valutazione delle prestazioni individuali che distruggono ogni forma di sostegno sociale e mutuo riconoscimento (cfr. Dejours, 2009).

Quello che ci sembra possa essere un focus ancora da comprendere e a cui riservare maggiore attenzione è relativo alla nostra specifica qualificazione di psicoterapeuti di gruppo, ma più in generale custodi del pensiero sul rapporto tra la soggettività e la cultura, della cura di sé a partire dalla capacità di riflessione critica degli ethos che ci abitano.

 

Quali sono gli elementi critici che hanno reso più difficile il lavoro di cura nel tempo presente? Si tratta solo di aspetti tecnici (vetustà di dispositivi, uso della tecnologia digitale) oppure vi è ancora nascosto un cambiamento antropologico sia dei pazienti, sia dei terapeuti che ha determinato una impasse nella relazione analitica? E quali possono essere gli interventi pensati, e non solo agiti, per rielaborare la relazione psicoterapeutica e la posizione psicosociale della psicoterapia oggi? Come occuparsi di riconnettere la condizione di sofferenza dei pazienti alla condizione del mondo sociale contemporaneo? Con quali strumenti ed esiti?

La mutazione antropologica che è seguita alla rivoluzione digitale, alla quale va aggiunto quello che la pandemia attuale ha determinato, ci deve (ci obbliga) portare ad un nuovo pensiero rispetto al gruppo e alle comunità.

La frammentazione dell’idea accomunante spinge inevitabilmente (ma fino a quando?) verso soluzioni che mettono in primo piano la salvaguardia delle istanze individualistiche e la spinta verso soluzioni collettive. Il conflitto e la contraddizione che si è aperta è che l’idea concorrenziale e individualistica devono, al tempo stesso, ricercare forme di protezione sociale sempre più ampie. Quello che è successo in Europa, ad esempio, è che, finalmente, si è riusciti ad avere una visione ampia dove gli interessi di parte (Nord vs. Sud), paesi virtuosi e altri indebitati, sono riusciti a trovare uno spirito comune di fronte alla crisi determinata dalla pandemia. Certo, non mancano polemiche, divisioni o visioni diverse, ma, almeno per questa fase è riemerso l’interesse comune. Al tempo stesso è possibile che anche a livello locale accada qualcosa del genere.

 

Quale ricaduta psicologica possiamo avere ancora per unasorta di ricomposizione delle scissioni? Il clima depressivo che al momento sembra predominare, darà luogo ad una nuova maniacalità per cui prevarranno di nuovo spinte individualistiche e anticomunitarie, oppure vi sarà una nuova (anche se parziale) alleanza, un nuovo modo di concepire il vivere solidaristico?

È ancora presto per rispondere, ma possiamo avanzare qualche supposizione.

Intanto niente ritornerà come prima, alcuni valori etici e sociali andranno riformulati e si depositeranno nelle coscienze e nell’inconscio collettivo? Riaffiorerà con forza la dimensione del limite personale e il bisogno di considerare come fattore terapeutico l’alleanza e la partecipazione unificante? Che cosa cura oltre i vaccini, forse le retrovirali, l’ossigeno-terapia se non il gruppo, i medici, gli infermieri, ma anche tutta la solidarietà che proviene da albergatori, psicologi, e soprattutto dai parenti, dai vicini, da tutti coloro che vivono nella prossimità? Cioè, coloro che al di là della specificità professionale donano se stessi, si riconoscono in una funzione collettiva di protezione della vita e anche della dignità umana? Come immaginare si svilupperà l’orientamento della soggettività futura? La paura di perdere privilegi piccoli o grandi, veri o immaginari, di fronte alla prospettiva della riduzione delle disuguaglianze e della solidarietà con i più svantaggiati, potrebbe invece alleare masse di piccoli borghesi e grandi poteri economico finanziari in un programma neoautoritario di restaurazione dell’ancien regime (vedi Trump, Bolsonaro, Erdogan, Orban, Al Sissi ecc.). Alain Badiou (2016a, 2016b) l’aveva scritto anni fa che il futuro a livello planetario sarebbe stato determinato dalla scelta della middle class, con chi e verso cosa si allea la grande massa dei ceti medi (il 40% della popolazione che possiede il 14% della ricchezza) di fronte all’arresto dell’ascensore sociale e alla perdita di speranza in un futuro migliore?

Si tratta di fenomeni storico-culturali ampi (forse però non così lenti), movimenti di psicologia collettiva di grandi gruppi.

In questo andirivieni tra sollecitazioni individualistiche e riscoperte del vivere comune sembra si giocherà il prossimo modello antropologico- sociale che possiamo attenderci.

Il gruppo, (naturale o meno) nell’espressione di tutte le sue potenzialità, funzionali e umane, è sparito per diverse cause. Innanzitutto perché, nella cultura neocapitalistica è venuto meno il suo fattore protettivo: le famiglie si sono scomposte e ricomposte, le organizzazioni hanno privilegiato l’aspetto produttivo a scapito di quello del sostegno, (utilizzando in una direzione produttivistica anche le istanze di riconoscimento della soggettività) le istituzioni hanno perso la loro funzione istituente e di costruzione del senso; è stata valorizzata invece del legame, la componente individualistica, la propensione allo sviluppo del proprio personale interesse, la competizione con gli altri, l’idea che il gruppo e la sua coesione affettiva fosse più un ostacolo che una risorsa.

Il problema per chi fa psicoterapia (di gruppo) e formazione risiede nel fatto che, se quanto detto prima, anche in modo incompleto, è vero, allora:

in quale misura tutto ciò ha permeato le menti e le stesse strutture organizzative della formazione? Questo modello culturale ha intaccato fin dalle fondamenta la mente e le strutture in senso anti-gruppale, dirigendole verso una negazione (inconscia?) del senso stesso del mandato proprio della professione? 

La questione non è oziosa. Abbiamo visto in diverse occasioni la prevalenza delle istanze personali che non si sono potute coordinare con l’epistemologia dichiarata, soprattutto nei contesti associativi e istituzionali, dove l’uso egocentrico del potere (piccolo o grande che sia) cattura più facilmente chi assume ruoli direttivi. Sembrerebbe che l’interesse personale, i propri affari, i propri punti di vista, prevalgano sistematicamente sulla visione d’insieme e sul quadro complessivo dei problemi.

La mente di quanti di noi è indirizzata al personale obiettivo e non riesce a raccordarsi con il principio della relazione proprio della mente collettiva e di gruppo? Quando le difficoltà economiche (come accade da diversi anni) si fanno pressanti, scatta il meccanismo individualistico o si fa prevalere quello della solidarietà?

  1. Paris (2013) sostiene che “i temi con riferimento narcisistico sono in aumento, in particolare dopo il 2000”, ma che gli strumenti a disposizione, di tipo self report, ad esempio, non sono molto predittivi e che bisognerebbe distinguere per età e sesso. Le donne e le persone più anziane sembrano meno soggette alle spinte narcisistiche. Quindi questa tendenza riguarderebbe le persone più giovani e di sesso maschile.

In ogni caso, nessuno può essere considerato al di là del contesto sociale in cui vive, ma dovrebbe essere indagato un tema per noi rilevante:

il contesto reale umano e sociale in cui le persone vivono, anche quello di psicoterapeuti e affini, come viene percepito? Quale sistema di sicurezza o difensivo viene praticato, quello della formazione di gruppi e di alleanze, o al contrario un sistema che privilegia l’interesse specifico del momento?

Forse potremmo comprendere realmente quanto le spinte individualistiche abbiano presa oggi. Interrogare uomini, donne, giovani e anziani potrebbe darci una serie di indicazioni sulla reale natura della consistenza del gruppo umano e sociale. In fondo, chi è già “psicologizzato” non ci dice tutto di quello che avviene e delle reali personali propensioni individualistiche.

Si tratterebbe non di chiedere cosa pensano, ma cosa effettivamente fanno: per es., quanto nella pratica clinica gli psicoterapeuti vedono nella vita dei pazienti il riflesso della cultura dominante, quanto e come ci lavorano; e anche quanto il loro lavoro è orientato effettivamente a un orizzonte del superamento della dimensione egocentrica di soggetti ben adattati al modello della soggettività sé- impresa.

In ogni caso, potremmo cominciare a interrogare noi stessi: ben sapendo che la nostra categoria come spicchio d’umanità è limitata e abbastanza propensa all’empatia e alla gruppalità, almeno per educazione e per principio.

Ma…

…se ci spostiamo ad altre soggettivazioni, ad altri modelli di formazione dell’identità personale/professionale, come si orientano gli umori e le prassi conseguenti? Troveremo forse propensioni maggiori alle risoluzioni di tipo individualistico tra gli ingegneri e i commercialisti?

Non sappiamo e forse questa potrebbe essere una idea di ricerca.

Da molti punti di vista siamo carenti rispetto ai movimenti che la mente individuale e gli impulsi sociali oggi percorrono e una prima indagine su questo non sarebbe inutile. L’esperienza clinica da un canto e l’indagine, mediante ricerche, interviste, narrazioni, ci farebbero capire meglio dove spinge la corrente di questa attuale forma della modernità.

Il paradigma precedentemente citato di Benjamin va rivisto. Esso apparteneva allo statu nascenti della modernità, quando la frenesia di un movimento spirituale, ma prima ancora economico materialistico, eccitava le menti di una borghesia moderna; oggi va ripensato alla luce di una borghesia smarrita, priva nella fede dell’ethos del progresso e in preda alla bramosia e dall’angoscia dell’accumulo. Il mito del progresso registra oggi delle crepe, anche se non è chiaro verso quale direzione si possa andare. Tutti gli slogan riguardo la natura sembrano ancora fragili, anche se nella coscienza di tutti qualcosa si va via via depositando. Non ha ancora la forma per poter diventare movimento condiviso da tutti. Lo stesso si può dire per il punto “3. dominio sulla natura”. E a pensarci tutti gli altri punti subiscono ogni giorno modificazioni anche se un sottofondo strutturale permane.

Allora, in questa nostra modernità occorre iscrivere:

  1. La fragilità dell’umano.
  2. La fine dell’esaltazione maniacale
  3. Il rimontare del limite e della piega depressiva (questo sembra positivo, ma porta con sé dolore)
  4. L’indebolimento dell’idea di democrazia
  5. Il ripristino, ancora debole e minoritario, dei valori spirituali

Per concludere, senza concludere, una breve nota ancora con le parole di Benjamin (1985: 1), a proposito del “capitalismo come religione” e, a seguire, di Massimo Cacciari, (2020: 2) “Il lavoro dello spirito”.

  1. […] il capitalismo è una religione puramente cultuale, forse la più estrema che si sia mai data. In esso nulla ha significato se non in una relazione immediata con il culto; esso non presenta alcuna particolare dogmatica, alcuna L’utilitarismo acquista, in questa prospettiva, la sua tonalità religiosa. Un secondo aspetto del capitalismo è connesso a questa concrezione del culto: la durata permanente del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto ‘sans (t)rêve et sans merci’. Non esistono ‘giorni feriali’, non c’è alcun giorno che non sia festivo, nel senso terribile del dispiegamento di tutta la sua pompa sacrale, dell’estrema tensione che abita l’adoratore. Questo culto è in terzo luogo colpevolizzante/indebitante. Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non espia il peccato, ma crea colpa/debito… Qui sta ciò che nel capitalismo è senza precedenti: che la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua completa rovina”.
  1. Il testo di Cacciari prende le mosse da due conferenze di Max Weber dal titolo “Il lavoro dello spirito come professione”. A proposito del lavoro della scienza e della professione dello scienziato Cacciari dice:

“Proprio la scienza, nel suo necessario articolarsi in professioni e competenze specializzate, mostra come un sapere integrale della cosa, una comprensione… risulti impossibile… questa strutturazione dell’operari scientifico rende a priori logicamente inconcepibile che esso abbia a che fare con idee di salvezza, di libertà, di felicità. Le domande sulla vita nel suo insieme… e cioè sul carattere intersoggettivo che sarebbe proprio dell’Io stesso, rimangono in quanto tali, estranee alla scienza come professione”. Anche lo scienziato sociale non ha accesso ai valori, per cui conclude Cacciari: “I valori restano fuori dall’ambito scientifico, sia nel campo delle scienze fisico-matematiche, sia in quello delle cosiddette scienze umane”.

Abbiamo tanto lavoro di clinica e di ricerca da fare. Proprio sui valori occorre oggi più che mai interrogarci e fare ricerca, ovviamente non ricerca naturalistica che presupponga che dobbiamo scoprire le leggi della natura che già operano, ma la ricerca che intende mettere a fuoco quali scelte gli uomini fanno e da quali valori esse sono orientate, quello che De Martino (1977) chiama orizzonti di senso e che sono storici, non iscritti in una anteriorità: per questo motivo la storia non è finita, né potrebbe finire se non con la scomparsa dell’animale pensante, quello che come Prometeo vive e si alimenta del futuro immaginato da venire e che egli determina consapevolmente o meno.

 

Bibliografia

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Benasayag, M., & Schmit, G. (2003). L’epoca delle passioni tristi. Trad. it. Milano: Feltrinelli, 2004.

Benjamin, W. (1985). Capitalismo come religione. Trad. it. Genova: Il Melangolo, 2013.

Cacciari, M. (2020). Il lavoro dello spirito. Milano: Adelphi. Chiurazzi, G. (2002). Il postmoderno. Milano: Bruno Mondadori.

Corino, U. (2008). L’équipe: si au moins il y avait conflit!. In M. Sassolas (Ed.), Conflits et conflictualité dans le soin psychique (pp. 93-104). Ramonville Saint-Agne: Érès.

Corino, U. (2015). Appunti su nuove e vecchie gruppalità: Il lavoro di gruppo e le leadership nei servizi e nel sociale. Animazione Sociale, 288, 74-86.

Dejours, C. (2009). Travail vivant. Trad. it. In Lavoro vivo, Milano: Mimesis, 2019.

De Martino, E. (1977). La fine del mondo: Contributo all’analisi delle apocalissi culturali. Torino: Einaudi.

Paris, J. (2013). La psicoterapia nell’età del narcisismo. Trad. it. Milano: Raffaello Cortina, 2013.

Profita, G., & Ruvolo, G. (2011). Psicopatologia dei legami nel mondo interconnesso. Plexus, 7, 56-81.

Ruvolo, G. (2021). Una identità transculturale: La soggettività neoliberista di massa. In A. D’Angiò (Ed.), I luoghi inesplorati della gruppoanalisi. Napoli: Il Ponte.

Sennett, R. (1998). L’uomo flessibile: Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale. Trad. it. Milano: Feltrinelli, 1999.

Sorrentino, P. (2010). Hanno tutti ragione. Milano: Feltrinelli.

Taylor, C. (1991). Il disagio della modernità. Trad. it. Roma/Bari: Laterza, 1994.

Valerii, M. (2020). Il contagio del desiderio: Statistiche e filosofia per capire il nuovo disordine mondiale. Firenze: Ponte alle Grazie.

La faticosità nel fondare gruppi terapeutici a paradigma analitico: prospettive psicologiche e socio-antropologiche
Corrado Pontalti, Roberto Bucci, Cristiano De Persis

Gli autori affrontano le questioni epistemologiche, metodologiche e tecniche legate alla difficoltà ad avviare percorsi a vertice analitico e gruppale. Alcuni elementi attraverso cui si sviluppa la riflessione sono identificati in: (a) i pochi gruppi effettivamente attivi nel setting privato; (b) la difficoltà a condurre i gruppi in questo tipo di setting; (c) la situazione attuale della psicologia dell’età evolutiva; (d) lo scenario socio-antropologico occidentale. L’articolo si conclude con l’indicazione di possibili strategie per la fondazione di un gruppo.

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1. Punti di repere prospettici per un percorso possibile

 

1.1 Pochi gruppi nel privato

Le riflessioni muovono da una constatazione: è frequente osservare come molti colleghi conducano gruppi terapeutici all’interno di istituzioni di cura, ad esempio Centri di Salute Mentale o Comunità Terapeutiche, ma non in ambito privato. Inoltre, l’avvio di nuovi gruppi negli studi professionali viene pensato e progettato da psicoterapeuti che hanno dai 37 ai 40 anni circa. Esiste cioè un tempo molto ampio tra la fine della Scuola di Specializzazione e l’assunzione di responsabilità nella fondazione di un gruppo. L’ipotesi è che questo passaggio venga vissuto con un profondo senso di smarrimento da parte del terapeuta.

Questi gli interrogativi emergenti: è finita la scuola di specializzazione, ora cosa faccio? Dopo quattro anni, posso ritenermi competente ad assumere la responsabilità di un gruppo terapeutico sia pure con supervisione?

Esiste però un altro lato della medaglia: accade spesso che durante la formazione, nei tirocini, venga affidato il compito di fondare e condurre gruppi a tirocinanti inesperti che si trovano confrontati con una proposta non eludibile. A cosa ci si àncora allora? Cos’è il gruppo terapeutico oggi?

La prima domanda a cui è necessario dare risposta riguarda l’epistemologia dei paradigmi interpretativi del campo gruppale terapeutico in riferimento al contesto socio-antropologico degli ultimi cinquant’anni. Le profonde mutazioni avvenute nel mondo sociale impongono un ripensamento della epistemologia e della prassi dei campi terapeutici gruppali, particolarmente se a matrice psicoanalitica (Fina N., Mariotti G., 2019).

Appare lecito, di conseguenza, porsi la domanda: con quale scenario storico e clinico siamo oggi confrontati?

1.2 La difficoltà della conduzione dei gruppi in ambito privato

I Servizi Pubblici non riescono più ad essere efficaci nel risolvere problematiche psicopatologiche complesse, soprattutto nella fascia di vita “bambini/adolescenti/giovani adulti”. Quando si ricostruiscono le storie di pazienti gravi, è molto frequente ritrovare, nei loro racconti e nelle loro anamnesi, accessi ai Servizi Pubblici: trattamenti che iniziano già all’ingresso nel mondo scolastico, che si interrompono e poi riprendono rimanendo però frammenti sparsi nella vita del paziente, senza alcun collegamento con la sua storia personale e familiare.

La faticosità del vivere, in queste fasce di età, è ampiamente diffusa; nel privato si presentano situazioni sempre più complesse dal punto di vista psicopatologico ed esistenziale, e spesso gli psicoterapeuti non hanno le competenze per una terapeutica efficace. Nel privato si ha dunque la responsabilità di farsi carico di queste situazioni nel modo migliore; necessitano nuove competenze cliniche e nuovi saperi, soprattutto sui grandi cambiamenti sociali che caratterizzano il mondo in cui viviamo. Le trasformazioni storiche, antropologiche, sociali, economiche vanno a costruire l’immaginario collettivo e, quindi, anche il mentale personale e relazionale.

Diverse agenzie dei Servizi Pubblici si stanno lentamente spegnendo e andranno piano piano scomparendo, perché i colleghi vanno in pensione o sono trasferiti e non vengono sostituiti; di conseguenza i gruppi da loro costituiti e fondati svaniscono, il lavoro va perso e non recuperato dalle nuove leve.

I dispositivi terapeutici gruppali sono campi terapeutici pensati per impedire la progressione psicopatologica verso la cronicizzazione. Se tali dispositivi vanno a scomparire perché non è stato possibile far radicare nei servizi la cultura gruppale, viene meno un efficace strumento    al    servizio    della    cura    e    della    prevenzione alla cronicizzazione (Franco Fasolo rimane il testimone insostituibile di questa mission umana, clinica e scientifica: cfr. ad es. Fasolo, 2002). Un dato importante da considerare è che la lunga storia delle psicoterapie   (soprattutto   quelle   a   matrice   analitica)    non  ha stabilizzato, nella prassi, la consapevolezza (anche e soprattutto nella mente di psichiatri e psicologi) che il gruppo è strumento essenziale, per   comprendere,   curare,   guarire   la   sofferenza        psicopatologica (Fasolo, 2002). Di conseguenza, nel privato, prevale nettamente la terapia individuale rispetto alla terapia di gruppo; come detto sopra i professionisti conducono gruppi nelle istituzioni residenziali, ma non nel privato. Perché accade questo? Su tali interrogativi è necessario confrontarsi.

Nel privato la costruzione di un gruppo va incontro certamente ad ostacoli reali, come il difficile reperimento di pazienti nei primi anni di attività ma, anche nel caso in cui il numero di pazienti sia sufficiente, non è immediato il confrontarsi con la possibilità/opportunità di concretizzarne la fondazione.

1.3 La situazione della psicologia dell’età evolutiva oggi

I Servizi Psicologici dell’età evolutiva e della Neuropsichiatria infantile pubblica sono stati completamente desertificati di ogni intervento psicoterapeutico a favore dell’area diagnostica e riabilitativa. Questo comporta la perdita della possibilità di “leggere” ed assumere la cura della dimensione mentale e conseguentemente della storia del bambino e della famiglia. L’effetto emergente di questa “scotomizzazione” del mentale, e la conseguente impossibilità di connettere la sofferenza psichica alla storia personale e famigliare del bambino, preclude a priori l’attivazione di progetti terapeutici a forte valenza risolutiva. Un dato a conferma di quanto affermato, è il fatto che attualmente le diagnosi italiane di DSA, disturbi dello spettro autistico, ADHD eccedono la media di qualunque nazione europea e nordamericana (Novara, 2017). La conseguenza del proliferare di diagnosi e certificazioni, con l’aumento di insegnanti di sostegno e “medicalizzazione” dei percorsi educativi, determina la costituzione delle storie di vita sulla stigmatizzazione precoce. Accade, quindi, con notevole frequenza che il bambino e il preadolescente crescano attraversati da uno scarto sempre più ampio tra età cronologica e competenze sociali e mentali personali. Si assiste ad un progressivo slittamento verso la marginalizzazione delle esperienze di vita e di emancipazione.

Foulkes (1975) ci spiegava come il sentimento di esistere in quanto persona è dato da tante matrici in progressivo allargamento (dal mondo familiare, attuale e plurigenerazionale, al mondo sociale con la sua cornice antropologica) e come il campo gruppale sia rilevatore elettivo di questa molteplicità di codici. Dal momento che il mondo familiare ed il mondo sociale sono in continua, violenta e rapida trasformazione, il problema diventa come utilizzare queste concettualizzazioni nella gestione delle situazioni cliniche. Come esemplificazione delle ricadute cliniche di queste trasformazioni prenderemo in esame alcuni aspetti relativi alla mutata modalità di inserimento dei pazienti in gruppo.

2. Lo scenario socio-antropologico occidentale

Fino agli anni ‘90 quando si proponeva alle persone, non esclusi pazienti affetti da grave psicopatologia, di entrare in un gruppo terapeutico non c’era bisogno di un particolare accompagnamento. La spinta allo svincolo dai mondi patriarcali, da famiglie che addestravano ad un mondo che i giovani non incontravano più nella scuola e nel mondo sociale attorno a loro, faceva sì che i gruppi diventassero importanti luoghi di apprendimento di codici sociali discontinui rispetto ai codici famigliari. Era quindi evidente il bisogno di quelle generazioni di imparare quali fossero i codici da cui era retto il mondo sociale. Oggi è frequente rilevare come, nelle età della vita che segnano il passaggio da mondi retti da codici familiari a mondi retti da codici sociali, il compito sia arduo, a volte impossibile. In molte storie si assiste ad esempio ad un crollo (personale) ed un arresto (progettuale) già durante l’adolescenza e/o al momento dell’ingresso all’università; in altri casi meno sfortunati la difficoltà che comporta questo passaggio evolutivo fa sì che molti procedano a stento negli studi e nelle vite personali per poi arrivare a 26/27 anni, età in cui spesso emerge un arresto della progettualità esistenziale. Questi cambiamenti radicali devono essere materia di studio degli psicoterapeuti ed in particolare dei professionisti che si occupano dei gruppi. La trasformazione socio-antropologica più radicale è iniziata negli anni 80/90, anni nei quali abbiamo assistito al passaggio dalla “famiglia azienda” con legami pur sempre affettivi, alla famiglia come campo esclusivo di affetti (Pontalti, 2018). Il mandato sociale della famiglia è dunque profondamente cambiato: in famiglia non si favorisce più una dimensione di autonomia. Esiste un nuovo mandato: la società non chiede alle famiglie generazioni autonome e cittadini competenti, la richiesta è quella di produrre soggetti sani psicologicamente. Il concetto di salute e sanità si è progressivamente declinato quale assenza di traumi e il Trauma si è progressivamente istituito quale agente etiologico della psicopatologia, elettivamente della psicopatologia dei bambini, degli adolescenti, dei giovani adulti.

Lo scandalo diviene, quindi, la “famiglia traumatica”. Se c’è dramma esistenziale, se c’è psicopatologia, ci deve essere una famiglia traumatica!

Il bambino “sano” è sostanzialmente un bambino che non soffre. Tutta la legislazione, a partire dalla convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, ratificata in Italia come legge n.176 del 27/5/1991 è improntata nel nome del massimo benessere possibile del bambino, non del cittadino. Questo è ovviamente un bene ma è anche un vincolo fortissimo che impronta i modelli educativi, legislativi e clinici. Un esempio, sul piano clinico, è dato dal continuo questionare le competenze genitoriali. Interessante è anche seguire la legislazione e la giurisprudenza. La lettura combinata degli art. 30 Cost., 147, 315 bis e 337 septies c.c. porta a concludere che l’obbligo di mantenimento dei figli permane oltre la maggiore età; è diritto del figlio ad essere mantenuto, fino a che, completata l’istruzione, possa avere gli adeguati strumenti per realizzare la propria indipendenza economica da coniugare fortemente con la realizzazione di sé, delle proprie aspirazioni e obiettivi. In conclusione, stiamo rilevando una trasformazione radicale dei codici: il benessere soggettivo delle generazioni è ora il nuovo bene di riferimento.

Come psicoterapeuti siamo chiamati a interrogarci su tali questioni e non possiamo orientarci esclusivamente con epistemologie e prassi concepite prima che avvenissero tali trasformazioni. Queste evoluzioni significative, inoltre, fanno sì che la dimensione gestionale della vita familiare, ad esempio la suddivisione dei compiti (dal versarsi l’acqua, alla manutenzione della casa, alla spesa) non passi più attraverso il coinvolgimento delle nuove generazioni. Noi incontriamo famiglie il cui mandato forte non è sull’addestramento ai codici che organizzano una competenza sociale, ma è sull’accudimento dal punto di vista psicologico, materiale e pratico, e di conseguenza incontriamo persone per cui il mondo dei codici familiari è l’unico codice istituente l’identità. Non c’è l’incorporazione dei codici sociali intesi come competenza gestionale e come vincoli che partecipano alla costruzione dell’identità. Le generazioni che dovrebbero addestrare alla competenza addestrano solo alla protezione e ciò non è sufficiente per poter affrontare i vari compiti dell’età adulta. Questa è una delle motivazioni che rendono faticoso e frammentato il passaggio confidente al mondo sociale. Il Sociale non vincola il Famigliare rispetto all’acquisizione delle competenze di cittadinanza. Tutto questo ha assunto negli ultimi anni un peso molto grande nella costruzione psicologica delle nuove generazioni, dal momento che la mente è intesa non solo come dotazione psicologica individuale ma come integrazione di più livelli: biologico, psicologico e sociale.

È interessante rilevare come, da circa quarant’anni, sia in campo scientifico/clinico che nell’immaginario collettivo, si dibatta, sconsolati, sulla “evaporazione” del Padre/padre. Innumerevoli sono le pubblicazioni durante questo lungo arco di tempo. I titoli sono quasi sinonimi ripetitivi, (Del Lungo, Pontalti, 1986; Recalcati, 2011; Andolfi, D’Elia, 2017), solo per citarne qualcuno. Le trasformazioni epocali hanno tolto la garanzia, la protezione all’autorità/autorevolezza genitoriale da parte del Sociale Comunitario. Senza tale isomorfismo, aspettarsi tali funzioni da genitori in pratica lasciati soli, è assai velleitario e colpevolizzante.

In altre parole, la costruzione dell’identità passa attraverso il fatto che non è più il campanile o la comunità del paese a rappresentare il confine sacro su cui si costruisce il sentimento di identità, ma è la micro-comunità familiare che va a rappresentare, nella soglia di casa, il confine sacro (inteso come ciò che fonda perché separato ed originario quindi originante). Laddove la famiglia in passato assumeva i compiti di protezione ed educazione dei figli in vista dell’ingresso nel mondo sociale, oggi è diventata un ancoraggio identitario e radicale che rende inquietante l’attraversamento del confine tra il famigliare ed il sociale. Questa è una modalità primitiva e “desimbolizzata” di costruzione dell’identità laddove la “zattera identitaria” è costituita da una micro-comunità familiare che non svolge funzione di connessione con operatori simbolici inerenti al sociale. La desimbolizzazione è rintracciabile anche nello svuotamento della “funzione paterna” del padre, nel momento in cui la persona che la incarna viene meno ad un esercizio coerente della stessa, garantita dalla comunità. È importante capire che tale configurazione non dipende dal fatto che i genitori o i nonni attuali siano meno sani o competenti nel loro ruolo, ma accade perché la famiglia è oggi costituita da persone il cui mandato sociale è fondato sull‘accudimento.

La sofferenza è una dimensione non più prevista come dimensione costitutiva della vita psichica (Byung-Chul Han, 2021); essa, piuttosto, deve essere in ogni modo risparmiata ai figli. Il problema allora diventa l’anomia sociale, per cui gran parte degli adolescenti problematici esprime il disagio chiudendosi in casa, come emergente dell’impossibilità di transitare evolutivamente in nuove territorialità di vita. Una forma di disadattamento contigua a questa forma di anomia è l’emergere di organizzatori mentali dissociativi, legati alla pervasività della nuova dimensione immaginaria (i videogiochi, internet, i social), molto diversa da quella fiabesca, dove la distinzione tra realtà e immaginario era molto precisa e presidiata dalla comunità, essendo il lavoro sull’immaginario ritualizzato e condiviso. Al contrario quello odierno è un mondo immaginario di “contiguità” e comunitariamente disabitato.

3. Transitare dal campo terapeutico duale al campo terapeutico gruppale

Ricapitoliamo: cogliere il cambiamento radicale del Famigliare (inteso nel senso degli studi condotti da Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli) è un compito imprescindibile per lavorare con i gruppi e, allo stesso tempo, questa configurazione culturale rende il gruppo uno spazio inquietante e necessario:

-inquietante, perché genera un senso di alterità estraniante, percepita immediatamente appena viene proposto

– necessario, perché fondativo di un doppio transfert: nel campo gruppale entra in scena sia il transfert del Famigliare, poiché si crea un clima intimo di condivisione di contenuti personali, che quello del Sociale, in quanto costituito da persone che non hanno una storia in comune. Una conseguenza clinica di quanto premesso è che, quando proponiamo a un paziente il passaggio al gruppo, noi stessi la viviamo come una fase delicata e foriera di angoscia e conseguentemente siamo portati a voler tutelare e “proteggere” il paziente. Anche nella nostra mente evidentemente il gruppo appare come uno strumento “pericoloso”. Questo fa pensare che spesso nelle terapie individuali noi, in quanto membri di questa cultura, non facciamo che riprodurre i campi transferali familiari basati sulla cura degli affetti e non siamo assolutamente portatori dell’alterità inquietante dei codici sociali.

Il gruppo è una dimensione che presentifica l’alterità, per cui viene accettato con facilità solamente quando esso viene proposto all’interno di una realtà istituzionale di tipo residenziale.   Al contrario il gruppo in ambito privato è percepito nella sua caratteristica essenziale di essere luogo fondativo di un doppio transfert scenico del Famigliare e del Sociale. Lo sforzo disperato e inconsapevole del paziente in gruppo è quello di riproporre le proprie dinamiche familiari. La fatica dei terapeuti di gruppo con i giovani è doppia: con il paziente e con la famiglia. Se viene meno un adeguato lavoro di connessione con i familiari, il rischio è che questi non comprendano il senso del lavoro e arrivino ad ostacolarlo. Ciò succede raramente con la terapia individuale, per cui diviene chiaro come il gruppo rappresenti un luogo di radicale trasformazione che spaventa pazienti e famiglie.

Abbiamo evidenziato, nelle pagine precedenti, la grande difficoltà di contrastare la cronicizzazione della psicopatologia da parte dei servizi pubblici preposti alla cura, e sottolineato come il gruppo sia un potente strumento di prevenzione alla cronicizzazione. Per rendere operante tale potenziale è necessario “leggere” e muoversi in discontinuità rispetto ai codici familiari di accudimento permanente prescritti dal sociale. Nel libro “Il bambino sovrano” Marcelli (2004) descrive bene l’inversione dei codici: attualmente ciò che determina la funzione genitoriale non è più la sua connessione con la funzione parentale, dove la parentela rimanda alla funzione simbolica che colloca genitore e figlio nella catena delle generazioni (per cui è la società a “fare il genitore” e la parentela è un sistema simbolico che precede l’individuo), ma lo è il ruolo protettivo del genitore declinato nell’attualità della relazione con il bambino. La conseguenza è una modificazione del senso della funzione parentale, che l’autore definisce “parentalità”, categoria che rimanda esclusivamente alla competenza psicologica del genitore. Ne consegue una inversione dei codici legittimanti, per cui non è più la società attraverso la catena delle generazioni a “fare” il genitore ma è il bambino e la relazione con lui che “fa esistere il genitore”.

È fondamentale poter uscire dalla dimensione di centratura privilegiata che tutti i ragazzi ed i giovani adulti hanno, e non mettono in discussione, in quanto è un dato culturale. Nessuno si pone, ad esempio, il problema di essere mantenuto permanentemente dai genitori perché è considerato un diritto culturalmente e legalmente sancito. Proprio perché la famiglia non è più un luogo di apprendimento dei codici sociali, non c’è imprinting sulla responsabilità sociale dell’essere in famiglia, intesa come possibilità per ognuno di contribuire, anche se in modalità differenti, in base alle proprie capacità evolutive.

Per poter istituire una psicoterapia di gruppo efficace è fondamentale tenere presente che i pazienti e le loro famiglie sono parte di questa società e, se prendono una posizione differente da quanto prescritto dalla cultura, lo fanno a prezzo di una solitudine importante. La complessità nella conduzione di un gruppo terapeutico, di conseguenza, non è solo inerente alla gestione delle variabili “interne” alla dinamica di gruppo, ma anche alla gestione delle variabili “esterne”, ovvero culturali, al confine di una trasformazione possibile. Siamo quindi confrontati con la necessità di comprendere radicalmente come cambia il mondo circostante e la conduzione del gruppo si muove elettivamente sulla necessità di una continua mediazione ai confini dei mondi famigliari e sociali, anche perché, come argomentato sopra, il Famigliare percepisce la proposta di una terapia di gruppo come la sottrazione di un figlio, ed il paziente per primo va aiutato a reggere il codice sociale di discontinuità che il gruppo immediatamente presentifica. Nello specifico, i codici sociali del gruppo non sono le regole del setting, ma è l’alterità presente nel gruppo, il fatto che ogni membro è portatore di una storia ed un mondo personale ignoto all’altro, per cui il primo tentativo è di riconoscersi in un codice accomunante, di riportare il gruppo ad un codice familiare. Sappiamo come la coesione gruppale sia importante fattore fondativo della matrice dinamica e importante fattore terapeutico. Alla luce delle riflessioni fin qui argomentate, tuttavia, è bene vigilare affinché la coesione non si stabilizzi come nicchia etologica autoreferenziale di benessere fondato su una pseudo noità. Succede molto più spesso di quanto amiamo raccontarci, e la stagnazione mascherata della processualità terapeutica esita in una cronicizzazione anti-terapeutica del transfert della matrici familiari.

La trama di connessione tra l’individuo e la sua famiglia non è solo di ordine sociologico (affrontare compiti) o interazionale (dialettica di ruoli, di status, di affetti ed emozione) ma è soprattutto dell’ordine del simbolico. Appartenere ad una rete di legami simbolici, affettivamente investiti, comporta fondare il sentimento di Sé sulla condivisione profonda, spesso implicita o inconscia, di operatori mentali generatori di senso. Se ogni persona è attraversata dalle reti di significazione della “nicchia etologica” entro cui nasce, il compito evolutivo, specie specifico, è quello di poter abitare nicchie etologiche discontinue e sempre più ampie (Nucara, Menarini, Pontalti, 1995). Definire “diversa” una nicchia etologica vuol dire che gli ambiti diversi di appartenenza sono significati da referenti simbolici ed operazionali discontinui rispetto ad altre nicchie etologiche. Il lavoro nel gruppo terapeutico si incentra sull’acquisizione di queste competenze esplorative, ed è finalizzato all’ampliamento del campo psichico, che esita nella possibilità di coordinare nuove significazioni. Di conseguenza il rischio della familiarizzazione dei codici gruppali, è che ciò che è altrove rimanga altrove, e si perda l’opportunità di tematizzare ed “addestrare” i pazienti a quella discontinuità sempre altra che la vita impone. Uno dei problemi diventa quindi la strategia di assortimento del gruppo perché, più è omogeneo, più è elevato il rischio di costruzione di una “neo-comunità endogamica” organizzata intorno ad una pacificazione omogeneizzante.

4. Scene da un gruppo terapeutico

Riteniamo utile, a scopo esemplificativo del discorso che stiamo argomentando, inserire dei frammenti clinici tratti da una seduta di un gruppo terapeutico condotto da uno degli autori.

È la seduta di ripresa dopo l’interruzione per le vacanze natalizie, e sono presenti la metà dei partecipanti: 3 su 6. Le assenze sono dovute a motivi lavorativi, uno dei quali potrebbe rappresentare un ostacolo al proseguimento del lavoro in gruppo.

Dopo i primi scambi, prende subito parola Ida dicendo di essere intenzionata a concludere la sua partecipazione al gruppo. È dispiaciuta di non poter salutare gli altri membri non presenti oggi. Poi elenca le motivazioni già date nell’incontro individuale: venire al gruppo per lei è “pesante”, non ha voglia di condividere le sue vicende personali ed è completamente disinteressata verso le storie degli altri membri.

L’intervento si conclude con la richiesta reiterata di chiarimento rispetto al senso della indicazione del terapeuta a partecipare al gruppo anche se, ci tiene a ribadire, questo sarà ininfluente ai fini di una decisione che ritiene già presa.

Terapeuta: “Il gruppo è un luogo complesso che mette in difficoltà per il duplice confronto con la dimensione dell’estraneità e della familiarità (Napolitani, 1987). L’estraneità presentifica il tema del confronto con l’ignoto e con la disponibilità a cedere spazi di controllo che questo confronto richiede. La risonanza con il famigliare rappresenta per lei un elemento di ulteriore complessità, vista la estrema conflittualità che caratterizza il rapporto con il suo nucleo famigliare di origine, conflittualità che non si risolve attraverso l’attuale allontanamento, visto che il famigliare è depositato dentro di lei come parte dell’identità che alimenta un dialogo interno, soprattutto in una fase di vita come questa, in cui sente l’importanza di prendere in mano una sua progettualità famigliare che vive con estrema difficoltà.

Le ho proposto il gruppo, avendo consapevolezza che non lo avrebbe vissuto in maniera piacevole, come ho avuto più volte modo di dirle: la piacevolezza non è un criterio di efficacia clinica. Ho ritenuto che lei, dopo aver fatto un lungo percorso individuale, fosse pronta a sostenere una situazione con un livello di esposizione e confronto maggiore, che le consentisse di mobilizzare tematiche solo tangenzialmente affrontabili nello spazio individuale.”

Ida: “Razionalmente, le motivazioni mi risultano chiare e mi ricordo che me ne ha già parlato, ma è come se non riuscissi ad ascoltare quello che mi sta dicendo; sono chiusa e non capisco le ragioni della mia chiusura. Non vorrei sembrare irrispettosa ma per me è veramente pesante venire qui; le volte che sono venuta mi sono detta più volte che avrei preferito starmene a casa a riposarmi o a guardare delle serie tv; non ho voglia di condividere con degli estranei cose che riguardano la mia intimità, e non trovo nessun interesse a ricevere confidenze intime. Se ho bisogno di parlare di me preferisco farlo con un’amica, e quindi sento che sarebbe irrispettoso proseguire visto che vi ho sentito dire più volte di quanto voi crediate nel gruppo e nel percorso che state facendo e di quanto vi sia stato utile”.

Terapeuta: “Paolo, Luisa, voi cosa ne pensate?”.

Segue uno dei silenzi più lunghi ed ostinati dalla fondazione del gruppo. Dopo circa cinque minuti è Paolo a parlare.

Paolo: “da quanti anni fai la terapia?”

Ida: “sei anni, con una interruzione di circa due anni. La prima volta sono venuta per una mia richiesta; la seconda mi ci ha portato il mio compagno Carmelo perché non stavo bene”

Paolo:” non voglio convincerti… Quello che posso dire è che anche per me è stato molto difficile accettare la proposta del gruppo, tanto che in un primo gruppo, con un altro terapeuta, ho citofonato e non sono salito. La seconda volta ho partecipato ad una singola seduta e non sono tornato”.

Ida: “bravo!”

Paolo: “quello che intendo è che, in questa terza esperienza, sono tornato e sto proseguendo; forse perché questo gruppo è più adatto a me, nel secondo a cui ho partecipato ho sentito che i temi venivano espressi in modo troppo irruento ed esplicito, mentre qui si parla in maniera più pacata, anche se alla fine le cose vengono condivise. Quello che mi ha spinto a provare per la terza volta un gruppo è stato il fatto che sentivo il lavoro individuale come concluso anche se di certo non ho accolto bene questa proposta, chiedendomi come te, perché avrei dovuto parlare con altri delle mie cose ed ottenerne un vantaggio”.

Ida: “perché dovrebbe servirmi? In che modo funziona una terapia di gruppo?”

Ida lo chiede direttamente a me, spiego che un’esperienza è difficilmente comprensibile solo attraverso una spiegazione teorica, le propongo invece di chiedere agli altri che senso ha avuto per ciascuno il proprio ingresso in gruppo.

Prende parola di nuovo Paolo: “ho iniziato da poco questo gruppo, ma dopo poco tempo ho avuto la sensazione di farne parte; è qualcosa di più del sentirmi accettato visto che sicuramente loro sono stati accoglienti, era sentire che con i miei pensieri ed i miei temi sto partecipando al lavoro di tutti e gli effetti li ho visti da subito. Il tuo ingresso per me è stato difficile, perché sei irruenta ed hai detto delle cose sgradevoli”.

Luisa: “alcune tue frasi hanno messo molto a disagio anche me, perché io, a differenza degli altri, vivo una grande difficoltà a condividere i temi caldi della mia vita, ma ho accettato di prendere parte al gruppo per la fiducia che nutro nel dottore. Più volte mi sono trovata in difficoltà ed anche, in passato, ho messo in dubbio la mia partecipazione; tre anni fa alla terapia di coppia e di recente anche alla terapia di gruppo. Tuttavia, ho visto che, affidandomi, il mio percorso è andato avanti, anche se non mancano i momenti difficili. Per questo proseguo pur se la difficoltà di parlare di me rimane e alcuni tuoi commenti non mi hanno aiutata”

Paolo: “la prima volta che ti ho vista, l’istinto è stato quello di andarmene, di dire ‘Ida mi sta antipatica e in gruppo non ci metto più piede”. Poi ho avuto modo di ripensare a quello che era successo ed ho capito che dentro quella reazione entravano cose mi,e ed ho capito che in questo l’incontro con te era stato utile e ho partecipato con un altro spirito alla seduta successiva, dove tra l’altro tu hai condiviso delle piccole cose sul tuo rapporto di coppia che mi avevano fatto pensare al mio rapporto con Valeria”.

Ida: “è strano come io faccia sempre questa impressione di primo acchito! Forse perché risulto diretta ed aggressiva”.

Terapeuta: “la partecipazione al gruppo rende possibile mettere a fuoco l’immagine che rimanda agli altri e poterne fare oggetto di riflessione esplicita con chi gliela rimanda. Il rispecchiamento che il gruppo le fornisce entra in risonanza con l’immagine di sé che le è stata rimandata dal suo collettivo famigliare, e che tanto l’ha incastrata; mi riferisco al vissuto di non essere stata vista in aspetti di sé fondamentali”.

Ida: ”dottore mi fa capire come funziona il gruppo rispetto a questo?”

Terapeuta: “intanto il gruppo le rimanda un’immagine di sé nota, in cui l’irruenza e l’aggressività che la caratterizza, genera fraintendimenti sistematici rispetto alle sue reali intenzioni comunicative. La differenza è che nel gruppo l’automatismo che mette in atto può essere evidenziato e fatto oggetto di riflessione condivisa.

Un altro aspetto riguarda la messa alla prova in gruppo di una sua attitudine al controllo che in passato ha assunto dimensioni soffocanti; il gruppo è un luogo dove la dimensione del controllo viene messa duramente alla prova; questa è un’altra ragione per cui lei non può viverlo come un luogo piacevole”.

Chiedo a Paolo di condividere le riflessioni fatte in un incontro individuale rispetto alla propria famiglia e scaturite dal confronto con Ida in gruppo.

Paolo: “l’idea della mia famiglia è che chi viene dall’esterno, lo straniero, non porta un suo pensiero, ma debba essere assoggettato alle regole della famiglia, senza discutere. Ida mi ha sbloccato rispetto a questo”

Terapeuta: “l’elemento rilevante per comprendere il funzionamento del gruppo è quindi capire che ciò che gli altri dicono può incontrare una nostra chiusura, ma ciò che lei dice può generare nell’altro un pensiero sbloccante su di sé e sul proprio modo di vivere l’appartenenza. In questo caso ha permesso a Paolo di visualizzare un proprio automatismo, mutuato dal proprio collettivo famigliare, visualizzazione resa possibile e che ha reso possibile cogliere le differenze tra operatori clanici presenti nel collettivo famigliare ed operatori comunitari presenti nel gruppo. Se il clan è un collettivo ‘annettente-spersonalizzante’ che si regge su un principio di lealtà, il gruppo funziona da comunità ‘integrante-personalizzante’ che apre uno spazio su una lettura realistica di sé. Questo significa anche che, a fronte di un suo atteggiamento di chiusura, lei può trovare nel gruppo un ascolto capace di accogliere ciò che lei dice, senza che venga rigettato, un ascolto che implica il tenere a mente dentro di sé qualcosa di lei e svilupparlo connettendolo a tematiche personali e comuni e trovare in questo sviluppo-connessione un elemento di consapevolezza e di sblocco”.

Terapeuta: “il dubbio sulla riuscita è parte dell’angoscia dell’attraversamento, ma ritengo che il gruppo sia utile per le ragioni che le ho illustrato: poter mettere al lavoro una serie di automatismi incastranti, incontrare un ascolto fecondo in grado di sbloccare questi automatismi. Si vede, quindi, riconosciuto un contributo ed uno spazio al proprio pensiero e al proprio posto nel gruppo, anche se si è portatori di un’immagine ‘scomoda’. Tutto esita verso la possibilità di vivere in gruppo un’appartenenza in cui sia riconosciuto il proprio diritto a vivere ed occupare uno spazio affettivo, ad esistere. Lei sperimenta con il suo compagno la stessa chiusura che noi sperimentiamo con lei, ma la differenza la può fare, oltre al riconoscere la chiusura come tale (cosa che ha fatto questa sera), anche la disponibilità di mettere questa chiusura ‘alla prova’ di un ascolto potenzialmente trasformativo”.

Paolo: “in effetti la cosa che più mi ha colpito nel gruppo è stato il fatto che quello che avevo da dire potesse essere ascoltato, tenuto presente e ricordato. Io che non riuscivo neanche a salutare quando mi trovavo in un contesto estraneo, ho iniziato anche fuori a sperimentare che posso parlare ed essere ascoltato. Non solo, mi è rimasta molto impressa una delle prime sedute in cui tu, Luisa, hai detto che quello che avevo detto era interessante e che ti aveva colpito e che mi sentivi come parte del gruppo”

Terapeuta: “a questo punto chiedo anche a lei, Luisa, di uscire dal silenzio”.

Luisa: “quando eravamo in silenzio ho sperimentato una sensazione di chiusura della glottide, come se una mano strozzasse la gola, impedendo alle parole di uscire. A volte la difficoltà di condividere i miei pensieri assume questa forma corporea. Rispetto a quello che diceva Ida, ho sentito molto vicino a me quello che diceva e che io ho sempre formulato in tre domande:

primo: perché dovrei parlare delle mie cose intime con degli estranei? in che modo potrebbe aiutarmi? Secondo: sarò mai in grado di farlo? se ci ho messo anni a condividere con mio marito, e in maniera incompleta, nodi che riguardano il mio passato e che mi hanno bloccata come potrò essere in grado di farlo qui? Terzo e più angosciante: se lo faccio, dopo cosa succede?’“. Ida guarda con attenzione Luisa annuendo.

Questi passaggi rendono evidente come la faticosità della partecipazione ad un gruppo terapeutico non sia una questione riconducibile a resistenze specifiche di un determinato paziente, in questo caso Ida, che porta il problema in primo piano nella seduta. Anche gli altri membri fanno presente di aver attraversato o di trovarsi in una difficoltà simile a quella da lei evidenziata: Paolo è al terzo tentativo in un gruppo terapeutico e Luisa, come Ida, afferma di avere grandi difficoltà nel condividere aspetti di sé con gli altri.

I pazienti si interrogano sull’utilità del gruppo e delle relazioni con gli altri partecipanti proponendo un dilemma: meglio l’amicizia che troviamo nelle relazioni già conosciute? Oppure cos’altro siamo nel gruppo?

5. Quali sfide per i nuovi terapeuti? Strategie per la fondazione di un gruppo cene da un gruppo terapeutico

Come si possono assortire allora dei gruppi che siano terapeutici? Diviene evidente che realizzare una condizione di terapeuticità significa rompere un equilibrio culturalmente organizzato intorno alla protezione. Questo cambia il nostro modo di procedere, perché non possiamo più basarci esclusivamente sulla creazione di una atmosfera di ascolto empatico dove poter esplorare le dinamiche intrapsichiche. Inserire un paziente in un gruppo significa creare nuovi piani di esperienza terapeutica che sfidino il precedente equilibrio identificatorio con la propria matrice famigliare di provenienza. Cosa significa, quindi, presidiare la terapeuticità di un gruppo terapeutico nello specifico dell’attuale situazione socio-culturale? In passato si poteva argomentare che il terapeuta del gruppo fosse il gruppo stesso, ovvero il modo di porsi e di gestirsi in gruppo dei partecipanti aveva la funzione di creare nuovi piani di esperienza. In altre parole, il gruppo era la determinante terapeutica per i singoli partecipanti, quindi il terapeuta aveva la funzione di custodire questo luogo evolutivo, perché forte era la spinta ad uscire dalla territorialità familiare così come la spinta ad un confronto con la “crudezza” del sociale. Il gruppo era quindi una dimensione sorgiva, sfidante. Oggi invece il gruppo tende all’omogeneità, vive la sfida evolutiva come una minaccia, e l’alterità tende ad essere neutralizzata attraverso forme di accomunamento “esorcizzante”.

A partire da queste premesse, la funzione del conduttore cambia, ed il terapeuta deve essere estremamente attivo e provocatorio, porsi come terzo che sfida il luogo della paralisi, introducendo una dissonanza che apra a trasformazioni possibili.

In sintesi: il gruppo si rappresenta nella mente dei familiari e dei pazienti come un luogo altro che attiva fantasie di tradimento della propria appartenenza e, di conseguenza, va salvaguardato come luogo dell’alterità contro i rischi della familiarizzazione e della omogeneizzazione.

Il ruolo del terapeuta, soprattutto nel lavoro con i giovani adulti, cambia perché l’obiettivo non è assumere una funzione normativa ma una funzione di rottura dell’automatismo, da integrare con un dialogo serrato e proficuo con le famiglie.

Il Familiare percepisce, con il progredire del lavoro terapeutico in gruppo, che il figlio diventa portatore di un’alterità che minaccia gli equilibri precedenti e genera una complessità che deve essere gestita insieme alle famiglie nella costruzione condivisa del senso dell’esperienza terapeutica. Questo assetto permette che diventi comprensibile, condiviso e sostenibile, il movimento di individuazione che il lavoro in gruppo promuove. Il nostro è un mondo in cui la sopravvivenza è garantita dal Familiare, dal “welfare della famiglia”. È impensabile non tenere conto di questo dato socio-antropologico per riuscire a significare i movimenti di resistenza al cambiamento conseguenti all’incontro con la matrice dinamica del gruppo terapeutico. Solo mettendo in dialogo i codici derivati dalle appartenenze familiari all’interno di una situazione sociale, come quella rappresentata dal gruppo, è possibile una reale evoluzione e guarigione.

Il gruppo è terapeutico, quindi, nella misura in cui riesce a mantenere la sfida sulla dissonanza, a stare su ciò che stride, non su ciò che accomuna.

 

Bibliografia

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Scabini E., Cigoli V. (2012), Alla ricerca del Famigliare. Il modello relazionale-simbolico, Raffaello Cortina, Milano.

Corpi smarriti e corpi itineranti nei percorsi delle donne migranti
Enrico Stefano Tuninetti

Il lavoro psicologico con le donne migranti si colloca all’interno di un modello terapeutico e gruppale che collega il corpo con la psiche, in un paradigma transculturale. Tale pratica, che prende in considerazione la storia nelle sue dimensioni personale e collettiva, porta inevitabilmente a riflettere intorno al tema del viaggio migratorio, ai paradossi e alle ambiguità che il corpo racconta, attraverso la propria presenza nel mondo, in qualità di significante, a un tempo, di speranze future e denuncia sociale incarnata. L’attenzione alla complessità, sia dei processi migratori sia del sistema dell’accoglienza, il focus sulle risorse, sul contesto politico, sul tema dei diritti e sull’efficacia dell’intervento sono alcuni dei fattori distintivi di questo approccio integrato e interdisciplinare.

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1. Il lavoro psicologico con le donne migranti nel servizio SAI-DM/DS

Il lavoro psicologico con le donne migranti si colloca all’interno di un modello terapeutico e gruppale che collega il corpo con la psiche, in un paradigma transculturale.

Per ancorare il discorso a un contributo pratico, faremo riferimento ad una collaborazione del Laboratorio di Gruppoanalisi in un SAI (Servizio di Accoglienza e Integrazione) per donne vulnerabili sul piano medico e psicologico.

In questo contesto si svolgono attività di sostegno, individuale e di gruppo, rivolte a donne migranti, in rete con gli altri attori sociali coinvolti nel progetto.

Le donne che sono afferite al servizio vanno dai 20 ai 60 anni e provengono, principalmente da Nigeria (12) e Somalia (4) e, in percentuale minore, da: Iran, Congo, Guinea, Costa d’Avorio, Marocco, Etiopia e Camerun.

Le rotte migratorie rilevate sono: balcanica, atlantica, Mediterraneo centrale, sapendo che i percorsi sono difficilmente lineari con migrazioni interne e intercontinentali (ad es. dalla Somalia alcune donne hanno raggiunto lo Yemen, si sono recate in Sudan, per poi raggiungere la Libia e infine arrivare in Italia; altre invece si appoggiano al cosiddetto «scafismo del cielo» tramite un traffico di visti turistici con peregrinazioni attraverso ad es. Turchia, Brasile, Spagna).

Le lingue parlate sono: pidgin english, somalo, farsi, francese del Maghreb o subsahariano, arabo, bambarà, amàrico. In gruppo si usano lingue veicolari o ci si avvale della traduzione di altre partecipanti mentre nella consultazione individuale è consigliato che ci sia un mediatore interculturale, necessario a rendere efficace la competenza culturale dell’Altro e ad aiutare noi psicologi a decentrare la prospettiva e mettere in discussione le nostre etno-prassi.

2. Il dispositivo di gruppo

Il gruppo è un appuntamento periodico con le donne, un dispositivo leggero (semiaperto e informale), co-condotto, orientato all’esterno e regolato sull’uscita delle beneficiarie dal progetto di accoglienza. Il setting del gruppo deve armonizzarsi con i reali bisogni delle partecipanti e le esigenze della vita residenziale. La cadenza del gruppo è quindicinale, della durata di un’ora e mezza a incontro ma in seguito al primo lockdown (febbraio 2020) legato all’emergenza sanitaria Covid-19 non è ancora stato possibile riprendere gli incontri. La parola serve principalmente per condividere strategie e difficoltà connesse all’essere una donna straniera in Italia ed è usata talvolta dalle partecipanti per articolare resoconti spontanei. Nel gruppo si condividono pezzi di storia e competenze culturali.

Si è altresì lavorato attraverso le immagini prodotte in gruppo. Ne ricordiamo una: quella del film Titanic: una storia d’amore, il barcone che affonda, il proprio naufragio esistenziale. Il focus del gruppo è, tuttavia, tecnicamente molto poco rivolto al passato.

I temi portati in gruppo riguardano i documenti, la salute, il lavoro, la scuola, la lingua, trovare casa, la co-abitazione, aspetti burocratici, leggi sull’immigrazione, il denaro, la maternità e, qualche volta, sia il tema della tratta sessuale sia questioni inerenti a forme di servitù moderne quali l’etnicizzazione del lavoro, il racket dei disabili e delle badanti.

Il dispositivo di gruppo è tenuto ‘’a legame debole’’ ma può avere delle risonanze sul professionista (vissuti di violenza, esilio, perdita), da qui l’importanza di avere un contenitore per pensare, per organizzare le idee e la pratica.

Storie e vissuti passano massicciamente attraverso la corporeità e possono apparire alcune volte più enfatizzati, altre volte incarcerati nel corpo.

La gruppoanalisi ha fatto risaltare come, anche nella dimensione di gruppo, il corpo rappresenti la nostra apertura al mondo e “parli” di noi, della nostra storia, tramite gesti, posture, tono di voce, sguardi e silenzi che sempre accompagnano il linguaggio verbale. I corpi pertanto parlano aldilà della barriera linguistica. Possiamo individuare su di essi i segni di afflizioni protratte (cicatrici, malattie infettive), oppure notare le scarificazioni, le quali possono avere una valenza estetica, curativa, rituale, rappresentare un segno di appartenenza.

La sensorialità in gruppo è evocativa, l’altro ha una funzione rispecchiante per cui viene da interrogarsi sull’effetto che ci facciamo l’un l’altro, su come si reagisca alle reciproche pratiche del corpo. L’Altro può essere vissuto come misterioso, ma anche noi possiamo risultare ‘’tropicali’’ ai suoi occhi (termine attinto dalla produzione del poeta congolese Sony Labou Tansi che ha scritto sulla corporeità in chiave politica).

Nei gruppi incontriamo corpi permeati di altrove e tutti noi siamo degli stranieri per qualcun altro. Possiamo rappresentare il potere bianco, il fantasma del colonialismo, il benessere materiale. Si intercettano quindi aspetti che possono affascinare, distanziare, raramente lasciare indifferenti per via dell’ambiguità intrinseca del simile, (uguale e diverso a un tempo) e della circolarità tra etnologia e folklore, un meccanismo illustrato da Arnold Van Gennep che fa sì che quando m’interrogo sui costumi dell’Altro scopro qualcosa delle mie origini.

Al gruppo si affiancano, se necessario, percorsi di sostegno ed elaborazione individuali e prese in carico medico-psichiatriche. Le pazienti possono avere tratti post-traumatici legati ad esperienze di abuso, maltrattamento, abbandono, deprivazione o, nel tempo, andare incontro a riattivazioni (reliving) durante la raccolta o la narrazione della storia in Commissione Territoriale. I concetti di trauma e resilienza sono però costrutti semantici relativi che, se non sono declinati nella storia e nel contesto di vita delle persone, non dicono granché, ma possono invece condurre, nelle conseguenze, a subalternità sociale e a narrazioni vittimistiche o paternalistiche dell’altro. Occorre ad esempio domandarsi che cos’è che ha prodotto un’esperienza dissociativa nella persona e cosa invece è stato molto drammatico ma non l’ha prodotta. È stato traumatizzante il carcere, il naufragio, perdere un amico? Le persone possono, parallelamente, essere ad es. resilienti alla traversata del deserto, ma crollare su aspetti legati all’inserimento sociale in Italia.

La nosografia occidentale nel lavoro che svolgiamo coi migranti identificherebbe sintomatologie categorizzabili come: disturbi d’ansia (Adp), dell’umore (depressione maggiore, dis-regolazione emotiva), esperienze dissociative e sintomi dell’area psicotica (allucinazioni uditive, delirio), PTSD, a cui si affiancano le cosiddette cultural bound syndrome (stregoneria, possessioni rituali inerenti alla tratta e al culto di Mamy Wata), strettamente legate alla grande Storia e alle storie personali.

Nella ricodifica costante degli idiomi della sofferenza i mediatori interculturali -lo ricordiamo- sono fondamentali per aiutarci a relativizzare le nostre etno-teorie, non gerarchizzare le differenze, sostenere la compliance, evitare errori diagnostici. Le cosiddette ‘’credenze’’ sono, infatti, complessi sistemi di diagnosi e cura ‘‘che dicono e fanno molte cose allo stesso tempo’’, logiche che si devono accettare, utilizzare come leva terapeutica per sciogliere i conflitti e far emergere nuovi significati. Le pazienti hanno le proprie categorie di corpo e malattia con competenze che collocano la sofferenza in un orizzonte di senso condiviso. A volte c’è sfiducia nella medicina, altre volte il trattamento è in contrasto con doveri comunitari. Va indagato ciò che veramente importa dell’esperienza di malattia: definizione di sé, dignità, integrazione sociale. 

Il corpo riflette e denuncia stress associati alle fasi pre-migratorie (contesto economico e geopolitico frutto di retaggi coloniali e neocolonialismo, mandati famigliari, persecuzioni etniche, terrorismo, emergenze climatiche), migratorie e post-migratorie (perdita di status-prestigio-stabilità, interruzione dei rapporti clanici di alleanza e protezione, violenza strutturale, assimilazione, razzismo quotidiano e istituzionale, ecc).

La gruppoanalisi evidenzia che la mente è gruppale per cui l’esterno (il contesto storico, sociale, culturale e familiare) si riflette all’interno delle coscienze delle persone. La migrazione di per sé può costituire una lacerazione dell’involucro culturale. Per riprodurre il sistema di protezione si costituiscono delle associazioni di cittadini stranieri, che creano collegamenti con il Paese d’origine e, tra le altre cose, accompagnamento ai servizi alla persona sul territorio ospitante, orientamento al lavoro e all’inclusione nella comunità religiosa di riferimento.

Non sempre esiste un progetto migratorio (a volte non si ha il tempo di “chiudere la valigia”) e nella fase post-migratoria le persone devono compiere un lavoro di ricalcolo del proprio senso di appartenenza, anche nelle generazioni successive. Il viaggio migratorio è il transito fuori dai propri riferimenti culturali e genera angoscia: chi lo compie sente minacciata la propria presenza nel mondo. Quando una persona intraprende un viaggio è orientata dai codici simbolici della sua tradizione e dalle tecniche del corpo a cui è legata: alimentazione, modo di guardarsi o non guardare negli occhi, vestirsi, pettinarsi o non pettinarsi, rapportarsi col sacro (si pensi in ad esempio alle abluzioni e al Ramadan nell’Islam), tecniche corporee di accudimento dei figli, tecniche per il trattamento della sofferenza, ecc.

A proposito dei codici simbolici, ricordo il fotogramma del sogno di una beneficiaria: fuori dal villaggio un bambino ride – mentre mette nel sacco una persona adulta.

L’essere fuori dal villaggio riporta ad una zona popolata tradizionalmente dagli esseri del mondo dell’Invisibile (morti, demoni, avi), fuori dallo spazio antropizzato che, a seconda dei casi, è la foresta, il mare, la boscaglia in cui, cioè, sono possibili attacchi spirituali. Questa immagine la ritrovai successivamente in un passaggio de La mia vita nel bosco degli spiriti, di Amos Tutuola, in cui si ritrovano elementi della narrazione orale del mondo yoruba. Nel sogno è possibile che fossero condensati il rapporto con gli antenati, immagini collettive, la storia personale e il qui e ora.

Consideriamo che nel gruppo molto materiale psicologico non entra esplicitamente. Talvolta il sistema della fiducia è stato intaccato. Va inoltre rispettato il diritto delle persone all’opacità: ci sono cose di cui non si vuole parlare, di cui si parla solo in parte, ci sono aree di vita che ignoriamo o doppie vite legate ad aree d’illegalità.

Il gruppo è un’attività di accompagnamento e mediazione etno- psicologica sul modello francese (equipe clinica di Marie Rose Moro) in cui entrano discorsi inerenti ai rapporti di razza, genere, classe. Sui corpi delle donne straniere grava il triplice rischio di essere sfruttate come donne, come lavoratrici e «come nere» (per usare le parole di Angela Davis, un’importante attivista afroamericana).

Queste donne tuttavia sono spesso capaci di scelte e forti contestazioni personali dentro un processo di soggettivazione e affrancamento dal sequestro del corpo.

Riportiamo, a tal proposito, alcune frasi delle donne estratte dal gruppo: 

  • circa il rifiuto da parte di una beneficiaria di curare un’infezione pur sapendo di andare incontro alla sterilità: ‘’Non voglio rischiare di rimanere incinta ed essere nuovamente ricattata dagli uomini’’;
  • sulla scelta di avvalersi di rimedi tradizionali: ‘’Andrò dal marabut per un rituale di guarigione, non mi serve l’appuntamento dal medico’’;
  • sull’autogestione della prostituzione: ‘’Sono soldi facili, tre volte un salario medio’’;
  • sulla vita in struttura: ‘’Non voglio più essere usata, ma neanche trattata come una bambina’’.

Incontriamo corpi che rimandano a vite in evoluzione o bloccate, vite ancora erranti senza progettualità, oppure vite dentro un sentimento di itineranza in cui le persone sono indirizzate verso i propri obiettivi, ad es. c’è un’idea di ricongiungimento, il viaggio continua alla ricerca del lavoro.

Nella clinica transculturale il corpo è spesso una biografia fenomenologica, il significante di ineguaglianze e ingiustizie, denuncia sociale incarnata, memoria vivente delle vicissitudini individuali e sociali (ad es. il corpo porta le tracce di torture subite nelle connection house libiche) e i sintomi hanno a che fare con forme di resistenza e con il tentativo di agire.

3. Paradigma della psicologia transculturale

Il lavoro con gli stranieri aiuta a ripensare il lavoro con gli indigeni (etimologicamente i locali, la gente del luogo come i pazienti del privato) e a guardare i mutamenti sociali da una prospettiva non- etnocentrica ma interdisciplinare, attenta alla complessità (sia dei processi migratori sia del sistema di accoglienza), focalizzata sulle risorse, sul contesto storico e sul tema dei diritti.

Il lavoro psicologico non può prescindere da interrogativi e scelte sul piano etico-politico. Uno dei maggiori paradossi delle persone migranti è quello di sentirsi inosservate e invisibili sul piano del legame sociale ma allo stesso tempo iper-esposte alla vista di tutti e considerate dei problemi.

La problematizzazione degli strumenti e delle categorie è invece necessaria perché la cura non è neutrale e, come psicologi, siamo anche intermediari verso le istituzioni. Ci si trova quindi a dover prendere posizione come curanti per non riprodurre logiche asimmetriche, discriminatorie, ma promuovere il legame sociale. Il gruppo e la migrazione sono, entrambi, atti politici. Il gruppo, facilitando percorsi di cittadinanza, si configura come una sorta di laboratorio sociale (termine tratto dal lessico politico gramsciano), luogo privilegiato di traduzione dei transiti migratori e ponte dalla clinica alla società. Attraverso la partecipazione circolare e interattiva in gruppo si attivano processi transculturali, di mescolanza reciproca, in cui ognuno può portare la propria competenza a vivere e critica sociale contrastando l’innescarsi di processi di de-culturazione e di acculturazione.

A partire dalle teorie degli altri si sperimentano pratiche terapeutiche a favore del singolo, del gruppo e della collettività le quali sembrano suggerirci l’importanza di impiegare strumenti complementari e mai dati una volta per tutte. Il gruppo, come una tenda da campo, adotta pertanto un assetto variabile, segnato da errori e rimodellamenti, che rammenta la necessità di soluzioni aperte e temporanee, ma soprattutto evidenzia il bisogno del riconoscimento sociale e della partecipazione attiva alla vita della comunità delle donne marginalizzate.

Nell’incontro terapeutico anche le nostre cliniche si trasformano. Le competenze del paziente su malattia e cura sono necessarie al funzionamento del dispositivo di cura stesso e la funzione del terapeuta è data dalla capacità di comprendere e valorizzare il punto di vista emico dell’altro e le sue risorse difronte a nuovi problemi (ad es. l’invio di oggetti attivi dal Paese d’origine, il dialogo con l’Imam della comunità d’arrivo, la connessione con la rete dei connazionali, ecc.) senza farsi portavoce né maneggiare direttamente i suoi strumenti culturali, ma sostenendo, da una posizione concava, la sua narrazione e il suo divenire soggetto politico.

L’idea di uscire dall’isolamento professionale si traduce inoltre con la presenza all’interno di determinate sessioni di gruppo di antropologi, consulenti del lavoro, operatori legali accomunati da un fare pratico- critico che analizzi il funzionamento istituzionale e i rapporti di forza, dentro e fuori i servizi di cura.

 

Note: Il presente articolo è estratto del ciclo di webinar Psiche e Soma: presenza e assenza del corpo nel lavoro terapeutico del 13/9/2021 moderato dal Dott. Paolo Barcucci, Consigliere dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte, nel quale sono intervenuti la Dott.ssa Cristina Carminati (psicologa psicoterapeuta, socia del Laboratorio di Gruppoanalisi, esperta in temi connessi alla violenza di genere, adolescenza e membro della Direzione Nazionale, del Consiglio Direttivo di Sede, e docente di Teorie e metodi dell’osservazione nei gruppi per la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG di Torino) e il Dott. Enrico Tuninetti (psicologo psicoterapeuta, socio del Laboratorio di Gruppoanalisi di cui coordina l’area migranti per la sede di Torino, esperto in clinica transculturale di adulti e minori, gestisce il sostegno psicologico per donne straniere all’interno di un servizio SAI e svolge l’attività professionale con pazienti richiedenti asilo politico).

 

Bibliografia

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Van Gennep A., I riti di passaggio, tr, it. Feltrinelli, 2012, Milano Gramsci A., Lettere dal carcere, Einaudi, 1947, Torino

La fai facile tu!
Paola Marinelli

In questo contributo l’autrice desidera condividere con il lettore l’esperienza di conduzione di un gruppo gruppo-analitico ad alta processualità terapeutica, durante il periodo delle restrizioni a causa della pandemia da Covid19. L’autrice si domanda se rinegoziare la propria appartenenza formativa, da una dimensione ortodossa e concedersi di andare in discontinuità con essa, possa ritenersi la trasgressione di un mito oppure un fattore terapeutico inusuale. Qual è il senso di legittimarsi a desaturare una matrice formativa, per transitare verso una discontinuità? Cosa significa assumere la responsabilità della cura? Il conduttore rappresenta il filo rosso che passa tra le maglie di quelle vite, cercando di ampliare le loro possibilità simboliche e di esplorazione delle radici identitarie, permettendo la visualizzazione dello spazio gruppale mancante e delle relazioni inconsce appartenenti al lavoro terapeutico di gruppo.

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1. Premessa

L’inserto “Salute” del Corriere della Sera del 23 settembre 2021, titola a caratteri cubitali “Psicoterapia come individuare quella più adatta” Il giornalista Danilo Diodoro, nel dossier, intervista Paolo Migone (psicoanalista) e Bruno Bara, (cognitivista) sulle caratteristiche salienti dei due approcci, concludendo che in realtà, se l’approccio è corretto, la sofferenza psichica dell’utente, ne trarrà comunque un beneficio. Inoltre, sostengono gli intervistati, che la persona del terapeuta è sicuramente centrale rispetto all’approccio teorico-metodologico di riferimento. Il giornalista conclude l’articolo affrontando con i due terapeuti il tema dell’efficacia della psicoterapia. “Fino a qualche anno fa la bilancia pendeva dalla parte della terapia cognitivo-comportamentale, ma “da quando il movimento psicoanalitico si è impegnato nella ricerca empirica emerge sempre più chiaramente che la terapia psicodinamica non è inferiore all’altra. Anzi è dimostrato che spesso chi segue una terapia psicodinamica, ha meno ricadute e soprattutto continua a migliorare anche dopo la fine della terapia stessa, dal momento che il paziente ha fatte sue alcune funzioni psicologiche che poi crescono autonomamente” (P. Migone). D’altro canto “la vera grande prova di efficacia della terapia cognitiva risiede nell’appoggiarsi costantemente agli avanzamenti della scienza, nella sua possibilità di cambiare idea se qualche ricercatore trova nuove strade, nel non dover a tutti i costi trovare negli scritti dei grandi maestri intuizioni che giustifichino una teoria innovativa. Nel Dossier, si legge ancora che di recente, molti psicoterapeuti tendono a definirsi “eclettici”, ossia sentono di poter utilizzare tecniche appartenenti ad approcci teorici differenti, associando così varie forme di psicoterapia, a seconda dei bisogni di ogni singolo paziente e di ogni specifico momento della relazione terapeutica. Secondo il dottor Bara una metodologia forte di riferimento è indispensabile altrimenti la psicoterapia diverrebbe un dialogo superficiale che rischierebbe di essere se non dannoso, nemmeno risolutivo. Ritiene spregiudicato l’impiego di tecniche specifiche, nel senso “di utilizzare qualunque cosa funzioni, che piaccia al paziente e che convinca il terapeuta”. Secondo Mingone non è corretto usare il termine “eclettico”, che potrebbe voler dire che il terapeuta non è in grado di collegare bene la teoria alla tecnica o che non ha una buona conoscenza della teoria” quindi sarebbe più corretto dire che “i terapeuti di ogni orientamento praticano una terapia che può sembrare eclettica, nel senso che, se sono bravi, sanno adattare la tecnica ai bisogni del paziente”. A partire da questo contributo, chi scrive si è interrogata su quali mitologie reggano il lavoro terapeutico di matrice psicodinamica e cosa abbia significato per lei rimodulare il setting nei confronti dei mutamenti sociali che la pandemia da Covid 19 ha imposto e se ciò possa definirsi tout court “ecletticità,” un atto di creatività terapeutica oppure una scelta consapevole tesa a sostenere e facilitare il processo terapeutico del gruppo in una fase d’impasse dello stesso.

2. Oltre il mito verso un possibile cambiamento

Nel pensiero filosofico il mito è inteso come discorso che non richiede o non prevede dimostrazione, fu per questo contrapposto al lògos, nel senso di argomentazione razionale. La narrazione mitica vive quindi la soggettivizzazione della realtà esterna e l’oggettivizzazione del mondo interiore. Per effetto di questa saldatura, in ogni mito è possibile leggere una determinata fase di sviluppo della coscienza sociale collettiva. Nell’affermare che il mito è una narrazione sacra s’intende considerarlo verità di fede ed attribuirgli un significato religioso o spirituale. In tal senso, il tempo mitico è dunque anche un tempo ciclico, dove tutto si ripete, dove il futuro ricalcherà le orme del passato. “La Psicoanalisi è una disciplina che, sin dai suoi primordi e soprattutto a livello teorico, fa un uso assai ampio del mito, delle fiabe e di altri elementi della cultura e del folklore popolare. Da ciò ne consegue che in molti studiosi è maturata a poco a poco la convinzione che la Psicoanalisi in sé sia una disciplina “mitica”, ovvero costituisca essa stessa, più che uno strumento più o meno valido per interpretare la psiche, una fonte d’attività mitopoietica, o in senso lato una dottrina “ideologico- religiosa” (Sciacchitano 2017). Non è assolutamente nelle intenzioni di chi scrive, entrare nel merito del dibattito filosofico su quello che alcuni hanno definito come statuto “mitico” né interessa scegliere, in questa sede, se considerarla attività conoscitiva più che valida, oppure come una metodologia monolitica ed indiscutibile. È più utile riflettere, su come sia possibile, per molti, poterla concepire come guida e non come dogma. “Comprendere il nostro tempo significa cercare di interrogare il divenire dell’umanità in perenne e rapida evoluzione. che tende a fare di noi delle macchine banali ripiegate su se stesse a causa dell’angoscia. La natura della nostra identità non viene insegnata nelle nostre scuole e quindi non è riconosciuta dalle nostre menti. Tutti gli elementi utili per riconoscerla sono dispersi in innumerevoli scienze, ma anche nella letteratura, che nei suoi capolavori rivela le complessità umane” (Morin, E.2020) e dunque poter attingere ad esse, non solo è utile, ma necessario. L’esistenza dei fatti e della “realtà” pertanto, non può essere ignorata, riparandosi dietro argomentazioni “idealistiche” di vario tipo, al fine di salvaguardare un punto di vista scientifico: i fatti esistono ed hanno un peso sulla nostra esistenza. In tale ottica ci si deve sentire liberi di andare oltre i “modelli” in larga parte interpretativi, soggettivi e pre-costituiti, consentendosi di ampliare lo sguardo verso un possibile cambiamento.

Secondo questa prospettiva si può affermare che “non tutti i mali vengono per nuocere” anche se, nel caso della pandemia da Covid 19, può sembrare aberrante! Eppure anche da questo disastro globale, si sono potuti osservare, alcuni cambiamenti nelle abitudini, nei modi di essere, che sono stati indirettamente, da essa favoriti. Per esempio, nel nostro campo, si è assistito ad una graduale “demitologizzazione” del modello psicoanalitico ortodosso. Possiamo timidamente ipotizzare, di aver tratto da questa drammatica esperienza, un valore euristico inaspettato: una presa di coscienza che è poi divenuta un momento riflessivo in grado di aprire le porte ad opportunità che ci hanno condotto a percorrere strade mai esplorate in precedenza. Dal punto di vista professionale soprattutto molti di noi hanno preso consapevolezza che nel seguire “le orme del padre o della madre” cercando di non deluderne le aspettative si erano privati della possibilità di sperimentare altro. Come se si fossero aperte delle nuove vie di accesso tali da consentire alla nostra psiche la possibilità di legittimarsi a sperimentare il nuovo. Molti professionisti “psi” mostrano numerose resistenze al cambiamento, proprio come i loro pazienti. Non infrequentemente, appare problematico, se non impossibile, condividere con essi progetti terapeutici perché considerati bizzarri o scambiarsi informazioni sui pazienti. L’intento è allora di poter riflettere ulteriormente sull’esperienza dell’autrice, gruppoanalista, passata repentinamente dalla presenza al remoto, che ha tentato di comprendere meglio alcuni transiti che l’hanno vista, come conduttrice “anziana/esperta,” di due gruppi, sperimentare un modo diverso di condurli. Il pensiero creativo si manifesta in modalità spesso molto diverse tra di loro e dipende dai contesti e dalle situazioni in cui ci si trova. Le neuroscienze lo studiano da molti anni collegandolo con la mente del soggetto che lo ospita e ne hanno dedotto che la mente creativa è il frutto di una serie di processi mentali e di relais neuronali complessi, la cui definizione è tutt’altro che semplice o schematica. Sinteticamente però si può affermare che le difficoltà, gli imprevisti o gli impedimenti, ne stimolano, ne favoriscono l’emersione. Ed infatti davanti alle misure poste in essere dal Governo, in contrasto alla pandemia, si è reso necessario individuare delle strategie alternative per continuare ad incontrare i nostri pazienti. All’inizio è come se la terapeuta si percepisse libera e soddisfatta di aver individuato una soluzione: si poteva, tutti lo stavano facendo; condurre sedute individuali, ma anche gruppi da remoto! Poi con qualche incertezza iniziale, si è vista scrivere i report delle sedute di gruppo, arricchirli di riflessioni, di commenti, di note psicologiche, gruppoanalitiche, ma anche di natura pedagogia e letteraria.

Questi protocolli, così stilati, erano inviati ai membri del gruppo, la sera prima della seduta successiva. Con il tempo, grazie alla possibilità di condividere con colleghi del Laboratorio, di cui è membro, non solo la possibilità di continuare le terapie da remoto, ma anche esperienze cliniche, ha gradualmente trovato il coraggio di raccontare/condividere, quello che stava sperimentando. Il lavoro gruppo analitico progredisce attraverso una concatenazione di domande e di risposte, di racconti che i pazienti si fanno in un percorso sempre più consapevole di se stessi. Il declinarsi del processo terapeutico quindi non è solo nella spiegazione del terapeuta quanto piuttosto nelle domande dei membri del gruppo, e di un ascolto empatico da parte di tutti. Si tratta di un procedimento che lascia spazio alla creatività, alla riflessione utile perché ognuno possa fare nuove esperienze di sé, dell’altro e della propria relazione intersoggettiva con l’altro. Le storie si intrecciano, le esperienze si condividono, i legami si rafforzano e dalle storie individuali si transita a quella che viene chiamata la storia del gruppo. Ma cosa accade quando questo processo sembra interrompersi? Quando la domanda sembra essere unica e univoca: ho un problema risolvetemelo! Quando lo scenario è pervicacemente ancorato al “lì e ora” e la richiesta implicita sembra essere solo quella di far presto? Quando la riflessione, la creatività e l’elaborazione non trovano più nel gruppo uno spazio di confronto, ma di delega?

Il gruppo al quale ci si riferisce è definibile ad avanzata processualità di funzionamento; è a lento ricambio, e dunque più volte rifondato. Non è stato pensato intenzionalmente come monogenere, anche se in fasi alterne del suo percorso lo è diventato. Al momento della chiusura pandemica era composto da otto membri tutte donne, tre delle quali avevano verbalizzato un progetto di conclusione, dopo un lungo percorso. Per quanto riguarda la terapeuta, conduce gruppi dal 1990 e fino al marzo 2020, considerava la psicoterapia on-line come “qualcosa che non si fa”, ma sarebbe più opportuno dire che non la considerava affatto. Una telefonata serale con un collega, improvvisamente apriva uno scenario diverso e possibile: lui ma anche molti altri si erano organizzati per condurre le psicoterapie sia individuali che di gruppo attraverso Skype e successivamente, con l’aiuto di un altro collega si accedeva all’universo della piattaforma Zoom. I successivi incontri prima settimanali poi quindicinali e mensili svolti con i colleghi romani, ma anche con quelli di altre sedi regionali, definiva sempre più la possibilità di sentirsi parte di un grande gruppo, che proprio come per i pazienti, rappresentava il luogo, lo spazio dove condividere esperienze umane e professionali e dove si era tutti legati, uniti dagli stessi dubbi, problemi, bisogni, timori, desideri. Incontri preziosi! E dunque gradualmente, diveniva possibile la psicoterapia on-line, e nel giro di sei mesi circa (dopo un breve transito delle sedute di gruppo e individuali, effettuato nei mesi di giugno e luglio, nel giardino dello studio), si creava nello stesso uno spazio a norma di legge tra un paziente e l’altro,   dotandolo anche di una nuova webcam che riprendesse la totalità della stanza e quindi dei membri che l’occupavano durante le sedute di gruppo; nonché di un microfono ambientale che permettesse a chi era connesso di sentire più nitidamente.

Già perché a settembre si riteneva possibile, anche ibridare il setting on-line e quello in presenza con la possibilità di avere alcuni pazienti in studio ed altri connessi, a causa di forzati isolamenti. Da non credere!!!!! Non è questo il luogo ove dibattere delle caratteristiche specifiche della psicoterapia in presenza e di quella da remoto analizzandone affinità e disaffinità, né tantomeno pensarle in termini competitivi per tale motivo, non essendo formati sul campo a questo tipo di pratica la si considera oggi come un’opportunità sulla quale, a valle della stessa, si è   cercato di documentarsi e di porsi delle domande alle quali non si ha assolutamente la presunzione di aver risposto, quanto piuttosto il desiderio di lasciarle aperte in virtù non solo di una condivisione con il lettore, ma con l’obiettivo di mantenersi sempre vigili e attenti, senza dare nulla per scontato nei confronti dei pazienti e della responsabilità sentita nei loro confronti. “L’analisi non è un’esperienza che é possibile progettare e pianificare. In una stanza, accadono degli eventi tra due persone e il significato di tali eventi discusso, compreso. Gli analisti apprendono di più su se stessi partecipando alla “danza” in quel momento. Il grado di “vitalità” dell’analista può dipendere dalla sua disponibilità e abilità all’improvvisare, ed essere improvvisato dall’inconscio della relazione analitica” (Gabbard 2016). Si condivide quanto scritto da Gabbard, non solo perché partecipare alla “danza” è tra le indicazioni di Foulkes (il terapeuta è uno del gruppo con maggiori competenze) ma anche perché, “dai propri pazienti si impara”. Per questo si ringraziano per aver avuto fiducia nella terapeuta accettando le variazioni del setting che nel corso della pandemia ha loro proposto.

3. Perché scrivere e condividere?

Il lunedì 9 marzo 2020 a causa di un raffreddore la conduttrice ritiene opportuno posticipare il gruppo, che solitamente si tiene il lunedì, al giovedì successivo: la domenica sera era stata trasmessa la prima di una lunga serie di Conferenze Stampa del Presidente del Consiglio, con la quale si annunciava un stato di allerta e le prime restrizioni. Pertanto scrive sulla chat del gruppo senza sapere che, quella comunicazione avrebbe dato inizio ad un lungo rapporto epistolare con i membri del gruppo. Rileggendo oggi quelle righe traspare il livello di ingenuità o forse di “negazione” che non lasciava presagire quanto stava incombendo su tutti noi. Infatti comunica solo uno slittamento della seduta funzionale al passaggio del “picco pandemico” concludendo la comunicazione con un “abbraccio virtuale.” (Normalmente, chi scrive, non abbraccia i pazienti, né ne avverte la necessità; eppure quel divieto che è stato appena imposto, il famoso distanziamento sociale, provoca una reazione inaspettata: il desiderio di un contatto fisico con loro).

Il 18 marzo invia ancora un’altra chat nella quale sostanzialmente fornisce dei suggerimenti tecnici per potersi collegare e così il giorno successivo, si fa una prova del gruppo su Skype fissando per il 23 marzo una seduta vera e propria. In realtà anche “la seduta di prova” verrà vissuta come “la seduta”: rivedersi anche se in piccoli tondini, i propri piccoli universi che si spostano sullo schermo, genera una grande gioia. Inoltre ci si esorta ad impegnarsi per continuare a rendere possibili le connessioni, “perché in un momento come questo, è importante non perdersi.” La sera del 19, dopo aver letto i commenti in chat anche la terapeuta avverte il desiderio di condividere le sue sensazioni…. “avevamo saltato solamente un gruppo… eppure avevo la percezione che fosse passato un tempo molto più lungo, anche più lungo delle consuete pause natalizie ed estive. “È come se vi percepissi in una sorta di dissolvenza…… Mi sono chiesta perché: ipotizzo che ciò si possa ricollegare, oltre che alla mia ingessatura, che mi rallenta e limita, a questo tempo sospeso in cui si sta vivendo; a questa incertezza che attraversa tutti e alla quale ognuno reagisce a modo suo. Una dimensione che oscilla tra angoscia e solitudine, consapevolezza e negazione; dolore e voglia di vivere; rigore e incoscienza. Un tempo dilatato che ci obbliga ad un isolamento coatto. In questa situazione surreale, che mai si sarebbe pensato di vivere, si può resistere e continuare ad esistere, nonostante le immagini dei corpi di chi non ce l’ha fatta, portati via dai camion militari e quelle dei cittadini che cercano di reagire all’isolamento e all’orrore, cantando e suonando da una finestra ad un balcone, da un cortile ad un ballatoio. Si riuscirà ad uscire, perché se ne uscirà, da questa emergenza, ma si spera con una nuova consapevolezza; se così sarà, questa sofferenza non sarà stata vana.

Ma intanto questo tempo deve passare, ponendo le basi per questo nuovo domani. Non dobbiamo permettere, anche se isolati, che il tempo viva al nostro posto: una sorta di pre-coma. Possiamo e dobbiamo vivere questo tempo essendone comunque protagonisti, continuando a tenere ben saldo in mano il timone della nostra esistenza. Poter trovare il modo di riscoprire parti di noi stessi soffocate dal fare e dal pregiudizio, rinunciando alla cristallizzazione di alcune nostre percezioni che rischiano di imprigionarci nelle nostre a volte narcisistiche posizioni. In attesa di come sarà il dopo, perché dunque anche noi si possa continuare ad esistere come gruppo, non in dissolvenza, ma in primo piano, è cruciale riconnettere i fili delle nostre relazioni interpersonali e riprendere a tessere l’ordito della storia gruppale attraverso cui poter realizzare nuove trame per ognuno e che non vengano “guastate” di notte come la tela di Penelope. Stasera abbiamo ripreso in mano il telaio e rimesso in sesto l’arcolaio…” Seguono sempre in chat, commenti ulteriori su quanto sia stato bello e giusto potersi rivedere e ringraziamenti per la decisione di progredire on-line che fa loro percepire che la conduzione è salda, che il gruppo esiste e non si disperderà. Il 30 marzo 2020 ufficialmente ha luogo la prima vera seduta on-line. Al momento la conduttrice non sapeva dare una risposta al perché avesse sentito l’esigenza di unire la sua, al coro delle voci del gruppo. Era infatti dai lontani tempi della supervisione che non stilava una memoria delle sedute del gruppo. Successivamente lo aveva fatto l’osservatore e, soprattutto si condividevano solo nell’équipe clinico didattica.

E allora perché? Non sa ancora se ciò derivasse dal passaggio al remoto, questa nuova modalità nella quale ognuno di noi è collocato in un rettangolino/ cerchietto che ogni tanto si sposta sullo schermo, appare e scompare per poi ricomparire. Sta di fatto che non solo avverte l’esigenza di scrivere, di fermare alcuni punti che riguardavano la seduta, ma anche la necessità di condividerli con i membri del gruppo. In quel momento sia dentro che fuori era come se la vita apparisse come una scala piena di chiodi, di schegge, di assi sconnesse, (tali erano le vicende personali che nel corso di due anni avevano investito la vita delle partecipanti, e adesso poi, la Pandemia veniva a fare il resto!) Ma non ci si poteva fermare bisognava continuare a salire: alcuni pianerottoli erano stati raggiunti, si erano voltati degli angoli, raggiunte mete, ma ecco nuovamente il buio che non lasciava intravedere neanche uno spiraglio di luce. Forse è come se la distanza impedisse il contatto emotivo …ma non bisognava perdere coraggio, non si poteva tornare indietro, non ci si poteva fermare, o peggio cadere proprio adesso.

Rileggere queste righe fa pensar che la “dissolvenza” percepita e citata, in realtà appartenesse al timore che il gruppo, passando all’online, potesse vedere accentuata questa implicita delega al conduttore di trasformarsi in un “risolutore di problemi.” Il gruppo ha rappresentato per tutte un grande punto di riferimento, una barca tanto attesa che li potesse trarre in salvo, ma che, se priva di nocchiero, era destinata alla deriva. Ci sono momenti in cui la solitudine diventa più buia e ci si sente abbandonati, incapaci di far fronte alla tempesta. Il gruppo, in questo frangente è come se mostrasse più nettamente, o è il conduttore maggiormente in grado di accorgersene, il suo essere come alieno e confuso; una sorta di naufrago in un oceano nel quale non è più in grado di remare. Questo esistere del gruppo che perdura da qualche anno, più per assenza, come il vuoto, facendolo percepire inadeguato, come un’ombra che non può legittimarsi a pensare di essere quella persona che proietta la sua ombra, è inquietante. Dopo qualche giorno una paziente, connota la chat del gruppo con un’immagine che rappresenta una clessidra: nell’ampolla superiore è ritratto il sole in quella inferiore un fiorellino (una margherita). Il sole rivolgendosi alla margherita le dice “per un po’ dobbiamo rimanere soli” e la margherita gli risponde “la fai facile tu!” L’autore di queste vignette Fabio Magnasciutti.

Qualche giorno dopo ne invia un’altra in chat: c’è sempre il sole in alto a sinistra, in basso a destra una talpa che sbuca con la testa dalla terra e si rivolge a lui dicendo “facciamo così, io ci metto il tunnel e tu la luce in fondo ok?” Trascorrono due mesi in cui la conduttrice si domanda se l’invio dei protocolli, (una risposta all’invito “della talpa?”), non possa considerarsi come “anticipatorio” o “un narcisismo” del terapeuta rispetto ad un processo elaborativo non ancora maturo. I membri del gruppo sembrano ignorarli almeno fino alla prima seduta di maggio. Dopo circa un mese e mezzo che le sedute di gruppo si tengono con la modalità on-line e che ne viene stilata una memoria ragionata e condivisa con le pazienti, finalmente vengono prese in considerazione e quindi la seduta ha un altro tenore. Rileggendo ora i protocolli emerge sullo sfondo, il momento storico e sociale eccezionale che il gruppo, ma in realtà tutti, stavano attraversando così esposti ad un immane pericolo e quanto quest’ultimo stesse prepotentemente influenzando le dinamiche, entrando dall’esterno, all’interno del gruppo rischiando di essere un elemento fortemente saturante e quindi potenzialmente paralizzante, qualsiasi processo evolutivo e trasformativo. Questo rischio forse non si concretizza nel momento in cui questa dinamica di saturazione e paralisi viene in sequenza riconosciuta, rifiutata e poi svelata dalla terapeuta al gruppo che, come colpito da uno schiaffo, riprende conoscenza ed apre gli occhi. Si riescono a mettere a fuoco gli avvenimenti emotivi e le soggettualità che irrompono con tutto il loro dolore, nella matrice dinamica, in un palcoscenico intimo.

Si riesce ad esprimere la rabbia; viene chiesto di “abbassare il tiro.” In realtà non s’intende colpire nessuno, si desidera solo spiegare, segnalare il pericolo che questa navigazione, come espresso anche da un membro del gruppo, s’incagli pericolosamente. Forse è proprio in questa seduta che la terapeuta inizia a comprendere meglio la motivazione che l’ha spinta a variare la sua conduzione. Osserva che questa nuova modalità di incontrarsi ha favorito l’opportunità di attuare qualcosa che riteneva dovesse essere fatto molto prima dell’emergenza Covid 19. Ipotizza infatti, che dopo la conclusione del percorso di tutta la componente maschile, il gruppo abbia subito una sorta di mutazione e che abbia attivato, rispetto al tema del cambiamento una sorta di resistenza nell’approfondire il conflitto intrapsichico e quindi che lo stesso abbia reso difficile so-stare al suo interno, sia individualmente che in gruppo. Come se questa “perdita” avesse rallentato, in alcuni momenti anche impedito, scendere in profondità per osservare i sistemi relazionali più conflittuali. Sembra impossibile scavare, approfondendo, giungendo poi alla comprensione delle matrici di appartenenza che le hanno in qualche modo determinate e che le sostengono. S’impedisce la visualizzazione delle proprie modalità e l’ambivalenza tra il bisogno di mantenere una continuità, rispetto alla simbolizzazione affettiva prodotta dai sistemi familiari e l’esigenza di dare un nuovo significato a questa stessa simbolizzazione, attraverso la propria naturale impronta creativa. Ora questa ambivalenza nel momento in cui il gruppo ha cambiato assetto, divenendo monogenere, ha fatto sì che il dialogo con i personaggi del proprio mondo interno, che man mano emergevano attraverso la relazione con l’altro, in assenza di un maschile incarnato, si modificasse. La rilettura dei protocolli rimanda alla necessità del gruppo di percepirsi più unito e bisognoso di conferme e di continuità proprio come contro reazione al rischio di frammentazione del fuori. I confini risultano labili poco chiari e forse invasi da altri. Quindi è preferibile non affrontare conflitti. Pertanto, come accade ai cammellieri nel deserto, che si accovacciano dietro i propri cammelli, anch’essi accovacciati, in attesa che passi la tempesta di sabbia, si rimane immobili, producendo una sorta d’idealizzazione del luogo terapeutico e del gruppo stesso, rendendolo così un contenitore dove portare la propria sofferenza senza però volerla e poterla toccare, dinamica favorita dal contesto pandemico che si stava vivendo.

4. Riflessioni conclusive

La possibilità di fruire di una restituzione ragionata, di ciò che accadeva nella seduta, ivi compresi i pensieri del conduttore, s’ipotizza possa aver consentito il riappropriarsi del lavoro di rielaborazione soggettiva delle storie individuali e delle relazioni tra i membri del gruppo, compreso il conduttore. In questo processo la terapeuta (lei stessa donna) comprende di essersi lasciata coinvolgere investendosi della responsabilità di “risolvere” questioni, più che favorirne l’elaborazione. Quando la visione di ciò che accadeva è divenuta più evidente, favorita dal passaggio all’online, certe dinamiche si erano consolidate, sembrando a volte dei macigni che impedivano qualsiasi movimento elaborativo. Infatti queste sofferenze, queste ansie e queste angosce abbandoniche a monte del processo gruppale, nella situazione che si stava vivendo (isolati nelle proprie case e pervasi da una reale angoscia di morte) si esaltano e si rendono più visibili perché esacerbate. Ecco allora che il terapeuta sente e si consente che non è più procrastinabile indugiare: non sono solo i suoi pazienti con i loro affetti ad essere in primo piano, ma anche l’umanità in cui si svolge questa vicenda emergenziale e quindi lei stessa. Percepisce allora che si corre un rischio enorme: consentire al sociale di prendere il sopravvento e decidere l’espressione del sintomo da cui sembra impossibile separarsi. E questo è il timore (la dissolvenza citata dalla conduttrice dopo quel giovedì 19 marzo). E dunque, come nel tentare il salvataggio di un bagnante che sta per annegare, si debba, a volte, “colpirlo” per trarlo in salvo, decide di non colludere più con il gruppo lasciandosi coinvolgere solo dalle storie dolorose raccontate.

L’assunzione di un ruolo più attivo e di guida da parte della stessa, può anche essere letto nel significato metaforico delle vignette di Magnasciutti postate nella chat da una paziente del gruppo. La conduttrice porta l’interno all’esterno, rappresentando un movimento che si contrappone quindi ad un esterno che vuole prendere il sopravvento sull’interno: mostra un interesse/investimento affettivo nel condividere i propri pensieri al di là dei limiti previsti dal setting, frustrando così il vissuto d’impossibilità a reagire in modo creativo/evolutivo di fronte ad un cambiamento. Il messaggio è: la conoscenza rende autonomi, potete farcela da soli. Infatti, condivide un elaborato scritto, nel quale i contenuti sono netti, ma espressi delicatamente, una sorta di “dietro le quinte”; non sono interpretazioni fatte durante la seduta, ma sono riflessioni sulla seduta stessa date ad ogni singolo componente del gruppo attendendo che il gruppo stesso le rielabori e le discuta durante la seduta successiva: “vi mostro la strada, ma voi dovete percorrerla “. Così la terapeuta “tende verso” il gruppo e contrasta il pensiero circolante che la distanza (assenza) del corpo maschile, ma ora anche quello di tutti i partecipanti, compresa lei stessa, rimandi ineluttabilmente ad una distanza vissuta anche come “assenza” della mente. Nonostante la resistenza, pazientemente attende che il gruppo esca da una condizione di “sospensione” per andare verso un’altra dove è possibile l’incontro e lo scambio dei racconti condivisi cercando poi di andare in profondità. Rinegoziando con la sua appartenenza formativa, da una dimensione ortodossa dell’intendere la gruppoanalisi, al concedersi di andare in discontinuità con quanto aveva appreso, non certo rinnegandolo, ma legittimandosi a desaturare una matrice formativa per transitare da “un Idem ad un Autos”. Rinunciare ad un mito per dare spazio al logos oggi può considerarsi un passaggio evolutivo oltre che creativo.

Nella convinzione che l’aprirsi ad un maggior grado di trasparenza, intimità con il gruppo si sia configurato come, un fattore terapeutico importante, favorito dal periodo di chiusure imposto dalla pandemia, si è inteso apportare un cambiamento di setting condividendo con il gruppo memoria e riflessioni sulla seduta. Che ruolo ha svolto il report condiviso? Un tentativo di facilitare una doppia elaborazione per i singoli e per il gruppo? La compensazione/sostituzione di un corpo mancante e fuori campo? Uno stimolo a reagire al tempo dilatato e sospeso come quello di un letargo? Uno scritto posto al centro del gruppo e del setting una sorta di “oggetto transizionale” che cerca di ridare ad ognuno memoria e storia anche recente? Un modo di ricordare che in quell’uno esiste una complessità, il terreno per poter accedere a nuovi mondi seppur spaventosi e perturbanti? Un modo di affrontare quel tempo dilatato, quel fuori che risulta fermo, in cui predomina il presente, come un trauma che satura tutto lo spazio e rende poco pensabili, offuscati sia il passato ch   il futuro? Il timore della terapeuta che in un momento di forte precarietà e instabilità, come in un mare in tempesta, il gruppo rischi di sprofondare senza nemmeno averne la percezione? Eppure proprio nella tempesta che imperversa si può cogliere un’occasione per elaborare questo trauma. Scritti che servono per riattivare una sensibilità; mezzi atti a riportare nella dimensione gruppale elementi che rischiano di rimanere inenarrati, privi di una loro storia. Anche attraverso le vignette postate in una dimensione quindi simbolica, il gruppo si consente di esprimere le proprie fragilità: ha bisogno come di un terzo, donato dalla conduttrice, per poter esprimere a parole la propria angoscia. Un terzo che però rischia di essere troppo sollecitante e richiedente, rispetto alla capacità di metabolizzazione del gruppo in quel momento storico che stava attraversando. È per questo forse che rischia di ammutinarsi anche se al contempo, inconsapevolmente, chiede proprio questo. E dunque dopo una sorta di “immobilità,” nell’attesa di essere salvato, si compatta, si coalizza, si chiude, ma poi reagisce.

 

Note: In seguito alle restrizioni indotte dalla Pandemia, è iniziato all’interno del Laboratorio di Gruppoanalisi un percorso che si è articolato in due grandi gruppi: Psicoterapeuti in cambiamento e Psicoterapia di gruppo Online. Quest’ultimo si è articolato secondo una serie di incontri inizialmente settimanali, (in seguito mensili) che hanno visto 50 colleghi suddivisi in tre sottogruppi che si sono incontrati settimanalmente per due ore, coordinati da due conduttori e alla presenza di un osservatore che ne stilava il report. Mensilmente, i sottogruppi, si sono visti in large group, condividendo riflessioni emerse nel sottogruppo. Si ringraziano gli allievi 3° anno 2021 della Sede di Roma della scuola di specializzazione in psicoterapia della Coirag : dott.ri Ascani, F. – Carpentieri, C. – Danieli, G.- Doro Buffa, L.- Ferri, C.- Ferruzzi, C.- Leopardi, C.- Lupi, M. – Manso S. – Principe, G.- Squillacciotti, S .- Tacchi, A .- Tsekou, D. – Zampogna M.C. per la ricchezza dei loro contributi verbali e scritti frutto di un proficuo e prezioso lavoro effettuato su alcuni protocolli ai quali si fa riferimento nel testo.

 

Bibliografia

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Interviste

Franca Olivetti Manoukian
Intervista a cura di Ugo Corino

Franca Olivetti Manoukian Psicosociologa Membro fondatore dell’APS di Milano (Studio di Analisi Psicosociologica) svolge da anni attività di consulenza per la riprogettazione e la formazione nel settore dei servizi. Recapito: Studio APS – via San Vittore 38/a – 20123 Milano – tel. (02) 4694610 – studioaps@studioaps.it. Conosco Franca Olivetti Manoukian e lo Studio di Analisi Psicosociologica di Milano sin dalla sua fondazione. Eravamo intorno agli anni ‘70 del secolo scorso e iniziai a frequentare prima una serie di seminari residenziali a Castelfranco Veneto con Angelo Riccio (si chiamava allora EFP – Educazione Formazione Permanente) per poi articolare la mia formazione in ambito psicosociologico tra lo studio APS di Milano e l’Arip (Association pour la Recherche et l’Intervention Psychosociologique) di Parigi. Frequentazione ricca e di grande spessore culturale dove l’approccio psicosociologico era applicato alle organizzazioni-istituzioni sia nell’ambito dei Servizi che delle organizzazioni Aziendali.

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CORINO: Uno degli interrogativi che ci siamo posti è che fine ha fatto il gruppo.

Non solo il gruppo come strumento di lavoro, apprendimento o terapia ma proprio il gruppo come elemento costitutivo, per dirlo alla J.C. Rouchy come un incorporato della cultura2 . Pensando alla mia storia il gruppo è stato un elemento costitutivo, oggi è molto più difficile che lo sia.

Vorrei chiederti, sulla base della tua esperienza, cosa pensi del gruppo sia come matrice socio-culturale, vale a dire come evento fondativo dell’identità e dell’appartenenza dei singoli, sia ancora come strumento di lavoro.

Successivamente vorrei soffermarmi sulla tua esperienza con i giovani, so che te ne occupi parecchio lavorativamente. Anch’io me ne occupo in particolare nelle comunità terapeutiche, sono molto amareggiato, perché molte C.T. sono un disastro e buona parte della neuropsichiatra di matrice psicodinamica si è disciolta come neve al sole. Anche come assetto organizzativo sono saltate le equipe, la formazione, le supervisioni. Mi interessava recuperare la tua esperienza.

OLIVETTI MANOUKIAN: Iniziando dal tema gruppo, come premessa, penso che fare discorsi generalizzando non va mai bene. Dovremmo cercare di circoscrivere.

Il mio osservatorio è legato ai Servizi, essi sono dentro le perturbazioni che si legano anche alle situazioni degli anziani e degli adolescenti.

C’è molto movimento, correnti, contraddizioni, attese non corrisposte. C’è, per quello che posso vedere io, un sentimento di delusione, di perdita, mentre anche negli anni scorsi c’era tensione, ma c’era sempre l’idea che questi Servizi continuassero a funzionare. Adesso è come si dicesse facciamoli fuori perché tanto non funzionano ….

CORINO: c’era quel tuo vecchio articolo su Quanto è sociale il lavoro nei Servizi?3. Avevo trovato centrale la tua osservazione sullo stato d’assedio dei Servizi e sull’assunzione della delega circa la soluzione dei problemi.

OLIVETTI MANOUKIAN: c’è da parte degli operatori una difficoltà a posizionarsi, come se non sapessero più ricostruirsi un’identità professionale nel momento in cui si allontanano dalla collocazione in un posto, una professione che ha delle caratteristiche che ormai sono superate. Anche l’organizzazione del lavoro non funziona, è frammentata.

La questione dei gruppi si colloca all’interno di questi movimenti. Da una parte anche nei Servizi gli operatori non riescono a prendere distanza da una posizione molto individualista.

Non si fa differenza tra individuo e soggetto.

L’individuo è l’esemplare di una specie: puoi dirlo di un animale, di una pianta, di  una persona.

Il soggetto è qualcuno che una storia, desideri, attese, qualcuno che ha una realtà psichica, relazionale, sociale. Se si tratta di interagire positivamente, costruendo delle modalità di vita accettabili, vivibili, si deve interagire con i soggetti. Se tu invece interagisci con individui è come se ti immaginassi di poterli collocare nella rete, o nell’assetto o nella gabbia o nell’inquadramento che sembra migliore, il più adatto per realizzare un intervento. Ma in questo modo mortifichi le  dimensioni creative, inventive mobilitanti delle persone e finisci col mettere in moto una realtà organizzativa e lavorativa, ripetitiva.

CORINO: cosa è successo che ha spostato l’asse tra soggetto e individuo?

OLIVETTI MANOUKIAN: un impulso forte in questa direzione l’ha data l’idea che i Servizi dovevano dare profitto, essere redditizi.

La 502 e 517 sono due leggi che dovevano regolare le Aziende Sanitarie, si sono distribuite su tutte le organizzazioni pubbliche: le amministrazioni locali e tutta l’area dei Servizi Sociali.

Hanno cominciato a inserire il calcolo numerico delle prestazioni. È stata una follia, non so se intenzionale o meno, (in fondo delle persone che stanno male cosa ce ne importa); sta di fatto che anche l’esito per i singoli professionisti si sono rinchiusi nel loro posto di lavoro, con una responsabilità legata solo alla professione (il segreto professionale, la privacy, ecc).

È un metodo organizzativo molto tayloristico, che va verso un ritiro in termini individualistici. E quindi è come se avesse fatto perdere mordente al  gruppo. Il gruppo era l’elemento più immediato di cooperazione organizzativa. Ognuno si è allontanato, i legami si sono opacizzati. Ognuno ha pensato che fosse meglio avere dei rapporti con la dimensione organizzativa più che con il gruppo (più con la direzione che con i propri colleghi).

Anche nelle aziende familiari, quelle che vanno da 200 a 5-600 dipendenti, aziende di successo (nel tessile, nel chimico), c’è stata una forte svolta verso la ricerca del profitto. Quando poi c’è stata la crisi e il dover recuperare quanto perso, c’è stato un investimento nella finanziarizzazione e questo ha portato a dare   più spazio e fiducia agli algoritmi che alle persone.

CORINO: Luciano Gallino aveva detto qualcosa rispetto a questa finanziarizzazione e sull’impresa irresponsabile4 …

OLIVETTI MANOUKIAN: vero, ma l’elemento debole del suo ragionamento era che pensava che i sindacati potessero agire. Questo non è successo. È come se ci fosse una saldatura tra tutte le aree, sanitaria, pubblica, dei servizi e delle aziende produttive per andare verso un movimento che tende molto ad esaltare, promuovere, sottolineare, mettere in primo piano le doti del singolo, anche se poi si dice bisogna integrare, cooperare .

Integrare è la nuova parola d’ordine dei Servizi; già ma dopo che hai fatto di tutto per dividere settorializzare, come fai? Verso dove ci è chiesto di andare insieme? Che cosa ci è chiesto di produrre insieme? Il termine Insieme è stato messo molto da parte cosicché il piccolo gruppo è come avesse perso di pregnanza. Era il primo elemento di identificazione collettiva, era il gruppo con cui avevi una quotidianità di interazioni, una immediatezza di scambi. Un passaggio da una identificazione con te stesso, con i tuoi modelli, con il tuo Io ideale, verso il poter fare qualcosa insieme.

CORINO: perché il gruppo sembra essere diventato qualcosa di faticoso; solo di uso strumentale, sto nel gruppo finché mi serve e per quanto mi serve. Non sento più l’appartenenza.

OLIVETTI   MANOUKIAN: si pensa che il gruppo anziché di valorizzarti sia qualcosa che ti depaupera. Quello che conta molto per l’individuo è il riconoscimento. È la domanda della nostra epoca. C’è una richiesta di riconoscimento infinita. Avendo molte meno appartenenze ideologiche e familiari c’è bisogno che l’altro ti dica continuamente chi sei.

L’appartenenza al gruppo viene meno. Se mi dà riconoscimento mi va bene altrimenti vado a cercare un altro gruppo.

L’apparenza viene utilizzata più in modo difensivo che costruttivo. Nell’ambito sanitario ormai è la norma vedi ad es. come sempre più i medici fanno coesione per difendersi da malati e dalle loro famiglie.

Secondo me il grosso interrogativo è se le persone possono fare a meno dei gruppi, ad avere relazioni con gli altri. Penso proprio di no, anche se ad esempio, il distanziamento sociale allenta ulteriormente quei legami soprattutto là dove già erano labili.

Il gruppo della mente è venuto meno ed è più forte l’io. Un po’ di sano narcisismo va bene, ma in tale modo diventa o ci sei tu o ci sono io.

CORINO: ricordo che con M. Sassolas la discussione nel gruppo era anche feroce. Si discuteva sul contenuto, oggi bisogna stare troppo attenti alla relazione. Questa storia, che la relazione pervade tutto e non si riesce a vedere il contenuto è divenuto un vero assillo.

OLIVETTI MANOUKIAN: sì perché secondo me c’è questa attesa spasmodica di essere riconosciuti, visti come qualcuno che è capace, che vale, qualcuno diceva se non sei qualcuno non sei nessuno.

E’ diventato anche un tratto culturale, il moltiplicarsi dei messaggi sui social dove si vuole avere tanti like.

CORINO: un vecchio dirigente di un’importante impresa che a fronte del proprio disorientamento per la recente pensione mi diceva: “meglio essere un x che un ex” … Mi sembra questo un periodo di transizione, qual è la tua impressione anche rispetto al passaggio generazionale?

OLIVETTI MANOUKIAN: si, è ormai un po’ un tratto culturale, un indizio di questa ricerca spasmodica di avere qualcuno che ti riconosca. Anche nei giovani, cosa che mi interroga molto, è come se ci fosse un passaggio culturale che non c’è, non c’è stato o che non si è potuto fare. Una dialettica tra le generazioni c’è sempre stata, un contrasto tra giovani e vecchi era nell’ordine delle cose; quello che possiamo vedere ora, non è solo uno scostamento ma un dissidio totale, un non capirsi per niente, l’appartenere a un’altra cultura che non è accanto ma lontanissima.

Il modo di comportarsi, tra uomini e donne, tra appartenenti a gruppi diversi, se penso all’epoca delle contestazioni, al ‘68, era sempre dentro a un certo stile: l’altro c’era anche se in opposizione. È come se fosse una cultura in cui l’altro sparisce o sta sparendo. Mi domando come siamo arrivati a questo.

Alcuni psicologi clinici o psicoanalisti che lavorano con gli adolescenti mettono in evidenza come se gli adulti, in generale, avessero un po’ abdicato, per una distanza tecnologica, a un passaggio di consegne rispetto alla vita quotidiana, alle modalità di interazione anche più banali ripetitive.

Non ci si saluta più, ci si chiede il motivo, anche se ti offendo arrangiati. (Un problema nella trasmissione)

Per me è un grosso interrogativo.

 Alcuni gruppi giovanili sono simili a quelli di cultura rom. Nella cultura rom, ad esempio il furto è una cosa normale: quando sei adulto se non rubi non sei riconosciuto. È come se in certe aree dei giovani, ormai fino ai 30 anni, ci fossero delle sub culture, anche nei confronti delle donne o delle ragazze c’è un menefreghismo, una distanza da queste cose. Anche dei genitori, perché devo occuparmi di loro, facciano quello che vogliono (si aggiustino).

Da tempo lavoro soprattutto con la giustizia minorile che si occupa della giustizia riparativa, restorative justice, per obbligo dalla Comunità Europea. Dato che l’Italia è ricorsivamente multata per il sovrappopolamento delle carceri hanno proposto assunzioni consistenti di operatori per alleggerire il numero di persone in carcere minorile

L’anno scorso hanno assunto 300 operatori per gli adulti, nel giro di un anno o due 1000 operatori che erano presenti verranno arricchiti di 600 nuovi e quelli che vanno nel minorile si occupano di quella che viene chiamata giustizia di comunità. Tutto il lavoro che gli uffici di servizio sociale del ministero della giustizia dovrebbero impegnarsi a svolgere con il territorio, quindi dipendenze e psichiatria.

CORINO: nelle Comunità per adolescenti che conosco questo lavoro non si vede. La situazione dei servizi sia per gli adulti che per i minori è molto peggiorata. Una volta riuscivi a dialogare con il tribunale, ora no, c’è molta supponenza.

OLIVETTI MANOUKIAN: certo lavorare con i magistrati non sempre è facile. Io ci ho lavorato, ho fatto due o tre edizioni di un corso con i magistrati dei minori e della famiglia. Avevo avuto l’incarico dal Consiglio Superiore della Magistratura, ed avevo messo in piedi una auto-formazione con un supporto metodologico offerto dal nostro gruppo. Ero riuscita a creare qualcosa ma era all’inizio degli anni 2000. Ci sono delle persone che e nei ricordano ancora.

Poi hanno fatto la scuola di formazione a Firenze, dove ho fatto delle lezioni, ma era una scuola molto tradizionale. Mentre lì, nei pressi del tribunale, avevo messo in piedi dei piccoli gruppi che si occupavano dei fascicoli, avevamo messo a punto una griglia di lettura dei fascicoli: ognuno di loro leggeva un certo numero di fascicoli ed in base a questa griglia noi segnavamo i nodi critici. Uno di questi era sicuramente il rapporto con i servizi, perché in tutta la fase di raccolta di informazione, tutta l’istruzione del processo che i giudici devono fare, i rapporti con i servizi sono fondamentali. Anche in fase di esecuzione, una volta emessa la sentenza, devi vedere come va soprattutto nell’area minori.

CORINO: Mi sono occupato di una comunità madre-bambino. Ma anche lì è delicatissimo, ormai arrivano tutte con il mandato del tribunale, sono cambiate completamente le famiglie, il tipo di utenza. Hanno anche aumentato il carico di lavoro, o sbaglio?

OLIVETTI MANOUKIAN: i dati dicono che nel 2020 i casi, le denunce, di maltrattamento dei minori sono aumentati del 40%. Quando si dice che bisognerebbe lavorare molto con gli adulti perché questi bambini crescono spesso in un ambiente che non li ascolta. Il problema dei ragazzi è che non vengono ascoltati.

CORINO: non sono più oggetto di interesse. Nelle generazioni precedenti c’era un codice molto più preciso, ora li portano allo psicoterapeuta e ti chiedono: “me lo aggiusti” e non più: “cos’ha? è successo qualcosa?”. È molto particolare. Come se i genitori avessero smesso di pensare o fossero troppo stressati e quindi vanno in burnout. Io credo più questa seconda. 

OLIVETTI MANOUKIAN: Anche io. In quello che dici c’è anche un’altra questione legata al discorso “non voglio avere problemi, non voglio pensare”. Nel libro di Bollas “L’età dello smarrimento“5 è come se insistesse su questo: la tecnologia ha disabituato le persone a pensare. Un po’ è vero ma le persone si sentono troppo stressate.

CORINO: Hanno troppe informazioni da filtrare. Cosa pensi del discorso che fa Baricco con The Game6, cosa pensi di quello che dice, che un giorno si creeranno delle nuove gruppalità tecnologiche? Un po’ è anche vero, anche noi stiamo utilizzando questi strumenti.

OLIVETTI MANOUKIAN: sono abituata a pensare che la società è molto ambivalente, quindi non si può dire come saranno le cose. Mi sembra un po’ troppo ottimistico. Io son dell’idea che qualcosa di buono si trova guardando il cattivo. Se guardi solo le mancanze ti rendi impotente, ma anche se cerchi di costruire qualcosa in positivo bisogna avere una visione lucida, anche spietata.

Specialisti in questo, a volte, sono gli insegnanti: sono caricati nel cercare il positivo, ma se dall’altra parte non cerchi di aiutare i ragazzini ma anche i genitori che ci sono delle questioni su cui non puoi passare sopra o passare a lato.

A me Baricco come romanziere non piace tanto, come divulgatore con quel modo che ha di fare fa discutere, e questo è importante. Un’altra cosa che volevo dirti è che da una parte c’è una rincorsa verso un’affermazione di sé perché non siamo abbastanza riconosciuti, abbastanza appartenenti, l’altra cosa che mi fa un po’ paura è come se il gruppo venisse sorpassato dalla collettività.

Pensa a quello che sta succedendo con Draghi, tutti vanno alla ricerca del salvatore.

Anche nei servizi e nelle aziende, è come se tutti cercassero la figura chiave che rappresenta tutti, con cui identificarsi. (La massa e il grande gruppo)

Possiamo saltare il gruppo se abbiamo qualcuno a cui riferirci che diventa il simbolo, l’elemento chiave a cui possiamo identificarci, tutto in positivo, e così si salta a piè pari il piccolo gruppo. Il piccolo gruppo è faticoso, è faticoso mettere d’accordo le persone. 

È come se, utilizzando una metafora, lì vedessi un’autostrada, e dici ma perché devo fare i sentieri, a piedi, andare in bicicletta, farmi male, le identificazioni a quel livello sono lisce, ampie, sicure.

È come se messo in mezzo tra un grande bisogno di essere riconosciuti, infinito, e dall’altra parte la facilitazione di identificazione con qualcuno che risplende, tenessero al riparo dall’esigenza di investire nel piccolo gruppo.

CORINO: nel lavoro con i piccoli gruppi secondo te abbiamo sbagliato in alcune cose. Secondo me che alcune cose erano molto stereotipate nel modo con cui gestivamo i gruppi, era diventato un tecnicismo. Cosa ne pensi?

OLIVETTI MANOUKIAN: Jean Claude Rouchy aveva messo a fuoco questa cosa, diceva che anche la psicoterapia o l’analisi in gruppo non era un’analisi individuale in gruppo, ma un’analisi di e attraverso il gruppo. Criticava i manierismi: c’è un modo di intervenire che è di maniera, come se fosse la traduzione della teoria, che non bisogna tanto usare l’interpretazione, perché intellettualizza. Secondo me ha cercato, anche nel suo libro7 Istituzione e cambiamento, molto bello, di evidenziare questi aspetti.

Quello che abbiamo sbagliato in parte anche noi come Studio, è di aver ripetuto per troppi anni, le stesse strumentazioni, gli stessi seminari, gli stessi setting, l’unica cosa a cui si è rinunciato è stato il residenziale perché non era possibile sostenerne le spese (gruppo; esercitazione; lezione).

Anche nei nostri cicli biennali, abbiamo cercato di portare avanti un modo di accompagnare le persone nelle situazioni lavorative che venivano poi elaborate in momenti di gruppo distanziati dall’operatività. Il rischio è che nei lavori di cui vengono portati i materiali c’è la parte dell’immagine di loro più positiva, mentre la parte più onerosa e depressiva viene nascosta.

CORINO: io faccio meno attività formativa, anche i gruppi di supervisione clinica nei servizi sono sempre meno richiesti, anche lì abbiamo sbagliato qualcosa.

OLIVETTI MANOUKIAN: Anni fa io scrissi qualcosa contro la supervisione. All’epoca era come se si delegasse a uno sconosciuto, mentre dovrebbe avere come obiettivo un’evoluzione professionale in cui ognuno si responsabilizza rispetto a se stesso 8 . Io mi ricordo sempre la moglie di Eugene Enrriquez, Michelin, che era una psicanalista molto molto brava. Lei diceva sempre che per la nostra professione è fondamentale il fait reflechir, il fait reflechir e ancora Io l’ho interiorizzato.

Chi fa un mestiere educativo, relazionale, psicoterapeutico, si dovrebbe dare dei momenti di autoriflessione. Di riflessione condivisa.

Il potersi soffermare.

L’importante è che la supervisione sia questo, non delegare a qualcuno il dirmi cosa fare. Occorre consapevolezza di questa esigenza e il potersi dare tempi e modi per poterla realizzare.

Nell’area psicoterapeutica c’è un po’ questa tendenza all’autoriflessione, se vai sugli educatori, sugli assistenti sociali è più difficile.

Sono pressati dall’organizzazione che richiede di star dietro a tutto, in questo modo le dimensioni relazionali vanno a farsi friggere e finiscono col fare un lavoro che potrebbe fare un amministrativo qualsiasi.

Nei servizi questo elemento si vedeva, anche lavorando con dei dirigenti dei servizi della psichiatria e delle tossicodipendenze era difficile stabilire che nell’orario di lavoro della settimana ci fosse un tempo atto a questo. “Fanno solo delle riunioni in cui perdono tempo”… Aiutateli a fare delle riunioni utili, produttive, facciamo un po’ di accompagnamento formativo, diamogli strumenti, obiettivi, vincoli. Se non sono capaci, e togli persone, rendi il gruppo ancora più incapace. Questo ha fatto perdere di mordente al gruppo e non facendo più le riunioni anche il gruppo si impoverisce.

CORINO: l’altro tema grosso è il tema della leadership. Che fine ha fatto? L’abbiamo tanto teorizzata, ogni due anni usciva qualche tecnica nuova.

OLIVETTI MANOUKIAN: si fanno grandi discorsi, grandi teorizzazioni e poi l’agito è completamente diverso dal dichiarato. C’è questa scissione tra quello che si dice e quello che si fa. 

Ad esempio, questi dirigenti dei servizi, dell’area socio sanitaria o anche all’interno dei comuni, gente preparata, sembrano anche motivati, quando evidenziano problemi e provi a chiedere se hanno provato a parlarne ti rispondono che loro con gli operatori non ci parlano.

Più che parlare dovresti ascoltare, se nel tuo servizio hai degli operatori ingranati male, che sono in difficoltà dovresti prendertene cura.

CORINO: questo è molto vero, manca la cura del gruppo. Ma perché in un gruppo che funziona non si vede chi è stato a facilitare il funzionamento. Il gruppo non funziona da solo occorre manutenerlo (nella doppia accezione di tenerlo e farne la manutenzione)

OLIVETTI MANOUKIAN: l’esempio più eclatante di questo periodo sono le case di riposo. Abbiamo fatto uscire un libretto, si chiama “Vivere in RSA”9 (invece di morire!!).

Questi dirigenti delle case di riposo non riescono a interagire con il personale. Solo attraverso le regole, come fossero capi di governo. Hanno 60, anche 100 dipendenti.

Le RSA non sono ospedali! Se fossero un ospedale sì, andrebbe bene, ma nella casa di riposo ci si occupa del benessere di chi viene ospitato. Sono diventate sempre più sanitarie è finito il sociale.

I modelli manageriali: il profitto, il risparmio, il pagare il meno possibile, il personale diventa aggressivo e arrabbiato: come si reagisce? Aumentando le regole. 

Dove va a finire la leadership?

L’altra cosa che succede parlando con i direttori è che, avendo grossi problemi con il personale, sarebbe il caso che parlassero con le persone, che spiegassero, che ascoltassero, in maniera che le persone sappiano orientarsi, ma queste cose i direttori non le fanno. Ho dovuto prenderne in cura uno per questa mancanza di comunicazione. È come se ci fosse stata un’elaborazione su come dovrebbe essere la leadership, la traduzione dal come pensava a come agiva.

CORINO: Ora ho capito meglio c’è un grosso problema di falsa coscienza? Io noto che ormai sono troppi i vantaggi secondari. Alcune organizzazioni non sono più a servizio dell’utente ma dell’operatore che sopravvive. Siamo dentro a un meccanismo molto perverso.

OLIVETTI MANOUKIAN: perché queste organizzazioni devono essere redditizie. Ci sono degli investimenti finanziari. Organizzano le cose come delle fiere, come un negozio. Ci sono dei gruppi finanziari che si presentano proprio per offrire degli investimenti redditizi per queste residenze per anziani.

CORINO: Ti ringrazio molto per la disponibilità e per il tempo che ci hai dedicato.

OLIVETTI MANOUKIAN: Mi ha fatto piacere. Sono discorsi un po’ extra, a volte si possono fare.

 

Riferimenti

Olivetti Manoukian, F. I problemi chiedono di pensare e agire insieme, in Rigenerare solidarietà nei territori, inserto in “Animazione Sociale”, 336, Gruppo Abele, Torino, 2020, pp. 39-42.

Olivetti Manoukian, F. Servizi sociali che innovano e si rinnovano. Vent’anni di percorsi organizzativi a Reggio Emilia, in Cambiamenti e riorganizzazioni in servizi sociali territoriali, inserto in “Animazione Sociale”, n. 308, Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 45-54.

Olivetti Manoukian, F. Le organizzazioni “malefiche” che annichiliscono il lavoratore, in “Vita e Pensiero”, pubblicazione bimestrale a cura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, n. 2, Milano, marzo-aprile 2013, pp. 1-8.

Olivetti Manoukian, F. Quando i gruppi alimentano una nuova partecipazione, in “Animazione Sociale”, n. 262, Gruppo Abele, Torino, 2012, pp. 101-104.

Olivetti Manoukian, F., Olivetti Manoukian, F. Quel tanto di trasgressioni per lavorare nel sociale. Accettare di porsi insieme qualche domanda, in È ancora pensabile un futuro del lavoro sociale?, inserto in “Animazione Sociale”, n. 259, Gruppo Abele, Torino, 2012, pp. 61-73.

Olivetti Manoukian, F. La gestione delle dinamiche relazionali nei gruppi di lavoro, Milano, settembre 2007, documentazione interna.

Olivetti Manoukian, F. Per incontrare Eugène Enriquez, in Per un’etica del lavoro sociale, in “I Geki di Animazione Sociale”, supplemento di “Animazione Sociale”, n. 5, Gruppo Abele, Torino, 2007, pp. 6-8.

Olivetti Manoukian, F. Quanto è sociale il lavoro dei servizi?, inserto di “Animazione Sociale”, n. 10, Gruppo Abele, Torino, 2004, pp. 31- 62.

Stefania Bottigliengo e Francesco Cerrato
Intervista a cura di Ugo Corino

Stefania Bottigliengo e Francesco Cerrato sono rispettivamente la prima vice responsabile e responsabile il secondo di una Comunità
Psicopedagogica per adolescenti in cui da anni faccio, trisettimanalmente, un gruppo di discussione clinica della durata di 2,5 ore con l’equipe degli operatori sulle situazioni dei ragazzi. La Comunità ospita 10 ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 8-10 sino ai 18 anno (soglia della maggiore età); il gruppo degli operatori mediamente giovani anch’esso di 10 unità lavora con una metodologia che potete approfondire dalla bibliografia degli intervistati. Grande cura del luogo e del lavoro sul quotidiano, grande attenzione alle situazioni dei ragazzi e alle loro famiglie, poche regole chiare … A mio modo di vedere una delle Comunità che – seppure con fatica – ha retto bene, non solo alla crisi del Coronavirus, ma anche a quella dei Servizi e delle Istituzioni deputate alla cura (sanità; servizi socioassistenziali, tribunale ….)

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CORINO: l’idea è quella di esplorare “che fine hanno fatto i gruppi”, non solo i gruppi concreti ma anche il modo di stare in rapporto gli uni con gli altri, oggi sembra esserci molto più individualismo.

Possiamo partire un discorso sui ragazzi, per passare poi sulle equipe e per terminare – se ne avremo il tempo e l’energia- sulla dimensione cooperativa: tre differenti realtà di gruppo. Sulla base della vostra esperienza che a quanto mi consta è significativa e continuativa (Cerrato: 26 anni – Bottigliengo: 19 anni) inizierei con la questione: se e come sono cambiati i giovani?

CERRATO: i giovani son cambiati, perché sono cambiati gli adulti. La mia convinzione è che siano cambiati gli adulti ed il mondo in cui vivono. Non ci sono più luoghi di aggregazione, e gli adulti sono diversi rispetto anche solo a 10/15 anni fa

CORINO: è cambiata anche la famiglia

CERRATO: è cambiata la famiglia, è cambiata la scuola, un po’ tutto. La famiglia ha un po’ perso le rigidità del contenitore familiare. Si vedono tante famiglie che definirei “del disattento”.

Ad esempio una volta se le famiglie ricevevano a casa un minorenne che decideva di restare a dormire avvisavano la famiglia e si mettevano d’accordo con i genitori; oggi questa cosa non accade più, si ospita un minorenne senza sapere nulla rispetto ad eventuali autorizzazioni, non si chiede, non si avvisa …

È un mondo che spesso evita l’approfondimento, si vive, si fanno cose, si lavora, si va in palestra, c’è molta distrazione.

La svolta è arrivata con l’avvento dei social. Quando si è passati dalla relazione fisica alla relazione virtuale allargatissima perché il numero di persone con cui ci possiamo relazionare è enorme ma del tutto inconsistente, senza riflessione, senza capacità di attendere, ogni emozione viene subito comunicata. Provo un’emozione e la pubblico, togliendole valore, senza averla prima digerita, metabolizzata… un po’ di tristezza potrei anche vivermela da solo.

CORINO: oggi è tutto in azione, è tutto un agito.

CERRATO: un fiume che va avanti e non si ferma mai. Questo sembra abbia delle ripercussioni a livello dell’organizzazione del lavoro sociale: la scomparsa del lavoro di rete. Il lavoro di rete non esiste più, è diventato un insieme seriale di comunicazioni. Ti informo che sto facendo delle cose, ma senza alcuna riflessione, solo azione e reazione.

Abbiamo trascorso un anno e mezzo di covid immaginando, anzi sapendo, che con grande probabilità l’impatto sulle famiglie fragili sarebbe stato rilevante, ma non si è programmato nulla. Oggi assistiamo ad una tracimazione del disagio. Non c’è più pensiero, si è usciti dal pensiero, dalla riflessione.

Non so se ciò deriva dal fatto che sono saltati i contenitori sociali, so solo che è saltata la capacità di fermarsi un attimo a pensare in un’ottica di anticipazione.

Nel lavoro (psicoeducativo) che facciamo la capacità di anticipare è molto importante. Dobbiamo essere capaci di anticipare il lavoro sapendo che tra due ore, giorni o settimane succederanno delle cose; io devo essere pronto e noi ci organizziamo in tal senso, con molta attenzione, sia dal punto di vista dell’organizzazione del tempo, che della ricerca delle risorse, strutturazione dei turni ecc.

Questa mentalità non c’è più a tutti i livelli ed è logico che con una collettività professionale così “smontata” non possiamo pensare che i ragazzi non diventino diversi rispetto ai ragazzi di qualche anno fa che convivevano con delle persone che invece sapevano un minimo programmare.

I giovani di oggi sono immersi in un ambiente adulto che è diventato un contenitore adolescenziale: reattivo, simmetrico, borderline. Oggi parlerei di gruppi isterici, c’è molta isteria

CORINO: questi contenitori sempre più difficili da istituire e da gestire, sembrano non assolvere più una funzione di contenimento ma anzi, qualcuno già tempo fa diceva: ”appesantiscono ancora di più la situazione” è così? Oggi sembrano tutti giocare in difesa.

CERRATO: non va bene. Io penso che una parte del nostro affaticamento dipenda anche da questa condizione in cui siamo costretti a lavorare. Ognuno lavora per sé, chiudendosi in difesa di privilegi.

In realtà il problema è che non si sta difendendo nulla. Difendiamo l’inutile.

CORINO: tempo fa mi dicevate che ciò che vediamo nei giovani è il risultato del mondo degli adulti. Mi aveva colpito il fatto che dicevi che i giovani solo cambiati rispetto a 15/20 anni fa, non escono, non fanno neanche gruppo tra di loro o fanno un gruppo molto diverso rispetto a quello di 10 anni fa. Mi fate qualche esempio?

BOTTIGLIENGO: ricordo che quando ero adolescente al pomeriggio non ero mai a casa, ero all’oratorio o con i compagni di scuola… loro [i giovani di oggi, n.d.c.] non incontrano mai nessuno. Rarissime volte escono con qualcuno, non fanno niente. Magari passano giornate intere a scriversi col telefono ma non si incontrano.

CERRATO: la socialità si esaurisce con la comunicazione nei social. Non c’è più l’erotismo, neanche il sesso li muove. Ci sono adolescenti di 17 anni che non si svegliano al mattino per andare dalla fidanzata che li aspetta, con la casa libera. Noi avremmo fatto carte false… questo è molto impressionante, si è persa la passione, ma anche quel fuoco, quell’energia…

BOTTIGLIENGO: come se fossero tutti ritirati magari giocano alla playstation e nel mentre si parlano, ma ognuno da casa sua.

CORINO: non c’è più il piacere di trovarsi. Ritornando alla Comunità volevo chiedervi se e come è cambiato il gruppo? Il modo di stare insieme?

BOTTIGLIENGO: 10 anni fa al pomeriggio qui in comunità non c’era nessuno. Adesso bisogna dirgli “magari andate a fare un giro”

CERRATO: è un gruppo che sta qua, ma è sparso per la casa, ognuno chiuso nelle proprie comunicazioni social e senza un reale interesse. Si comunica una quantità impressionante di informazioni ma senza un contenuto reale, c’è solo una quantità di cose che però non danno emozioni. I ragazzi o sono mosci o sono incazzati. Sono due i opposti della stessa medaglia; però non guardano verso orizzonti più articolati, più sfumati.

Hanno pochi progetti, impieghiamo magari 2 anni per costruire con loro un progetto… per quanto riguarda cosa li aggrega direi l’agito, l’imitazione di qualche “minchiata” vista sui social, li aggrega l’idea dell’esibizione sui social, l’idea di poter essere visti.

CORINO: da quello che dite pare che l’esibirsi sia l’elemento centrale, il fatto che voi li vediate non gliene frega nulla…

CERRATO: ciò che interessa è essere visti sui social avere un numero di contatti … ed essere in qualche modo famosi nella propria cerchia. L’ambizione è quella di diventare influencer, questo li muove un pochino. Sguazzano nell’idea di essere visti e per essere visti devono fare minchiate, fanno minchiate che attirano.

Non sono delle trasgressioni vere e proprie trasgressioni, non sono contro qualcosa. Spesso fanno le case per esibizione. E visto che non hanno alcun talento in particolare come suonare uno strumento, cantare… si esibiscono per attirare l’attenzione. Ad esempio, filmarsi mentre attraversano la strada col rosso con il rischio di essere investiti.

Purtroppo, l’idea dell’esibizione è centrale. Penso dipenda molto dalla solitudine soprattutto dall’idea che nella vita bisogna essere in qualche modo famosi diversamente non si è nessuno. Tutto questo è per loro molto triste perché è frustrante. La maggior parte della gente non è nessuno e andrebbe benissimo così.

CORINO: e voi, chi siete per loro? Cosa rappresentate?

CERRATO: dipende. Per chi ce la fa e inizia ad avere un’idea progettuale siamo una risorsa, anche importante. Per chi non ce la fa siamo una rottura di “scatole”. Siamo una spina nel fianco, anche se noi cerchiamo di essere molto moderati. Propositivi e disponibili ma non troppo pressanti.

CORINO: la vostra modalità di gestire il gruppo dei ragazzi?

CERRATO: da noi non c’è un gruppo, ci sono dei gruppi. Sono insiemi mobili, abbastanza fluidi. Ci danno delle indicazioni molto interessanti sul punto di evoluzione del progetto. Ad esempio adesso che sono arrivati i nuovi che sono ”sciroccati”.

BOTTIGLIENGO: ragazzi che stanno male, gente che vede i mostri

CERRATO: sono fortemente destrutturati. È stato interessante osservare come i ragazzi che sono più avanti nel percorso (da più tempo in comunità n.d.c.) abbiano avuto qualche sbandamento (a causa dei nuovi) per poi rinsaldare la loro alleanza e dicendo cose molto interessanti agli altri. L’altra sera c’era una ragazzina da poco inserita che si lamentava perché non aveva un lavoro e le altre che le dicevano: “guarda che tu un lavoro l’avresti avuto perché avevi ottenuto una borsa lavoro solo che hai preferito fare minchiate e te la sei persa”.

È questo un esempio del nostro modello di gestione del gruppo: ad es. sei attorno a un tavolo e quelli con la testa un po’ più sul collo con la mediazione degli operatori presenti si scambino dei contenuti, dei punti di vista. È vero che noi siamo orientati all’utilizzo del gruppo apparentemente poco formalizzato. Cerchiamo di utilizzare le situazioni così come si presentano nel quotidiano o cerchiamo di costruirle.

CORINO: se capisco bene avete in mente una idea del gruppo ma non la formalizzate, non lo istituzionalizzate

CERRATO: esatto. Quando lo istituzionalizzavamo in modo sistematico e programmato abbiamo visto che non produceva molto. Probabilmente era una nostra in incapacità. Se la condizione non è quella giusta il gruppo fa solo casino, si urlano contro, si creano schieramenti aggressivi, si isola lo sfigato… invece nelle situazioni informali, magari costruite abbastanza ad arte si producono dei risultati migliori. Ovvio che ci vogliono educatori capaci di infilarsi a volo laddove c’è un tema interessante

CORINO: quindi con i ragazzi fate gruppo senza dirlo. Utilizzate le gruppalità che nel quotidiano si presentano nel qui ed ora della situazione. Un osservare e agire intenzionato e costante ….

CERRATO: sì, facciamo molta attenzione affinché il dopo cena o il dopo pranzo siano momenti prolungati, dove ci teniamo attorno al tavolo quattro o cinque persone in modo da poter creare le condizioni per discutere di qualcosa a partire dai loro stimoli

CORINO: un gruppo aperto, non formalizzato. E voi come operatori? Il vostro gruppo. Come li si tiene insieme gli operatori, che coesione hanno i vostri colleghi? Il lavoro di équipe esiste ancora?

ENTRAMBI: no

CERRATO: secondo me non sono mai esistite. Io un po’ di posti li ho frequentati, e le équipe le ho viste sempre e solo litigare, anche ferocemente. Per me un’equipe che non litiga è già un punto di arrivo. Io non ho il mito del gruppo di lavoro coeso, motivato, quella è un po’ utopia. Io ovunque vada vedo gente che si morde i calcagni reciprocamente

CORINO: perché secondo voi? Manda una leadership, una personalità in grado di gestire il gruppo? Vediamo ad esempio nello sport le squadre funzionano se sono coese, solidali, o è una storia metropolitana? Ci vuole comunque un leader? Nella vostra situazione è Francesco che governa il gruppo. D’altra parte ne è il coordinatore?

BOTTIGLIENGO: è   uno che dice: “si deve andar di lì”, punto. Non so se questo sia governare, “è così, si va in quella direzione, non di in quell’altra”

CERRATO: vero, ma un sacco di volte c’è bisogno poi di correggere la rotta; se uno avesse in mano il governo non ci sarebbe poi bisogno di dover modificare la rotta, Per me la necessità di dare dei colpi di timone è molto presente. Una volta mi arrabbiavo, lo vedevo come un attacco personale.

Nel tempo mi sono orientato verso quest’idea: il gruppo di lavoro è quel gruppo di persone che si sceglie un obiettivo. Se vieni a lavorare in questa comunità segui quello che altri hanno già scelto.

Ci si da un’organizzazione e un metodo, e poi si sta li dentro. Condivide queste insieme di cose fa di noi un gruppo di lavoro.

Io sono sufficientemente soddisfatto se l’ottanta per cento dei presenti sta dentro a questo contenitore, so anche che un venti per cento sta spesso con la testa altrove.   So anche che il gruppo di lavoro è fatto da persone che fanno questo lavoro in modo un po’ meccanico, che qualcuno che si entusiasma un po’ di più trascina. Oggi qui siamo quattro cinque su dieci, noi due, due colleghi e un OSS che ha una testa in un certo modo

CORINO: che cos’è che fa si che abbia la testa in un certo modo? È una dote naturale? Una formazione?

BOTTIGLIENGO: c’è una parte di inclinazione personale di sicuro Noi non siamo un mondo a parte, in ogni ambiente lavorativo la maggior parte dei lavoratori lavora perché deve …

CORINO: sì, ma mentre deve lavorare come utilizza il gruppo? Ci si appoggia, rema contro il gruppo?

ENTRAMBI: si appoggiano abbastanza comodamente.

CERRATO: qualcuno si approfitta un po’, altri un po’ meno, qualcuno non può far diversamente. Anche tra quelli in formazione vedi la differenza tra chi ci mette un po’ di anima e chi è molto sulla difensiva e conta i minuti. Quella componente è anche un po’ costitutiva della persona, non bisogna farne una tragedia. Io penso che qui tutto sommato, vedendo anche tanti altri gruppi, vada abbastanza bene.

CORINO: secondo voi sono peggiorati nel tempo i gruppi di lavoro?

CERRATO: no. Il problema è che nel tempo sono cambiate talmente tanto le condizioni di lavoro che è difficile poterle confrontare. Vent’anni fa lavoravamo nell’emergenza quotidiana costante, era una guerra estenuante, per cui il gruppo di lavoro cambiava spesso perché era logorante. Oggi le condizioni di lavoro sono migliorate, quindi è difficile fare un paragone. È meglio adesso

CORINO: siete cambiati voi o è cambiato il modo di lavorare? 

CERRATO: abbiamo più risorse, più conoscenza, una struttura adeguata, un riconoscimento da parte degli enti invianti che una volta ci sognavamo

CORINO: voi siete una realtà molto particolare, questo non è il trend delle comunità terapeutiche, sulla base della mia esperienza molte sono peggiorate …

CERRATO: sono molto in difficoltà le strutture educative, sono travolte. I servizi educativi in generale lavoravano al limite, al risparmio di tutto. Quest’anno è stato così faticoso e complesso, chi era al limite è andato extrasoglia, noi avevamo un cuscinetto che ci ha fatto arrivare vicino al limite, abbiamo faticato, ma abbiamo accusato il colpo in forma attenuata. In altre comunità i gruppi di lavoro sono cambiati totalmente. Solo educatori neodiplomati, con coordinatori di 22, 23 anni che stanno diventando pazzi perché non ce la possono fare; a 23 anni gestire la complessità che arriva oggi nelle comunità non sai cosa fare, ti affidi all’agito quotidiano, e stai anche molto male.

Il problema è la carenza di gli operatori non ci sono, prendono quello che trovano e te li mettono in mano e “arrangiati”. Va male da quel punto di vista. È un bel casino

CORINO: prospettive? 

CERRATO: adesso non lo so. Stiamo preparando il nuovo accreditamento, è una chance di poter fare delle riflessioni ma temo che si risolverà in un atto burocratico. È sempre più difficile trovare degli interlocutori, non ci sono. Ultimamente quando mi telefonano le assistenti sociali disperate perché non trovano posti suggerisco sempre di fare qualche segnalazione anche al garante dell’infanzia. È un problema sistemico, non è una roba che possono risolvere i singoli operatori, serve un intervento istituzionale forte. Ci si deve fermare e dire “c’è qualcosa che non va”, ma non mi sembra di cogliere da parte dei responsabili istituzionali grandi pensieri.

CORINO: i gruppi nella cooperativa, o la cooperativa è un insieme di gruppi, come funziona? Come è cambiata nel tempo?

CERRATO: la cooperativa soffre degli stessi mali di cui stiamo parlando, in modo amplificato. In cooperativa non c’è un gruppo; da noi, come in molte organizzazioni lavorative, ha la meglio chi è più furbo.

Il merito non conta, conta essere al posto giusto al momento giusto, fine. Non c’è gruppo, non c’è coesione, ognuno per sé, quest’anno è emerso in modo rilevante, e soprattutto non c’è una gestione del personale, , nessuna attenzione agli sforzi fatti dalle persone, devi tutte le volte spiegare cosa stai facendo e ti ascoltano con lo sguardo di chi non capisce

BOTTIGLIENGO: non capisce e non è neanche tanto interessato. Un clima poco allettante.

CERRATO: guardi io non ho mai pensato alla pensione, mi piaceva lavorare, ultimamente faccio i conti, pur essendo ancora distante, la penso. Se oggi potessi andare in pensione ci andrei.

BOTTIGLIENGO: anch’io ho pensato per la prima volta a cambiare lavoro. Penso di seguire le orme di XY (una giovane educatrice che dopo alcuni anni è andata a lavorare con gli anziani). In generale è un lavoro che mi piace, ma quest’anno è stato davvero stancante, quindi l’idea di andare in un posto in cui posso essere meno affaticata, non mi dispiacerebbe.

CORINO: questo corona virus è stato così faticoso? Che cosa lo ha reso così pesante?

BOTTIGLIENGO: è stato faticoso e non è finita, ha prodotto un sacco di strascichi. Forse un po’ anche il sentire di dover sempre rattoppare i buchi che lasciano altri, dover sempre dare il 200% perché c’è qualcuno che molla o se non molla non ce la fa. Ce la faccio, non me ne sono andata, ma è la prima volta che comincio a fare pensieri sull’andarmene

CORINO: è molto curioso, anzi drammatico, vuol dire che uno ha fatto il pieno. C’è qualcosa nel sistema che non tiene, che non funziona ovunque ti giri tutto è diventato più complicato, non hai interlocutori.

CERRATO: è il sistema, noi siamo gli stessi dell’anno scorso, abbiamo le stesse risorse

BOTTIGLIENGO: gli sforzi che fai non vengono riconosciuti.

CERRATO: né riconosciuti né utili, se svuoti il mare col cucchiaino ti chiedi che stai facendo.

CORINO: eppure voi avete ancora un buon potere contrattuale, siete riconosciuti e ricercati.

CERRATO: è l’unica cosa che ci rimane. La scorsa Settimana abbiamo parlato col primario di un impotante servizio e ci è parso contento. Sono le istituzioni arroccate l’una contro l’altra, per funzionano se stesse e sono spesso sulla difensiva, questo uccide qualunque prospettiva e qualunque progetto, è una lotta alla sopravvivenza.

Questo non va bene, è molto sgradevole. Il guaio è che oggi si fa molta fatica a trovare il bandolo, bisogna provare a resistere, non resistere vuol dire buttare via trent’anni di lavoro. Sono stati tanti anni vissuti con molta intensità professionale, buttare via tutto è spiacevole

CORINO: sembra che tu non sappia a chi passare il testimone, che l’esperienza non interessi a nessuno, anzi è un fastidio

BOTTIGLIENGO: esatto

CERRATO: la cosa che più colpisce è un fastidio soprattutto per chi ti sta più vicino. Se vado a parlare con il i responsabili di alcuni servizi invianti, per loro non è un fastidio, sono contenti, ci sostengono, ci danno risorse. Il fastidio è in casa: in cooperativa, è un po’ di mesi che segnaliamo l’importanza che le persone vengano “calorizzare” in modo adeguato, premiare il merito. Rispondono sì, però poi ricevi interlocutori che non capiscono le cose di cui si parla, ricevi risposte “filosofiche”. Ultimamente capita di finire il turno alle 19 e dover tornare alle 20.30. L’altra sera sono rimasto qui fino alle 23 -di per sé non da fastidio- fa parte del lavoro, però poi parli con il consiglio di amministrazione e ti guardano come se fossi un fastidio. Contando che lo stipendio al CDA glielo paghiamo noi. È un momento fastidioso, potendo uno direbbe “fate voi”

BOTTIGLIENGO: io adesso mi sono detta che aspetto di vedere cosa fa Z (un paziente che segue da tempo) e poi vediamo, lo accompagno ai suoi 18 poi vediamo.

CORINO: un altro problema riguarda la formazione e l’aggiornamento. Un altro punto dolente e carente.

CERRATO: la formazione fa veramente c….. È diventata un meccanismo che premia i furbi con la questione dei crediti. Per quanto mi riguarda ultimamente tendo a ridurre le attività di formazione esterna. Butti soldi dalla finestra, perdi del tempo, ed è molto fastidioso. Molta formazione è fatta da gente che capisce poco o nulla.

 

Riferimenti 

Bottigliengo S., Sono nato a nove anni, Animazione Sociale, n. 350, 2022

Cerrato F., Fare leva su una normatività tollerabile, Animazione Sociale, n. 255, 2011

Cerrato F., La comunità educativa che allevia il trauma, Animazione Sociale, n. 306, 2017

Cerrato F., Un educatore specialista in relazioni difficili, Animazione Sociale, n. 319, 2018

Cerrato F., La ricomposizione dei legami familiari, Animazione Sociale, n. 344, 2021

Sassolas M., La penna dello psichiatra. Apologia di una psichiatria interpersonale, L. Guerriero ed. Napoli, 2021

 Cesare Kaneklin
Intervista a cura di Michele Benetti e Cristina Corona

Abbiamo colto il presente numero della rivista Plexus dedicato ai gruppi come occasione per andare a re-incontrare il professor Kaneklin in quanto, per entrambi e seppur in anni e università differenti (Università di Torino e Università Cattolica di Milano), ha contribuito significativamente alla nostra formazione e al nostro appassionamento ai gruppi. Condividiamo, oltre alla laurea in psicologia per il lavoro e le organizzazioni, e prima ancora della specializzazione in psicoterapia in Coirag un’esperienza più che ventennale nelle organizzazioni. Partendo proprio da questa esperienza aziendale ci siamo più volte confrontati sulla dissonanza, vista ma anche vissuta in prima persona e, a volte, agita come lavoratori dipendenti, tra il dichiarato e l’effettivo organizzativo. Il dichiarato dell’attenzione alle risorse umane, ai talenti, al lavoro di squadra/team/gruppo di lavoro (a seconda di come viene chiamato nei differenti contesti e linguaggi organizzativi), ma anche al welfare/benessere/sostenibilità/inclusion; e l’effettivo fatto di coercizioni, colpevolizzazioni e isolamenti che possono colpire gli individui e strappare i tessuti relazionali su cui si fondano le organizzazioni, le comunità. Un altro pensiero ci ha spinto a reincontrare il professor Kaneklin, ovvero la domanda: ma dove sono finiti i gruppi? Abbiamo pensato ai piccoli gruppi (microsociale) non solo come dimensione dell’esistenza e come strumento di cambiamento del singolo (pensiamo ai gruppi di terapia come strumento di cura e ai gruppi di formazione come strumento di apprendimento), ma anche come strumento di conoscenza e cambiamento della società (macrosociale organizzativo e polis). Ci chiediamo dove siano finiti i gruppi come strumento di cambiamento della società, senza nostalgie per epoche passate, ma con l’interesse, la curiosità e la passione che sentiamo di avere per il nostro ruolo professionale nella società e nel tempo che viviamo. A settembre 2021 abbiamo incontrato Cesare Kaneklin-Professore Ordinario di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni presso l’Università Cattolica di Milano e autore del testo Il gruppo in teoria e in pratica- con l’obiettivo di capire: dove sono oggi i piccoli gruppi di lavoro, come si caratterizzano, cosa ha reso evidente il periodo pandemico rispetto ai gruppi e alle organizzazioni? Cesare Kaneklin è socio fondatore dello Studio di Analisi Psicosociologia di Milano (Studio APS), ha partecipato e promosso lavori di ricerca teorica ed applicata relativa al metodo ed agli strumenti della formazione degli adulti e dell’intervento psicosociale nelle organizzazioni. I temi di studio e di ricerca da lui affrontati, riconducibili al triangolo dei rapporti tra individuo-lavoro-organizzazione sono afferenti alla ricerca-azione, al gruppo come strumento di lavoro psicologico e psicosociale, ai processi di formazione, ai ruoli di autorità e coordinamento nelle organizzazioni, alla sostenibilità della vita lavorativa e organizzativa. L’intervista è avvenuta all’interno dello Studio APS (gruppo di professionisti che opera da più di 50 anni nell’ambito della formazione, della consulenza organizzativa e della ricerca) che, nel 2001, aveva dedicato un numero della propria rivista Spunti al gruppo.

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Professor Kaneklin: dove sono oggi i piccoli gruppi?

Partiamo con il dire che le organizzazioni non sono tutte uguali. Nelle organizzazioni di servizi alla persona, ad esempio nei consultori familiari, permane una certa attenzione al gruppo ma, in generale, mi sembra che il tema del piccolo gruppo di lavoro sia passato di moda. Non è scomparso ma è come se avesse seguito un percorso carsico. Si sono molto ridotti, e la pandemia l’ha messo ben in evidenza, l’ attenzione, l’investimento e la scommessa sulle persone. Questo almeno al vertice delle organizzazioni che producono beni e/o servizi. Si rischia allora di non vedere che le organizzazioni sono proprio fatte dalle persone che le compongono; che l’organizzazione non è il luogo della razionalità; che le relazioni tra persone e tra gruppi di lavoro sono un elemento portante dei processi produttivi; che la dimensione emotiva è una dimensione vitale inscindibilmente intrecciata col piano razionale. Una cecità che spiega come mai molte unità sociali, sempre più oggi, restino o divengano luoghi artificiali e coercitivi.

 

Perché è avvenuto questo? 

In Italia sono state importate ipotesi manageriali di matrice anglosassone secondo le quali è possibile gestire e determinare i sistemi e i comportamenti umani in modo coatto. Faccio riferimento ad esempio all’utilizzo strumentale delle tecnologie informatiche e ai sistemi qualità, spesso usati per la loro capacità di vincolare i comportamenti delle persone. In entrambi i casi, digitalizzazione e sistemi di valutazione/qualità, potevano e possono rappresentare un’occasione di cambiamento delle culture organizzative, soprattutto di quelle più personalistiche, nella direzione di un maggior centratura sulla capacità di lavorare trattando dati e informazioni. Per far questo però è necessario un approccio e un utilizzo dei sistemi qualità meno procedurale e più dialogico, ovvero come occasione di incontro di menti al lavoro, di sviluppo di pensiero, appunto a partire dai dati e dalle informazioni. Invece i sistemi qualità sono stati utilizzati, e vengono ancora usati, come strumenti con cui si pensa di allineare i comportamenti delle persone. In altri termini si porta a livello impiegatizio un’ipotesi del mondo della fabbrica: usare le tecnologie e il progresso tecnico come strumenti per costringere il comportamento dei lavoratori. Quindi un’intuizione, che a suo tempo era stata importante, illuminante e fonte di progresso, ovvero quella di Taylor, si è trasformata progressivamente in un modello manageriale neo-fordista non di sviluppo ma di coercizione del comportamento delle persone. Questo ha progressivamente portato a una diminuzione dell’attenzione alle persone e al sistema delle relazioni tra persone e tra gruppi di lavoro.

 

Eppure, a livello dichiarato, molte aziende investono tanto sulle persone e sui talenti.

E’ vero che a parole c’è questa attenzione alle persone e ai talenti. Ma l’attenzione all’individuo come singolo è un’astrazione. L’individuo concreto è l’individuo in situazione, dentro a un contesto, in relazione con altri con cui sperimentare emozioni e contraddizioni. La vera forza produttiva all’interno delle organizzazioni sono i rapporti tra le persone e i rapporti tra i gruppi. Spesso c’è un equivoco tra capitale umano e capitale sociale. Il capitale sociale è il sistema delle relazioni all’interno dell’organizzazione, con la sua capacità di generare intersoggettività come spinta produttiva.

L’eccessiva attenzione che le organizzazioni danno al singolo si è resa particolarmente visibile in questi due anni di pandemia, che ha avuto effetti ancor più divisivi. C’è stato un progressivo accentuarsi della cultura narcisistica che attraversa la nostra società. Faccio riferimento al narcisismo sociale per il quale l’altro esiste per essere sottomesso, come strumento di conferma di sé, e non come qualcuno che è utile a definire la propria identità, ma è anche necessario per lavorare e affrontare problemi/compiti complessi. Non a caso, nei fatti, si può osservare come la tanto sbandierata e evocata meritocrazia non è una realtà, ma una finzione che serve a giustificare la disuguaglianza: “se tutti hanno nello zaino, sulle spalle, il bastone della carriera e del successo, chi non ascende socialmente deve biasimare soltanto sé stesso”. Sarebbe più realistico e rispettoso degli altri riconoscere che la propria ascesa sociale è frutto di impegno, duro lavoro e tanta fortuna.

In questo mi sembra che ci sia un’involuzione, una regressione culturale a favore di una cultura di tipo maschilista, del potere e della forza. Il ritorno alla cultura antica della forza (in questo senso anche alla forza delle tecnologie e delle procedure), lo si vede anche nella difficoltà che hanno le aziende a modificare l’immagine collettiva della donna che, al di là delle donne che fanno carriera, resta di tipo ancillare.

Le cose dette hanno a che fare con i gruppi perché nelle organizzazioni, pubbliche e private, si parla molto di lavoro d’equipe, lavoro di squadra, però se ne vede poco. Si afferma l’importanza delle riunioni ma, quando andiamo a guardare come sono preparate e condotte realmente queste ultime, vediamo che la comunicazione è quasi sempre top-down. Se teniamo presente che il pensiero è relazionale ci rendiamo conto che laddove non c’è scambio e non c’è relazione, non può esserci neanche pensiero. La dimensione del gruppo e dell’intersoggettività è tutta da recuperare.

Io comunque continuo a preferire un mondo non concepito come costituito da singoli individui, ma da soggetti costruttori di solidarietà e aperti a considerare il bene comune.

 

Quali sono le condizioni per recuperare la “gruppalità”?

Qui il discorso potrebbe diventare troppo ampio per le finalità di questa intervista. Preferisco rispondere pensando a quanto possiamo fare nei nostri interventi a livello micro-organizzativo. Possiamo cercare di istituire dei setting relativamente protetti. Se si riesce a creare un setting in cui è possibile uno scambio che abbia una certa continuità nel tempo, allora le persone “ci stanno” perchè possono sperimentare che se ne può uscire migliori personalmente e professionalmente. Le persone capiscono che il gioco individuale e il gioco di squadra sono cose diverse. Certo creare degli spazi di incontro, di ascolto, di pensiero, di relazione, a volte anche di scontro, è faticoso. La sfida è costituire un setting che consenta alle persone di lavorare insieme attorno a un problema con la garanzia che il setting duri per il tempo necessario. Il setting è la prima risposta alla domanda di un cliente e la condizione per il coinvolgimento delle persone.

 

Come tenere insieme questi setting con la velocità e l’incertezza che caratterizzano i nostri tempi?

A questo proposito in molte organizzazioni si assiste alla confusione  tra frettolosità e velocità. Ci sono sempre imprevisti e problemi nuovi. Il mondo è rapidamente in cambiamento. E spesso c’è il rischio di agire prima di pensare. Si confonde la necessità di andare veloci con la frettolosità che, in realtà, rallenta. Perché se non si mette a fuoco qual è il problema su cui lavorare è poi difficile poterlo fare effettivamente. In altri termini c’è il rischio di non vedere proprio quali siano i problemi da affrontare: problemi intesi non tanto come disturbo, ma come luogo di possibilità.

Centrale è poi come si fa autorità nelle situazioni. Per lavorare dentro le organizzazioni e dentro i contesti sociali bisogna farsi carico del caos e aiutare gli altri a stare dentro al caos. Chi conduce, chi istituisce il setting, deve essere disposto a stare nel caos e aiutare le persone a stare un pò nel disordine. Questo aiuta le persone a sopportare l’ansia del controllo sulla realtà, che è in antitesi con la conoscenza e con il pensare insieme con gli altri. Uno degli effetti del narcisismo di cui parlavo prima, è questo bisogno di controllo. Se pensiamo ad esempio al fatto che nella storia dell’umanità non si è mai investito tanto come in questa epoca per la tutela dei minori e delle donne e, allo stesso tempo, non c’è mai stata tanta violenza su queste categorie considerate più deboli e che si pensa di poter dominare. Oppure pensiamo allo sviluppo delle palestre che sembra seguire il pensiero: “non riesco a controllare niente, almeno controllo il mio corpo”. Il bisogno di controllo è tale che non di rado diventa patologia e perversione.

 

Parlando di setting: quanto sono importanti le regole per farli funzionare?

Il rispetto delle regole nei gruppi e nelle organizzazioni è molto importante per il loro funzionamento. Ma solo nella misura in cui si riesce a mantenere un rapporto dialettico con le regole sarà possibile sviluppare una funzione di regolazione, che è l’altra faccia della stessa medaglia.. Tenersi sul confine, tra il far rispettare le regole e aiutare a leggere la situazione di realtà, non è semplice. Soprattutto in una società in cui prevale la logica del desiderio, del tornaconto personale, del piacere, del vedere tutto chiaro subito.

Quanto detto sul narcisismo sociale ci fa ripensare a un progetto che abbiamo realizzato in Coirag con l’esplosione della pandemia, nel 2020. Abbiamo realizzato un progetto di sostegno1 nel quale abbiamo condotto gruppi online per condividere sofferenze e disagi legati alla situazione che tutti stavamo vivendo. E abbiamo preso contatto con l’altra faccia del narcisismo sociale: un vissuto di enorme solitudine. Quanto tali vissuti e bisogni sono presenti anche nelle organizzazioni?

Detto che individualismo, solitudine e socialità apparente sono strettamente imparentati, converrà qui andare oltre per non eludere la vostra domanda. Nelle richieste che ci fanno oggi le persone delle aziende c’è spesso un bisogno più o meno esplicito di coinvolgimento, di vicinanza. E’ importante mantenersi in un ruolo terzo: bisogna entrare dentro perturbando il contesto osservato, 

Si tratta del progetto COndiVIDi, realizzato dal Gruppo Sviluppo di Coirag sede di Milano. Il progetto ha visto la realizzazione di 15 gruppi online per tre incontri ciascuno nel periodo marzo-aprile 2020 (primo lockdown). I gruppi sono stati organizzati per tipologia di partecipanti: Polis (lavoratori, smartworker, liberi professionisti), Psicologi e psicoterapeuti, Studenti di psicologia, Tirocinanti post- lauream di psicologia, Scuola (insegnanti, educatori). Su questo progetto è stata effettuata una successiva ricerca il cui esito è pubblicato nell’articolo: Online Supportive Group as social intervention to face COVID lockdown.

Mantenendosi però sulla leggera linea di confine che distingue le parti coinvolte. Esserci senza confondersi con le parti consente di stare e operare nelle dimensioni caotiche in cui si trovano spesso, oggi, i gruppi di lavoro, le organizzazioni. Poi lavorando insieme (anche a noi) le persone apprezzano la differenza tra il vivere in un’organizzazione che attraverso il linguaggio del “noi” esprime significati (anche taciti e inespressi) per chi ne è coinvolto, o trovarsi a lavorare in unità sociali artificiali e burocratiche.

Abbiamo ancora qualche curiosità. Nel suo testo cita Anzieu che fa un parallelo tra sogno e gruppo: entrambi sono esperienze nelle quali l’individuo sperimenta un esaudimento fantasmatico di desideri inconsci. Ci domandiamo: quanto oggi tale funzione è svolta dai social network, in un modo certo più semplicistico rispetto ai gruppi, perché meno impegnativo e meno rischioso?

Sono in accordo con la vostra ipotesi. I social network danno questa illusione di essere-con. Credo siano un buon strumento per avvicinarsi alle persone ma, allo stesso tempo, mi sembra provochino degli effetti sulle relazioni sociali che vanno nella direzione del distanziamento. Forse, per girare un po’ pagina, dobbiamo renderci conto che i gruppi come li pensavamo un tempo non esistono più, sono da riscoprire. Oggi la questione è di riportare fiducia alle relazioni sociali che intratteniamo. Produrre, relazionarsi e costruire identità sono facce della stessa medaglia. Ciò che si produce è importante in sé, ma è importante anche per le persone e per la loro identità. Mentre lavoriamo costruiamo relazioni, a volte più fertili, altre meno.

Dopo l’incontro con il prof. Kaneklin abbiamo ancora una volta preso contatto con i rischi di una cultura che propone soluzioni semplificanti a tutti i piccoli e grandi problemi/questioni/domande della vita. Circondati da soluzioni che, a proposito di esaudimento fantasmatico di desideri, hanno l’effetto calmante e illusorio di rispondere ai bisogni evitando gli aspetti faticosi e frustranti della complessità. Facciamo riferimento alle tecniche fini a sé stesse, ai social network, alle app dei nostri smartphone, ai percorsi formativi standardizzati, nella misura in cui non accrescono ma bensì impoveriscono la nostra possibilità di conoscere, comprendere, apprendere, cambiare, crescere, evolvere, pensare.

Dopo le esperienze condivise con il prof. Kaneklin, ci è apparso ancora più chiaramente come sia necessario, come psicoterapeuti e psicologi delle organizzazioni, creare e tutelare gli spazi di working through: la cura dei setting e dei tempi del cambiamento, la funzione terza dell’operatore, la possibilità di non cedere/cadere nella bidimensionalizzazione dia-bolica2. Il gruppo, luogo di confronto e di costruzione di relazioni, di molteplicità, differenze, consente di stare nella tridimensionalità, nel simbolico3, e tenere insieme. Un consapevole esercizio del vivere con gli altri, del con-vivere.

Rassegna e Recensioni

Sassolas, M. (2021). La penna dello psichiatra. Apologia di una psichiatria interpersonale. Napoli: Luigi Guerriero Editore
Recensione a cura di Federica Fuoco

Marcel Sassolas, dal 1965, ha dedicato la sua attività professionale alla cura di persone che soffrono di psicosi e di gravi disturbi della personalità; fu tra i fondatori del complesso sistema di cura extraospedaliero nato a Villeurbanne negli anni sessanta, esperienza che raccoglieva e risignificava l’eredità dei pionieri di Saint’Alban, che nei primi anni quaranta, militavano contro l’ordine asilare del manicomio. Ed è proprio a partire questa esperienza trentennale che l’autore elabora una teoria applicata alla cura interpersonale inserita nella realtà clinica quotidiana…

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… “La penna dello psichiatra. Apologia di una psichiatria interpersonale”, ultimo testo dell’autore, è un’attenta riflessione sull’importanza di un’eredità a partire dal racconto di una militanza tenace. Come scrive lo stesso Sassolas, la militanza suppone tre elementi: una convinzione, un modo per difenderla e il desiderio di vederla incarnarsi nella realtà. Le convinzioni che egli persegue e che condivide nel suo testo non sono, però, frutto di un’aderenza fideistica ad un’ideologia, ma si ancorano ad una pratica clinica quotidiana cui si associano un costante esercizio del pensiero e un rimaneggiamento puntuale delle elaborazioni teoriche.

Il testo riunisce diversi scritti, alcuni inediti, altri già pubblicati e rielaborati dopo la prima edizione, nel 1997, de “La terapia delle psicosi” e si presenta in continuità con quest’ultima opera sia per lo stile (i capitoli organizzati a “mazzetti”) sia per il soggetto della trattazione: la cura individuale, di gruppo e istituzionale delle persone che soffrono di disturbi psicotici. Le due opere, pubblicate a più di venti anni di distanza l’una dall’altra, si collocano, però, in contesti sociali e culturali molto differenti. Come scrive l’autore, l’opera in questione, si situa, infatti, in un tempo in cui il concetto stesso di cura psichiatrica viene continuamente minacciato da una concezione di stampo medico-organicista e dalle logiche del produttivismo e della razionalità strategica che stanno dominando anche le istituzioni di cura. L’autore, dalla sua posizione di clinico, psichiatra e psicoanalista, tocca, in fondo, una questione etica complessa nella misura in cui interroga il senso e la direzione della professione di cura incarnata nei soggetti che la esercitano, in altre parole, il mandato che si assume rispetto all’azione professionale.

Sassolas coglie il processo di arretramento del pensiero che si sta realizzando in ambito psichiatrico e intuisce, dunque, il pericolo che sta correndo una certa concezione della cura, la stessa che ha ispirato la sua pratica clinica sin dall’inizio della sua esperienza di curante. Ma qual è il tipo di cura che rischia di scomparire lentamente e che egli intende illustrare e difendere? Quali sono le cause di questo processo involutivo e perché la trasmissione e la permanenza di una certa concezione della cura rappresenta oggi una necessità, più che una questione ideologica?

Quella cui fa riferimento Sassolas è la cura centrata sulla “relazione interpersonale”, quella che richiede tempo e pazienza, che si pone oltre il quadro nosografico di malattia e la remissione forzata dei sintomi per mettere al centro della riflessione e del lavoro terapeutico la dimensione affettiva e relazionale dell’esperienza vissuta da ogni paziente. Le strutture socio-sanitarie e riabilitative sono oggi i nuovi luoghi della cura ed è lì che la psichiatria medica, che oggi prevale ampiamente sulla cura centrata sulla relazione, tanto in ambito clinico quanto in quello accademico, relega le prese in carico di lunga durata. I professionisti che operano in tali strutture, come psicologi, educatori, assistenti sociali, confrontandosi quotidianamente con la dimensione relazionale, non possono permettersi di eluderla, come, invece, fa la psichiatria medico-organicista, in quanto essa costituisce il cuore del lavoro con i pazienti. Sassolas sembra quasi accorrere in aiuto a questi nuovi soggetti della psichiatria, fornendo loro uno strumento estremamente utile alla pratica clinica poiché, come lo stesso scrive, per questi nuovi soggetti, tenere in considerazione la dimensione relazionale della cura, non è né un lusso né una scelta ideologica, ma è una questione pragmatica, una necessità.

La prima parte del lavoro è dedicata alla cura psichica dei disturbi psicotici. Sassolas, per fornire al lettore un’immagine immediata del tipo di approccio che si propone di far conoscere e di difendere, apre il capitolo con il racconto di un aneddoto significativo avvenuto nel 1966 presso l’Ospedale psichiatrico di Vinatier a Lione, dove svolgeva il suo tirocinio di specializzazione in psichiatria nel Servizio guidato da Paul Balvet, tra i pionieri della psichiatria anti-manicomiale dell’immediato dopoguerra. Il titolo dell’opera fa riferimento a tale aneddoto, richiamando proprio la penna che Paul Balvet scambia con il coltello della sua paziente, un gesto che mostra l’estrema sensibilità dello psichiatra alla dimensione relazionale, alla dinamica difensiva e ai processi psichici che sottendono i comportamenti e le parole. Nella seconda parte del testo viene affrontata la questione relativa ai nuovi luoghi della cura psichiatrica, le strutture socio-sanitari e riabilitative. Questa seconda parte si apre con un’attenta riflessione sulla funzione curante di tali strutture e sulla necessità di interrogare costantemente tale funzione per mettere al riparo pazienti e gruppo curante da quegli effetti anti-terapeutici che Racamier chiama “procedure anti- Io. Sassolas, a tal proposito, parla della necessità di praticare una psichiatria pensante, che abbia l’attitudine al piacere di pensare, l’unica a garantire un approccio autenticamente terapeutico, non collusivo con il funzionamento psicotico e che possa sostituirsi ad una psichiatria protesica, assistenzialistica e cronicizzante oggi dominante.

La terza parte del testo è dedicata al suo lavoro di psicoanalista itinerante che, dalla sua posizione, anima il gruppo di lavoro istituzionale dialogando con l’esperienza riportata dagli operatori. Il dialogo e la relazione caratterizzano, dunque, non solo la concezione della cura dei pazienti, ma anche il suo metodo di lavoro con il gruppo istituzionale dei curanti. La supervisione e la formazione in gruppo restano lo strumento privilegiato per analizzare le dinamiche istituzionali, per visualizzare le insidie del processo di cura, come la seduzione narcisistica e l’eccesso di sollecitudine e per evitare che quest’ultimo rimanga impantanato a causa delle logiche manageriali e aziendalistiche che dominano i Servizi di cura, imponendo procedure e protocolli predefiniti. L’ultima parte è una lucida riflessione sul futuro della psichiatria e sulla necessità di trasmettere un’eredità come affermazione di un preciso posizionamento rispetto ad un processo di arretramento del pensiero in ambito psichiatrico, partendo dalla consapevolezza che la cura centrata sulla relazione, che necessita di tempo e di pazienza, ha grosse difficoltà ad agganciare l’interesse nell’epoca della prestazione e dei tempi rapidi.

Marcel Sassolas ci richiama, dunque, all’essenziale, alla vera finalità della cura psichiatrica: non l’estinzione forzosa dei sintomi, ma la salvaguardia e la reintegrazione della vita psichica dei pazienti, della loro soggettività, danneggiate dai processi psicotici, quando proprio questa è la croce dalla quale essi cercano di liberarsi, spesso agendone l’espulsione attraverso i cosiddetti atti parlanti. Per fare questo è necessario andare oltre il livello dei sintomi e interessarsi alla struttura difensiva che li sottende e che porta i pazienti psicotici a vivere un doppio esilio: fuori da sé e fuori dalla società. Ridare dignità alla vita mentale dei pazienti nominando, con tatto, ciò che la loro psiche rifiuta e sollecitando con cura la loro energia vitale, evitando interpretazioni banali, carezzando contropelo la psicosi. La tecnica del prendere contropelo, di cui parla l’autore, riguarda non soltanto i movimenti spontanei della psicosi, la cui finalità è l’appiattimento e il congelamento della vita psichica, ma anche quegli aspetti della psichiatria attuale che spesso riducono i pazienti ai meri processi biologici e comportamentali.

Il grande merito del testo e di tutta l’opera di questo psichiatra, così tenace e perseverante, consiste, a mio parere, oltre che nel merito, prevalentemente nel metodo e cioè nel fatto che egli, muovendosi verso la realizzazione di un duplice obiettivo: approfondire lo studio della clinica delle psicosi e costruire dei percorsi di cura coerenti, elabora un quadro unitario, armonico, nel quale, alla questione del trattamento dei gravi disturbi psicotici, premette un modello teorico coerente del funzionamento psicotico stesso. In altri termini, egli fa discendere la pratica clinica e i fattori terapeutici attivi nel lavoro clinico da un modello teorico della dinamica psicotica, a sua volta, costantemente messo a punto, limato, rielaborato, quasi in modo chirurgico. Tale modello è ancorato, da un lato, alla prassi sul campo e, dall’altro, ad autori che cita puntualmente anche in questo lavoro e che considera la propria bussola per orientarsi nell’universo psicotico, come Winnicott, Segal, Kohut, Bettelheim e, in particolare, Racamier.

Approcciandosi all’opera di Marcel Sassolas, non può non venire in mente l’immagine di un artigiano desiderante e appassionato che lavora, lentamente e con estrema cura, il suo oggetto. Un’immagine che richiama quella del giardiniere e dell’architetto riportate da Jacques Dill, nella prefazione al testo. Dill definisce Sassolas un giardiniere tenace che si fa architetto lanciandosi nella duplice sfida di approfondire lo studio della clinica delle psicosi, da un lato e, dall’altro, di costruire percorsi e sistemi di cura che tenessero conto delle peculiarità dei pazienti, così come fatto a Villeurbanne: “Aveva la tenacia di un giardiniere, la perseveranza di un architetto animato da una convinzione che è divenuta sempre più militante davanti all’onda montante delle pratiche psichiatriche che privilegiavano chiaramente la caccia ai sintomi piuttosto che la persona che li esprimeva”.

Varoufakīs, G. (2020). Un altro presente. Trad. it. Milano: La Nave di Teseo, 2021
Recensione a cura di Giuseppe Ruvolo

Vi ricordate del Ministro delle finanze greco del governo Tzipras all’epoca del massacro della Grecia ad opera della Troika politicofinanziaria (Commissione europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale)? Era Yanis Varoufakis, economista e autore di molti libri, tra i quali questo very strange romanzo che s’intitola “Un altro presente”, uscito da qualche mese anche in italiano. Avevo pensato di segnalare questo libro prima che i venti di guerra toccassero sorprendentemente il nostro vecchio continente, ma dopo il precipitare del conflitto in Ucraina questo testo mi sembra ancora più rilevante, soprattutto perché ci aiuta/obbliga a fare qualche riflessione su…

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…qual è il mondo che vogliamo in alternativa al neoliberismo (e a tutte le ideologie del dominio), come possiamo immaginare debba articolarsi la sua organizzazione, intorno a quali valori, a quali modelli organizzativi e di governo dell’economia e della vita.

Nel romanzo Yanis rimane essenzialmente un economista, ma di quelli che provano a descrivere COME potrebbe funzionare un’economia alternativa a quella descritta dal mainstream accademico-governamentale che continua a ripetere “there is no alternative!” al capitalismo mercatistico. E l’autore, infatti, descrive alternative sia al mercato che al capitalismo, senza ovviamente dimenticare la lezione delle catastrofi dei tentativi storici di sistemi sedicenti socialisti, comunisti e simili.

 

Tre punti mi sembrano interessanti da riprendere qui perché rilevanti per chi si occupa di salute mentale e relazionalità sana: quali strutture economico finanziarie alternative a quelle esistenti, come avviene la svolta, quali ricadute sulla soggettività collettiva. 

La parte di narrazione fantascientifica è presto detta: nel 2025 un ingegnere geniale e creativo scopre, per caso, che si è prodotto un canale di comunicazione spazio-temporale (un wormhole spazio- temporale1) con una realtà parallela alla nostra che, però, a partire del 2008 (l’ultima grande crisi economico finanziaria globale) ha preso una piega completamente differente da quella che noi stiamo vivendo. In quel mondo parallelo tutte le istituzioni del potere economico-finanziario mondiale vengono più o meno repentinamente azzerate e sovvertite, le banche non vengono più rifinanziate con il denaro dei contribuenti (come è successo nel nostro mondo dopo il crollo del 2008), le grandi società finanziarie vengono lasciate fallire e vengono creati nuovi organismi sotto lo stretto controllo democratico delle comunità regionali e territoriali. E’ questo nuovo possibile assetto che l’autore intende descrivere col pretesto del romanzo, ma chiaramente con l’idea esplicita di mostrare che …è possibile.

Nell’Altro presente (come nel libro si chiama la realtà parallela) quando A. Einstein formulò la teoria della relatività allargata e il concetto di spazio-tempo variabile, mai come in questo periodo si sono registrati tanti romanzi, films e serie nei quali ci sono questi passaggi spazio temporali che conducono a mondi paralleli. Due ragioni mi sembrano più immediatamente rendere conto di questa tendenza. Una, più naturalistica, è quella dell’eventualità della fine del mondo, non il delirio psicotico di cui aveva parlato E. De Martino (1977, 2019), ma un quasi certo destino se non si cambia la rotta dell’attuale stile di vita consumistico-distruttivo. L’altra ragione, meno futuribile, è che il mondo che abitiamo ogni giorno somiglia sempre di più a un inferno piuttosto che al Paese di cuccagna prospettato dalle promesse dell’autorealizzazione e dell’illimitato scatenamento del desiderio di godimento del regime neoliberista, pertanto è sempre più forte la spinta a sfuggire la realtà spiacevole (la guerra ne è un aspetto), ma anche a ricercare, almeno in fantasia, … altri mondi possibili.

Le aziende non hanno né capi né gerarchie, né una funzione del personale che governa le cosiddette risorse umane, nessuno possiede più terre e immobili, né paga tasse, non esistono più le banche commerciali ma solo una Banca centrale per ogni Paese che amministra il 5% dei ricavi di tutte le attività e imprese.

La Banca centrale dota ciascun cittadino al momento della nascita di un conto fornito di un fondo fiduciario personale uguale per tutti (non un reddito di cittadinanza), nel conto confluiscono le retribuzioni e i bonus che ciascuno ottiene col proprio lavoro, ma anche un fondo dividendo che redistribuisce il 5% dei proventi delle imprese (perché tutti i cittadini sono considerati co-proprietari di tutte le imprese).

I ricavi dell’impresa, oltre il 5% allo Stato, sono divisi in 4 parti: una parte per i costi fissi, una per ricerca e sviluppo, una per stipendi base, una per bonus; su queste ripartizioni tutti coloro che lavorano in ogni impresa decidono, possedendo ciascuno una sola azione (non vendibile) e un solo voto.

Non esiste il mercato del lavoro: quando nasce un’esigenza di personale, coloro che la formulano conducono una ricerca e ascoltano chi si propone; quando un soggetto è assunto viene dotato di una azione e di uno stipendio uguale agli altri, può ottenere bonus tramite il riconoscimento di tutti gli altri colleghi (con un sistema di votazione che evita i personalismi e le collusioni). Se lascia l’azienda, lascia anche il possesso dell’azione, oltre allo stipendio.

Le imprese vengono valutate periodicamente tramite un Indice di Merito Sociale da commissioni regionali di abitanti scelti a caso, se una commissione valuta che un’impresa non agisca secondo gli interessi della comunità, propone un processo per revocare la licenza dell’impresa. L’Indice di Merito Sociale delle imprese sostituisce il valore di mercato delle azioni generato dal precedente sistema delle quotazioni in borsa (che non esiste più).

Tutti questi organismi, ovviamente qui sinteticamente enucleati, avrebbero bisogno di essere compresi in dettaglio (altro buon motivo per leggere il libro) , ma anche solo così enunciati ci fanno molto pensare: la presenza delle disuguaglianze e della violenza è da attribuire alla presunta natura umana, inestinguibilmente “cattiva”? Captivus significa catturato, imprigionato in una idea, in un ideale, in un pregiudizio, ma anche in un dispositivo che genera violenza e dominio sugli altri, e non poter più avere consapevolezza che la cattiveria non è “nella natura dell’uomo”, che l’idea che abbiamo e i dispositivi istituzionali in cui viviamo non sono gli unici possibili e, soprattutto, che li possiamo cambiare.

Il possesso della terra e la proprietà privata in generale sono state fin dal neolitico la soluzione immunitaria che gruppi, comunità e individui hanno adottato per sopravvivere e ancorare la propria sicurezza all’accesso esclusivo alle risorse e al potere tramite il possesso. Ma tutta la storia del mondo mostra che questa soluzione immunitaria si traduce sempre più chiaramente in una malattia autoimmune: l’esercizio del dominio (morbido e duro) nel medio e lungo termine non fa altro che fomentare le risposte violente e riprodurre sistematicamente e inesorabilmente il conflitto tra individui, gruppi e stati; la guerra di oggi, come tutte quelle del passato sono la più lampante evidenza che questa soluzione non produce sicurezza, ma distruzione.

Ma come sia possibile transitare dal nostro presente all’Altro presente?

Varoufakis si profonde molto a descrivere il passaggio, esso ci interessa soprattutto perché riguarda le dinamiche dei grandi gruppi, del comportamento collettivo e dei “punti di svolta” che possono generare le trasformazioni storico-culturali. Non descrive la violenza travolgente e sanguinosa delle rivoluzioni del passato, ma “movimenti collettivi” intelligenti capaci di aggregare gruppi e individui intorno a comportamenti efficacemente trasformativi (fa venire in mente le ricerche-intervento di Lewin per cambiare il comportamento di consumo delle massaie degli Stati Uniti, però con una consapevolezza e una partecipazione più autenticamente “politica”).

Nell’Altro presente la svolta è stata possibile grazie al lavoro di molti movimenti che si sono via via sempre più coordinati, ne elenco velocemente in nota i principali2.

Il processo fondamentale che consente a questi movimenti di raggiungere i loro obiettivi è rendere evidente il potere dei comportamenti quotidiani di ogni singolo cittadino, puntando a obiettivi concreti e ai punti nevralgici della dipendenza dei poteri economico finanziari dalle condotte dei grandi numeri. Il potere di cui ogni tiranno dispone, scrive in diversi passaggi del libro Varoufakis, è dipendente dal consenso, ottenuto con il terrore oppure con la mistificazione: ma nessuno è potente indipendentemente dagli altri. Oggi anche Putin non esisterebbe se non fosse l’espressione di movimenti presenti anche nel nostro mondo come Occupy Wall Street, Indignados, Aganaktysmenoi, Nuit debout ecc., nell’Altro presente si sviluppano e coagulano Ossify Capitalism e quello dei cosiddetti Crowdshorters che non occupano più le piazze, colpendo invece le vulnerabilità del capitalismo finanziario con appelli allo sciopero degli acquisti e dei pagamenti mirati, facendo crollare il mercato dei derivati e portando al fallimento le grandi società finanziarie (Goldman Sachs, JP Morgan ecc.). Il movimento dei Solsoucers conduce un capillare e sistematico attacco ai Fondi pensione delle compagnie che generano contratti di sfruttamento dei lavoratori. I Tecnoribelli (denominati Bladerunners) prendono di mira le Big Tech (Amazon, Google, Facebook ecc), attraverso scioperi di massa mondiali (giornate dell’inazione) e riconoscimento ai diritti sui dati privati individuali. Gli Environs hanno l’obiettivo di costringere i governi ad anticipare l’azzeramento delle emissioni al 2025. I Wikiblowers sono abili informatici che generano il Codice Panopticon che, attraverso l’utilizzo di un virus, rende visibili tutte le telecamere dei sistemi privati e governativi a tutti gli utenti. Gli Infiltratos entrano nei partiti politici o ne formano di nuovi per diffondervi le idee di Ossify Capitalism.

La massa collusa e compiacente che, ci auguriamo, si svegli al più presto possibile. Ricordiamoci che anche noi nei decessi passati abbiamo avuto i nostri campioni, nel secolo scorso Mussolini, nell’attuale Berlusconi, ed ancora non sappiamo chi emergerà tra i nuovi campioni di Celodurismo (in versione maschile ma anche femminile) alle prossime elezioni i politiche.

Contrariamente alle idee formulate da A. Smith nella “Ricchezza delle Nazioni” cui si sono appoggiate le prime ideologie liberiste, la ricchezza non nasce dallo scatenamento del desiderio individualistico di realizzazione, ma la ricchezza (quella economica, del benessere e quella culturale insieme) è un prodotto del lavoro a cui tutti contribuiscono, farla diventare merito del singolo per giustificarne l’appropriazione privata a scapito degli altri è una madornale svista e un’idea esecrabile. In un passaggio che mi ha molto colpito Varoufakis descrive (riprendendo Wittgenstein) l’analogia tra il linguaggio e la ricchezza: come il linguaggio, la ricchezza è prodotta collettivamente, come non esiste il linguaggio privato non dovrebbe esistere ricchezza privata, dunque se la ricchezza privata (agli altri) esiste è solo perché qualcuno se ne appropria, indebitamente.

Tanti altri temi di riflessione sono originati dal romanzo ma non li possiamo qui sviscerare tutti. Segnalo in zona Cesarini (come dicono gli amanti del calcio) quello del riconoscimento a proposito della distribuzione dei bonus ai lavoratori, ma anche a proposito del sistema di valutazione del Merito sociale delle imprese: il riconoscimento sociale è di capitale importanza per il senso di identità e l’orgoglio di ciascuno, se il tema della valutazione del merito (meritocrazia ecc.) è sempre stato fonte di disagio e di fraintendimento, ciò è dovuto non soltanto al narcisismo di singoli soggetti, ma più strutturalmente al fatto che il riconoscimento del merito è stato sovrapposto e confuso con le dinamiche del potere di appropriazione. Il merito di per sé non è contro l’altro, piuttosto consiste nella capacità di esserci per l’altro.

Ovviamente bisogna leggere con attenzione il libro di Varoufakis per comprendere con un certo dettaglio la struttura organizzativa dell’Altro presente e valutarne le potenzialità e i punti critici.

Il romanzo, comunque, è anche un vero romanzo, qualunque cosa ciò possa significare, quindi va letto per il piacere della lettura. In molti passaggi ricorda lo stile platonico dei dialoghi filosofici tra due o più protagonisti.

Necrologi

Renzo Carli: un riferimento a distanza
Ugo Corino

Giovane studente io, giovane professore lui. Siamo a Trento alla Facoltà di Sociologia verso la fine del 1971 o inizio del 72. Studio in questa Università pendolando tra Torino – città in cui risiedo con la famiglia – e Trento dal 1968 dove, come molti, ho iniziato avnutrirmi di “politica e psicoanalisi”. Sono alla fine degli studi ed ecco che arriva questo psicoanalista determinato, rigoroso con giacca e cravatta (dalla camminata un po’ rigida – e non solo), in questa Università della contestazione studentesca. Rimango affascinato da come conduce gli esami, soprattutto da come gestisce gruppi di studenti che cercano di contestarlo. Sono vere e proprie sedute di psicoanalisi di gruppo dal vivo (i suoi esami), a volte durano ore…

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…e che quasi sempre ne esce aprendo varchi di dialogo e di riflessione, proprio con quelli più esagitati (in eschimo e jeans).

Gli chiedo la tesi con un amico: arriviamo da una lunga esperienza di lavoro antistituzionale (come studenti volontari) nel manicomio di Collegno (Torino). È interessato e disponibile.

Mano a mano lo scritto gli piace: tanto che, poco prima della laurea, ci propone di pubblicarla. Siamo entusiasti.

Il giorno fatidico il prof non arriva, telefonate disagi, tensioni. Ci laureiamo con un altro professore che gentilmente si presta: grande delusione ed amarezza (solo 110 senza la lode, né tanto meno la dignità di stampa!).

In questo rapido passaggio da una grande illusione ad una altrettanta cocente delusione per un certo periodo i nostri rapporti rimasero freddi.

Lo incontrai nel 1977 all’interno di uno di quei T-Group residenziali della durata di nove giorni, che se non avevi qualche bouffée delirante voleva dire, che erano ben gestiti e/o che eri abbastanza “sano”.

Era condotto da Angelo Riccio (e se ben ricordo anche da Giovanni Guerra) dove erano previsti in alcune giornate intermedie dei colloqui con uno psicoanalista esterno: Renzo Carli!

Fu un incontro dove approfittai per dirgli quanto l’incidente della tesi mi avesse disturbato, facendo così passare in secondo piano l’esperienza del gruppo intensivo in cui ero immerso4. Fu gentile ed accogliente (per quanto possibile per uno psicanalista a quei tempi).

Ci incontrammo da allora molte volte, sicuramente ad alcuni convegni, alle giornate dell’ARIP a Parigi dove feci una parte della mia formazione psicosociologica.

Nel frattempo continuai a leggere alcuni dei suoi libri e articoli apprezzandone la chiarezza e il rigore.

Le nostre strade si incrociarono ancora, purtroppo con altri disagi (meno personali e con una stima reciproca). L’Enel negli anni ’80 del secolo scorso, in due riprese a distanza di alcuni anni, assunse circa 50 psicologi per l’area del personale. Ancora una volta ci trovammo lui responsabile della formazione dei selezionatori, io di quella dei formatori.

Due reparti in competizione tra loro, che costantemente si confrontavano sul piano professionale e dello status, all’interno dell’azienda. Organizzammo in realtà due bei progetti formativi, della durata di alcuni anni i cui echi e significatività furono riconosciuti nel tempo5.

Nel nello stesso periodo terminai la mia formazione analitica ed ebbi modo di insegnare come professore a contratto sia all’Università sia nelle Scuole di Specializzazione, continuando a seguirlo nel suo percorso professionale (dalla psicosociologia clinica all’analisi della domanda).

Lo trovai nel tempo cambiato sino ad uno degli ultimi incontri in cui con molto affetto ci salutammo ricordando alcuni degli eventi che avevamo con-diviso. Una sorta di storia parallela con una attenzione, simpatia e stima reciproca, seppure gestita a distanza e in una forma riservata. E’ stato per me, come per molti, un collega più anziano a cui ho fatto più volte riferimento nel mio lavoro, sia psicoanalitico che soprattutto organizzativo istituzionale.

Ricordando Renzo Carli
Giuseppe Ruvolo

Se c’è un testo di Renzo Carli che maggiormente rappresenta l’incrocio delle mie vicissitudini personali col suo lascito intellettuale è senz’altro il testo “Psicologia delle organizzazioni e delle istituzioni” pubblicato nel 1981. Quell’anno fu per me decisivo e pieno di cambiamenti per la mia vita personale e professionale. Dopo due anni di lavoro a Milano nell’ambito della consulenza psicologica alle organizzazioni, a fine luglio tornavo in Sicilia e cominciavo a lavorare con un incarico di psicologo nel primo consultorio familiare che veniva avviato nella regione, un incarico semestrale (siamo all’inizio delle forme di precarizzazione contrattuale) anche se rinnovabile. Avevo appena finito di mettere a punto un programma di attività concordato con l’assistente sociale e…

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… il ginecologo e discusso con gli amministratori che si conclude uno dei primi grandi concorsi nazionali per psicologi in ambito organizzativo, e mi si prospetta l’assunzione a tempo indeterminato in Enel, che allora era Ente Pubblico Economico e contava circa 110000 dipendenti (con l’avanzare del neoliberismo, poco più di dieci anni dopo, smetterà il suo mandato di impresa di interesse pubblico-sociale per diventare SpA multinazionale). Così la psicosociologia delle organizzazioni e delle istituzioni della quale avevo appreso la lezione dei francesi (G. Lapassade, E. Enriquez, D. Anzieu, J. C. Rouchy, René Kaes e altri), dell’anglo-canadese E. Jaques, ma anche degli italianissimi Enzo Spaltro e Luigi Pagliarani, diventa il centro di gravità dei miei interessi e il testo di Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia un riferimento solido e costitutivo.

Nel frattempo a Palermo, già dalla fine degli anni ‘70, avevamo dato vita al gruppo di ricerca e formazione che poi sarebbe diventato formalmente (nel 1996) il Laboratorio di Gruppoanalisi, animato dall’impulso inesauribile di Girolamo Lo Verso, insieme con Franco Di Maria, Gabriele Profita, Gaetano Venza e altri colleghi. Tutte le nostre esperienze di lavoro e di ricerca confluivano in questo gruppo (che chiamavamo fin dall’inizio semplicemente “Laboratorio”), dove chiamavamo a dialogare colleghi che in quegli anni avevano qualcosa da trasmettere: Renzo Carli fu uno di essi, insieme al citato Spaltro, Ferdinando Vanni, Diego Napolitani, Paola Ronchetti, Franco Fasolo, Bianca Colonna, il filosofo della mente Sergio Moravia, Leonardo Ancona, Giovanni Jervis e più avanti un rapporto più sistematico con Corrado Pontalti e Raffaele Menarini.

Renzo, era chiaro già allora, era un modello di pensiero, insieme della più alta professionalità analitica non separata da quella accademica, di originalità del pensiero e di acutissima intelligenza critica; dialogare con lui era sempre esporre alla messa in crisi il proprio modo di pensare.

Negli anni di lavoro in Enel la presenza di Renzo come consulente di riferimento per la formazione e il lavoro di selezione rimase parallela e quasi tenuta separata dal lavoro che facevamo con altri colleghi nell’ambito della formazione, questo perché nell’azienda le divisioni create dalle dinamiche istituzionali interne non ne consentivano un dialogo e una integrazione: un vero peccato! Ci avremmo tutti guadagnato, allo stesso modo in cui ci abbiamo tutti perso quando, dopo l’avvio della privatizzazione dell’azienda, tutte le strutture e le risorse dell’area del personale sono state smantellate e, quindi, tutti (selezione e formazione, consulenti e responsabili interni) siamo “caduti fuori dalla storia aziendale”, per scelta (non condivisione dei nuovi “valori” neoliberisti) o per forza (appartenenza all’ancien regime da smantellare).

Con Renzo abbiamo continuato a incontrarci in Università, nei convegni, nel dibattito sulle teorie e la pratica professionale, ricordo molto bene il dialogo a distanza con lui (prevalentemente tramite articoli) a proposito delle teorie senza tecnica e delle tecniche senza teoria. Si era fatto la convinzione che il modello teorico gruppoanalitico si potesse annoverare tra le teorie senza tecnica: penso che nel tempo abbia cambiato opinione. La “Psicologia delle organizzazioni e delle istituzioni” dal 2008 è diventato il titolo del mio corso principale nelle lauree magistrali di psicologia clinica e di psicologia del lavoro a Palermo, fino al mio pensionamento.

Ci siamo ancora incontrati non molti anni addietro: in un momento di passaggio critico del Laboratorio di gruppoanalisi di Palermo, gli chiedemmo di aiutarci a ripensare la “cultura locale” (utilizzando il suo linguaggio) della nostra Associazione, organizzando due giornate di lavoro residenziale. Ci aiutò senza riserve, insieme a Rosa Maria, a pensare con la sua intensa e generosa passione analitica- partecipativa. In quell’occasione ricordo bene come mi colpirono alcune sue espressioni critiche nei confronti degli sviluppi che si stavano con forza manifestando nel mondo accademico, il neoliberismo (la “nuova ragione del mondo” come hanno scritto Dardot e Laval) era ormai ampiamente penetrato anche lì, dove la maggioranza si era immediatamente adattata: non lui, e neanche noi!

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