Dopo aver proposto, nel precedente numero della rivista, gli esiti dell’indagine sviluppata tramite interviste alla più recente generazione dei colleghi psicoterapeuti formati nella Scuola della Federazione COIRAG, per la prima volta, dopo tanti anni di quasi ininterrotte edizioni, in questo numero di Plexus il Comitato di Redazione si produce nella pubblicazione di un esteso contributo che entra direttamente nel merito del tema monografico, con proprie riflessioni, accanto a quelle degli altri Autori.
Le ragioni di questa novità sono principalmente due: la prima, che l’indagine è stata estremamente ricca e ha sollecitato tante domande tra i colleghi della Redazione; domande che hanno richiesto e attivato approfondimenti, dibattito interno alla rivista e con i colleghi della Federazione COIRAG.
Indice analitico

ARTICOLI
Editoriale
Giuseppe Ruvolo | Scopri di più
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Tempo, identità, legame sociale
Giulia Ajovalasit, Stefano Alba, Roberto Ardilio, Ugo Corino, Giovanni Di Stefano, Federica Fuoco, Giampiero Genovese, Paolo Guaramonti, Umberto Marrone, Gabriele Profita, Giuseppe Ruvolo | Scopri di più
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Il tempo della cura
Nadia Fina | Scopri di più
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Non c’è più il Tempo di una volta
Michele Inguglia | Scopri di più
Articoli
Editoriale
Giuseppe Ruvolo
Dopo aver proposto, nel precedente numero della rivista, gli esiti dell’indagine sviluppata tramite interviste alla più recente generazione dei colleghi psicoterapeuti formati nella Scuola della Federazione COIRAG, per la prima volta, dopo tanti anni di quasi ininterrotte edizioni, in questo numero di Plexus il Comitato di Redazione si produce nella pubblicazione di un esteso contributo che entra direttamente nel merito del tema monografico, con proprie riflessioni, accanto a quelle degli altri Autori.
Le ragioni di questa novità sono principalmente due: la prima, che l’indagine è stata estremamente ricca e ha sollecitato tante domande tra i colleghi della Redazione; domande che hanno richiesto e attivato approfondimenti, dibattito interno alla rivista e con i colleghi della Federazione COIRAG (vi è stato anche un momento di formale presentazione e dialogo realizzato dopo la precedente pubblicazione). La seconda ragione è da riferire più precisamente all’assetto recente che il Comitato di redazione si è dato, composto da undici colleghi appartenenti a diverse generazioni, , nel quale il clima e il dialogo sono stati certamente più vivaci e più generativi; sarebbe stato difficile trattenere all’interno del gruppo gli approfondimenti e i commenti emersi nel lavoro redazionale.
Dunque, questo numero, che riprende e approfondisce i temi emersi nell’indagine pubblicata nel precedente fascicolo, prende avvio dal testo faticosamente elaborato (scrivere a ventidue mani non è così comodo) nell’anno appena trascorso dal gruppo della redazione. Il testo è corposo, lungo, e va aggiunto che molti contenuti emersi nel dialogo della redazione sono stati espunti per non appesantirlo: ma questo potrebbe significare che c’è ancora molto da dire e da pensare
sugli esiti dell’indagine con i giovani colleghi! Forse lo faremo… più avanti.
Il secondo contributo che pubblichiamo in questo numero è il commento di Nadia Fina, la collega che attualmente è responsabile della presidenza della Scuola di specializzazione della COIRAG. Esso è ripreso proprio dall’occasione della presentazione del precedente fascicolo della rivista.
Infine, abbiamo chiesto di redigere un contributo sul nostro focus a Michele Inguglia, un collega esterno all’associazione COIRAG, che abbiamo avuto modo di apprezzare nel corso di tanti momenti di dialogo sulla professione e il suo rapporto con la cultura contemporanea negli scorsi anni. La richiesta era stata molto sommessa: un commento ai risultati dell’indagine in connessione con la riflessione sul tempo della contemporaneità. Michele, come conosciamo essere la sua cifra generosa e creativa, ci ha proposto un (piccolo?) trattato! C’è tanto da leggere… e da pensare.
Tempo, identità, legame sociale
Giulia Ajovalasit, Stefano Alba, Roberto Ardilio, Ugo Corino, Giovanni Di Stefano, Federica Fuoco, Giampiero Genovese, Paolo Guaramonti, Umberto Marrone, Gabriele Profita, Giuseppe Ruvolo
Questo contributo riprende e approfondisce i temi emersi dalla ricerca qualitativa condotta con giovani psicoterapeuti formati in Scuola COIRAG, pubblicata nel precedente numero della rivista. Attraverso un processo di elaborazione collettiva, il Comitato di Redazione ha individuato tre assi fondamentali che strutturano l’esperienza professionale contemporanea: la crisi temporale della clinica, la frammentazione identitaria e l’interruzione della trasmissione generazionale, la tensione tra dimensione privata e orizzonte sociale della cura. Il primo asse – tempo – esplora come l’accelerazione sociale e la società della prestazione producano una collisione tra il tempo interno della cura e il tempo sociale, generando domande terapeutiche “da fast food” e una difficoltà strutturale nel difendere la lentezza necessaria al processo trasformativo. Il secondo asse – identità – analizza la condizione del giovane terapeuta sospeso tra duttilità riflessiva e frammentazione dispersiva, in un contesto che ha visto il capovolgimento storico da una cura collettiva con formazione autonoma a una formazione istituzionalizzata con cura privatizzata.
Il terzo asse – sociale – interroga la possibilità di pensare la psicoterapia oltre lo studio privato, resistendo alla mercificazione e costruendo dispositivi che incarnino il “sociale come cura” piuttosto che la “cura del sociale”. L’articolo non si limita alla diagnosi critica ma propone tre direzioni operative: immaginare dispositivi nuovi che rendano la psicoterapia più fruibile e contestualizzata; praticare la cura come smontaggio critico dei modelli culturali patogeni; sottrarre la professione alle logiche di mercato attraverso “istituzioni viventi”. La gruppoanalisi, con la sua vocazione costitutiva alla dimensione sociale della psiche, viene interrogata sulla sua capacità di rinnovarsi per rispondere a queste sfide.
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Tempo della cura, Identità professionale, Trasmissione generazionale, Legame sociale, Accelerazione, Frammentazione, Dispositivi gruppali, Psicoterapia contemporanea, Formazione, Gruppoanalisi
Time, identity, social bond
This contribution revisits and deepens themes emerging from qualitative research conducted with young psychotherapists trained in COIRAG Training, published in the previous issue. Through collective elaboration, the Editorial Committee identified three fundamental axes structuring contemporary professional experience: the temporal crisis of clinical practice, identity fragmentation and interrupted generational transmission, and the tension between the private dimension and social horizon of care. The first axis – time – explores how social acceleration and the performance society produce a collision between the internal time of care and social time, generating “fast-food” therapeutic demands and structural difficulty in defending the slowness necessary for transformative processes. The second axis – identity – analyzes young therapists’ condition suspended between reflexive adaptability and dispersive fragmentation, within a context that has witnessed a historical inversion from collective care with autonomous training to institutionalized
training with privatized care. The third axis – social – questions the possibility of thinking psychotherapy beyond the private practice, resisting commodification and constructing devices that embody “the social as care” rather than “care of the social”.
The article moves beyond critical diagnosis to propose three operative directions: imagining new devices making psychotherapy more accessible and contextualized; practicing care as critical dismantling of pathogenic cultural models; extracting the profession from market logics through “living institutions.” Group-analysis, with its constitutive vocation toward the social dimension of the psyche, is questioned regarding its capacity to renew itself in response to these challenges.
Time in psychotherapy, Professional identity, Generational transmission, Social bond, Acceleration, Fragmentation, Group devices, Contemporary psychotherapy, Training, Group-analysis
1. Introduzione
La ricerca condotta con giovani psicoterapeuti formati nelle scuole COIRAG e pubblicata nel precedente numero (Ajovalasit et al., 2023) ha fatto emergere un panorama ricco e complesso, attraversato da tensioni che non riguardano soltanto la dimensione professionale in senso stretto, ma investono questioni più ampie: antropologiche, politiche, esistenziali. Il Comitato di Redazione ha ritenuto di volere riprendere/rilanciare i numerosi spunti emersi da questa ricerca e realizzare un ulteriore commento e approfondimento. In questa operazione ha individuato tre assi fondamentali attorno ai quali si organizzano i temi emersi: la questione del tempo, la questione dell’identità professionale e della trasmissione, la questione del sociale come orizzonte di cura. Questi tre assi non sono separati ma si intrecciano continuamente, illuminandosi a vicenda.
Questo testo è il risultato di un processo articolato di elaborazione collettiva che ha coinvolto il Comitato di Redazione in un lavoro di confronto durato mesi. In alcuni passaggi si è anche cercato di costruire un dialogo con l’AI, che si è rivelato frustrante, soprattutto riguardo le attese di una collaborazione generativa e critica, a tal punto che siamo tornati a un utilizzo molto più basic di semplice assistente alla registrazione e alla sintesi delle riunioni del Comitato di redazione1. Il percorso non è stato lineare, data anche la numerosità (10) e l’eterogeneità dei partecipanti al comitato: ha richiesto di attraversare disaccordi, di sostare su nodi problematici, di accettare che alcune questioni teoriche fondamentali dovessero essere risolte prima di poter procedere. In particolare, la tensione tra approfondimento teorico concettuale e ancoraggio alla pratica clinica ha segnato profondamente il nostro lavoro.
Siamo consapevoli che un testo come questo si colloca in una zona di confine: aspira a mantenere una quota di rigore teoretico senza rinunciare all’accessibilità, vuole dialogare con riferimenti filosofici e sociologici senza perdere di vista il riferimento alla clinica. Non tutti i membri del Comitato condividono con uguale convinzione tutti i passaggi: vi sono sfumature, riserve, perplessità che abbiamo scelto di non nascondere, ma di tematizzare e problematizzare quando particolarmente significative.
Questo approccio dialogico e, potremmo dire, conflittuale nel senso più produttivo del termine, riflette la convinzione che il pensiero collettivo non richieda unanimità, ma disposizione all’apertura, capacità di sostenere le differenze, di farle lavorare anziché risolverle prematuramente. Se la pratica analitica orientata dalla cultura di gruppo ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo: che le tensioni non risolte possono essere più generative dei consensi accomodanti o forzati.
2. La crisi temporale della clinica
2.1. Il tempo come sintomo epocale
La ricerca ha fatto emergere con forza una difficoltà che riguarda il tempo in tutte le sue declinazioni: il tempo della seduta e del processo terapeutico, il tempo della formazione continua, il tempo della vita personale e familiare, il tempo del pensiero e dello studio. Non si tratta di una semplice questione organizzativa, ma di qualcosa di più profondo: una vera e propria crisi temporale della clinica, in cui il tempo interno della cura non trova più appoggi nel tempo sociale.
Han (2010) ha descritto la condizione del soggetto contemporaneo come quella di un individuo che si auto-sfrutta in nome della prestazione, interiorizzando l’imperativo della performance continua (si veda anche Ehrenberg, 2010). Il tempo diventa una risorsa da ottimizzare, un capitale da investire, sempre meno un’esperienza da abitare. Questa “violenza della positività” – l’obbligo di poter fare sempre di più – produce non tanto repressione quanto esaurimento.
Cosa intendiamo oggi per “tempo sociale”? Quali sarebbero i suoi riferimenti? Secondo Baudrillard (2010), ci stiamo addentrando sempre più nel passaggio dalla realtà caratterizzata da un tempo lineare, sequenziale, storico, alla iperrealtà, una condizione in cui i segni, le immagini, le rappresentazioni e le simulazioni non rimandano più a una realtà, ma la sostituiscono, diventano più “reali del reale”.
Nell’iperrealtà il tempo si scollega dalla storia: non scorre più, ma circola, si ricicla, si ripete, si riavvolge, diventa un presente continuo auto-riprodotto. È il tempo dei media e degli algoritmi: un eterno refresh. La visione dell’autore aiuta a guardare alle domande terapeutiche da fast-food (vedi paragrafo 2.3) in termini meno ideologici, non solo in quanto mosse da un desiderio prestazionale/individualistico ma anche come strategie di salvezza in un’epoca in cui il tempo “sociale” sembra via via sempre meno affidabile di quello personale. Sintonico con un tempo accelerato, frammentato, multitasking, è la richiesta di disporre di un Io flessibile, performante, sempre pronto, disponibile ed efficiente (Enriquez, 1989; Sennett, 2000).
Contraltare alla visione di Baudrillard potrebbe essere quella di Godani (2025) che, riprendendo De Martino, propone una lettura della melanconia non solo come perdita del senso di ogni cosa, ma anche come possibilità di ritrovare, attraverso questa perdita, il valore delle cose in sé, la bellezza. Secondo l’autore, la melanconia, mettendo tutto sullo stesso piano, diviene possibilità di accesso ad una posizione contemplativa del reale sgravata dalla sovrapposizione di una ricerca di senso sempre di là da venire (il tempo dell’inesauribile desiderio).
Uno stare nel mondo al di là di se stessi, dei propri obiettivi, di un tempo dotato di un senso il cui compimento rimane perennemente rimandato al futuro e, quindi, sempre mancante nel presente. Una sorta di rovescio positivo della fine della storia. Posizione che sembra in continuità con l’invito ad indugiare di Han (2009).
La proposta di Godani di vedere nella melanconia una possibilità di accesso alla contemplazione solleva tuttavia interrogativi critici. Questa prospettiva potrebbe legittimare una posizione eccessivamente passiva, priva di slancio trasformativo?
Se la melanconia diventa mera accettazione della “fine del mondo”, del collasso del senso, dove si colloca la spinta alla trasformazione, alla modificazione delle condizioni che generano sofferenza? La questione non è puramente teoretica, ma ha immediate ricadute cliniche. Una psicoterapia che enfatizzi la dimensione contemplativa rischia di adattare il soggetto a condizioni patogene, di favorire una posizione di rassegnazione mascherata da saggezza? Vi è il sospetto che questa prospettiva, per quanto suggestiva, possa essere funzionale più a una accettazione dello status quo che a una sua messa in discussione.
La sfida diventa allora quella di pensare la melanconia – cioè la condizione depressiva, non in quanto condizione psicopatologica del singolo, ma in quanto esperienza comune caratteristica del tempo attuale collettivo – non come destinazione ma come passaggio: non il punto di arrivo, ma un processo che può condurre oltre l’impasse melanconica del lutto. Se la melanconia, con il suo mettere tutto sullo stesso piano, può liberare dalla tirannia del senso imposto e aprire alla contemplazione del valore delle cose per come sono, non sovrapponendo alla realtà un senso che ad essa mancherebbe e che dovrebbe essere cercato e ad essa imposto, questo non può essere il compimento del lavoro terapeutico (né tantomeno di quello formativo).
Deve poter essere il preludio a una riappropriazione attiva, a una ricostruzione di senso che non sia mera ripetizione dell’istituito (già dato?). La contemplazione, insomma, non al posto della trasformazione, ma come suo momento necessario. In altri termini, la contemplazione sarebbe il risultato di una presa d’atto della realtà, dopo la sottrazione della pretesa di come dovrebbe essere, sotto il dominio del desiderio. Questa “liberazione” è la premessa per rimettere in movimento la trasformazione (Jullien, 2023, direbbe la “ri-apertura dei possibili”). Una trasformazione – quella auspicata dalla psicoterapia
analitica – concepita non anticipatoriamente come uno stato già previsto a cui pervenire, bensì come un processo aperto che nasce proprio dalla capacità di osservare e riconoscere le cose come già sono, al di qua delle pretese su come dovrebbero essere. Dalla fiducia, quindi, che la consapevolezza nascente da questo sguardo apra al processo di cambiamento, senza che lo stato finale debba essere noto in anticipo, o perseguito con una manipolazione attiva.
2.2. Pazienti yogurt e psicoterapia fast food
Rosa (2010), nella sua teoria dell’accelerazione sociale, ha mostrato come la modernità tardiva sia caratterizzata da un’accelerazione del ritmo della vita che produce una peculiare forma di alienazione: l’alienazione dal tempo stesso. Il soggetto non ha più tempo per appropriarsi delle proprie esperienze, che scivolano via senza sedimentarsi in senso. Le ricadute sulla clinica sono profonde. La frammentazione del tempo si traduce in frammentazione dell’esperienza professionale: due ore di orientamento nei licei, poi due sedute, poi un progetto a scuola, etc. Ma la cura richiede continuità, sedimentazione, la difesa di un tempo opportuno (kairos) fatto di durata, attesa, sospensione. Stanghellini (2008) ha descritto come l’istantaneità contemporanea dissolva la continuità narrativa dell’esperienza: il tempo non è più vissuto come una trama coerente ma come frammenti senza legami.
Questa condizione risuona nelle parole dei giovani terapeuti che descrivono la difficoltà di «stare sulla complessità», quando tutto spinge verso soluzioni immediate. Anche i pazienti hanno fretta: sia come tempo da dedicare, sia come bisogno di soluzioni e di risposte rapide. Le verbalizzazioni sono vieppiù delle cronache e non delle narrazioni. D’altra parte, la fretta e l’urgenza non permettono né di individuare le priorità, né gli scostamenti dalla media statistica. Il lavoro frammentato e precarizzato produce, o almeno promuove, l’instabilità organizzativa, la perdita e la crisi dei referenti metasociali e metapsichici (Kaës, 2015).
Accelerazione e istantaneità sembrano permeare la stessa domanda di cura. I pazienti arrivano spesso con autodiagnosi formulate su Internet, cercano etichette diagnostiche più che comprensione, richiedono interventi brevi e mirati. Nelle interviste con i giovani psicoterapeuti era emersa l’immagine efficace del “paziente yogurt” – come se avesse una data di scadenza – o della psicoterapia come “fast food”. Questa domanda di semplificazione e rapidità non è
semplicemente un’ingenua aspettativa dei pazienti, ma riflette una trasformazione culturale più ampia. Come scrivono Benasayag e Schmit (2003), viviamo in un’epoca in cui la promessa moderna di un futuro sempre migliore si è rovesciata in una minaccia permanente, generando una richiesta di soluzioni immediate che proteggano dall’incertezza. Dal canto suo, Ehrenberg (1998) ha mostrato come la depressione sia diventata la patologia emblematica di un’epoca che ha
sostituito la colpa con la responsabilità, il divieto con l’iniziativa. Il soggetto contemporaneo non soffre più per ciò che non gli è permesso fare, ma per ciò che non riesce a fare, per un dover fare sempre di più.
Di qui la richiesta di interventi “tecnici” che ripristinino la capacità di funzionare per realizzare questo irrealizzabile programma – non di interventi trasformativi che interroghino il senso del malessere. La trasformazione della domanda include richieste che alludono a qualcosa che “non funziona” e che vada “aggiustato”. L’analogia con i pezzi di ricambio, con l’usa e getta viene spesso inconsapevolmente o implicitamente evocata.
2.4. Complessità ermeneutica vs. logica algoritmica
La formazione analitica prepara a maneggiare la complessità, a tollerare l’ambiguità, a sostare nell’incertezza del processo interpretativo. Rendere “attrattiva” la prospettiva della complessità, comunicare il suo valore, richiede però un tempo che si scontra con il paradigma contemporaneo dell’accelerazione che chiede chiarezza, protocolli, soluzioni rapide. Emerge una tensione tra “pensiero e algoritmo”, tra l’episteme relazionale del lavoro analitico e la logica di mercato che domanda risultati misurabili.
Come osserva Han (2014), il neoliberismo non opera più attraverso la disciplina dei corpi ma attraverso l’ottimizzazione della psiche. La frammentazione del tempo è psichicamente incorporata e produce disidentità e desoggettivazione. La psicologia stessa rischia di diventare strumento di questa ottimizzazione, di ridursi a funzione algoritmica2: la sfida per la psicoterapia analitica è resistere a questa cattura senza rifugiarsi in un’irrilevante torre d’avorio.
2.5. Il dispositivo della psicoterapia come zona di decelerazione
Se la cura richiede lentezza mentre il mondo impone velocità, la psicoterapia contemporanea diventa luogo di “collisione temporale”.
Qui il tempo pulsa in due ritmi diversi: quello interno della relazione e quello esterno della prestazione. Occorre anche riconoscere che lentezza/relazionale e velocità/prestazionale sono polarità che non si depositano in modo così asimmetrico, l’una nei pazienti, l’atra negli psicoterapeuti, ma appartengono e attraversano entrambi, sia pure in diversa misura. Forse il “tempo della cura” oggi non è più solo lentezza, ma la capacità di contenere più tempi insieme – se non è possibile farli coincidere, forse si può praticare l’esperienza di restarne attraversati ma consapevoli, senza “spezzarsi”, evitando di assumere posizioni polarizzate e pregiudiziali, abitando e riconoscendo l’ambivalenza e le sue ragioni. Sassolas (2021) richiama la necessità di una cura che “accarezzi contropelo” la negazione e la maniacalità contemporanee, di uno psichiatra itinerante e flessibile piuttosto che militante. Il gruppo, in particolare, può diventare dispositivo di protezione di un tempo opportuno – uno spazio dove la decelerazione non è fuga dalla realtà ma condizione per pensarla.
La domanda resta aperta: come difendere, promuovere, il tempo lento della psicoterapia, senza cadere nell’autoreferenzialità? Come proporre un ritmo diverso dallo spazio mondano senza pretendere di imporre standard precostituiti? 3 La responsabilità dello psicoterapeuta è non colludere con le pressioni della prestazionalità, disposizione che richiede fermezza di metodo ma anche capacità di mediazione culturale, riconoscendo che il clinico e il paziente abitano spesso mondi temporali diversi.
Ci sembra che una indicazione pratica utile per lavorare su questo possa essere quella della pratica dell’analisi della domanda (Carli & Paniccia, 2004): nella domanda si esprime la relazione immaginaria del paziente riguardo alle attese e ai fantasmi della psicoterapia, dunque anche la dimensione temporale con le sue ragioni e le sue logiche: il riconoscimento di queste ragioni può sospendere l’agito del tempo prestazionale/veloce, condurre a rimettere nel circolo riflessivo e nella possibilità della scelta la collocazione del soggetto nell’assoggettamento al modello socio-culturale della forma vitae contemporanea.
3. L’identità frammentata e la trasmissione interrotta
3.1. La fatica di essere psicoterapeuta
Il secondo asse tematico riguarda la costruzione dell’identità professionale in un contesto che non offre più i tradizionali supporti alla soggettivazione. La ricerca da noi pubblicata nel precedente fascicolo ha fatto emergere un’identità “composita e talvolta frammentata”, una maggiore esposizione e minor protezione garantita dal ruolo, una legittimazione l’appartenenza cercata attraverso l’efficacia piuttosto.
Questa incertezza non è semplicemente l’insicurezza tipica degli esordi professionali, ma riflette una condizione più strutturale. Se Erikson (1997) teorizzava la “crisi d’identità” come fase evolutiva da attraversare per giungere a una sintesi matura, oggi la crisi sembra essere diventata condizione permanente. Ehrenberg (1998) ha inoltre mostrato come il passaggio dalla “società della colpa” alla “società della responsabilità” abbia trasformato la natura stessa della sofferenza psichica. Non più il conflitto tra desiderio e divieto, ma l’insufficienza di fronte a un ideale di realizzazione illimitata. Per il giovane psicoterapeuta questo si traduce nella fatica di autorizzarsi a un ruolo che nessuna istituzione forte legittima più dall’esterno.
3.2. Duttilità riflessiva o frammentazione dispersiva?
La molteplicità di ambiti, contesti e prestazioni in cui si trovano a operare i giovani colleghi può essere letta in due modi radicalmente diversi: come duttilità riflessiva – la capacità di declinare risposte “situate” a domande differenziate – oppure come frammentazione dispersiva, cui mancherebbero i nessi tra i contesti diversi e il senso più ampio di cosa significa essere psicoterapeuta nel mondo contemporaneo.
Bauman (2005) ha descritto l’identità postmoderna come “liquida”: non più un destino da scoprire ma un compito da costruire e ricostruire incessantemente. Questa liquidità può essere alternativamente vissuta come libertà o come dispersione. Il discrimine sta nel rimanere in contatto con la problematicità aperta dell’identità, usandola come spazio di ricerca piuttosto che come difetto da colmare, ma soprattutto riconoscendo il comprensibile ma pernicioso desiderio di pervenire a una identità illusoriamente permanente e definitiva.
La questione si complica quando la molteplicità dei contesti non è frutto di scelta ma di necessità economica. I vissuti di frammentazione hanno a che fare con caratteristiche strutturali della contemporaneità: il modello capitalistico della prestazione, la deregolamentazione del lavoro, lo smantellamento dello stato sociale. Non sono solo fragilità psicologiche individuali e generazionali.
3.3. La solitudine come condizione strutturale
Un tema che attraversa potentemente le narrazioni degli intervistati è stato quello della solitudine. Non come semplice sentimento soggettivo, ma come condizione più ontologica che professionale.
Emerge una precisa distinzione tra il desiderio di gruppalità e la pratica della gruppalità: molti colleghi esprimono il bisogno di appartenenza e confronto, ma facilmente ci si perde quando si tratta di tradurre questo desiderio in qualcosa di effettivo. La difficoltà espressa sta, ancora una volta, nel prendersi del tempo per condividere, quando la necessità economica – e forse anche la gratificazione (narcisistica?) della pratica – spingono in direzione opposta, cioè a destinare quanto più tempo possibile all’esercizio della professione, alla sua “produzione”. La dimensione gruppale richiede tempo e ritmo che la forma vitae contemporanea nega.
Da un altro punto di vita, potremmo però sostenere che la solitudine potrebbe anche essere protezione dal “troppo pieno”, dall’eccessiva richiesta prestazionale, protesta alla costante violazione del diritto all’irreperibilità e al tempo privato. Questa “protezione” potrebbe applicarsi alla partecipazione alla vita sociale (e politica), ma investirebbe anche la partecipazione alla più ristretta area del Plexus professionale. Attingendo al concetto di «indocilità» di Roberto Beneduce, potremmo suggerire che la solitudine possa essere anche tentativo di resistere, di non omologarsi.
3.4. La crisi della trasmissione
Benasayag e Schmit (2003) hanno descritto la crisi contemporanea della trasmissione: il sapere circola come mai prima, ma non si deposita, non si sedimenta, non forma. È la differenza tra informazione e conoscenza: l’informazione è immediatamente disponibile, la conoscenza richiede tempo per essere incorporata, fatta propria, trasformata in competenza incarnata.
Tra i temi emersi nella nostra ricerca, una questione in particolare riguarda la discontinuità nella trasmissione della memoria storica della professione (cfr. anche Alba et al., 2022) I giovani psicoterapeuti intervistati sembrano mostrare scarsa consapevolezza delle esperienze collettive che hanno caratterizzato le generazioni precedenti: la stagione della psichiatria territoriale, il lavoro nei servizi pubblici, la dimensione politica e comunitaria della cura, con il rischio di perdere “l’orizzonte della polis” e di rinchiudersi in una “bolla autoreferenziale” centrata esclusivamente sulla pratica privata.
Questa frattura genera due rischi complementari. Il primo è quello di un presentismo acritico: senza memoria dei conflitti sociali e dei processi politico-culturali per rendere la cura accessibile, senza conoscenza dei tentativi storici di costruire dispositivi collettivi e pubblici di salute mentale, si rischia di naturalizzare l’attuale configurazione privatistica e mercificata della psicoterapia, come fosse l’unico orizzonte possibile. Il secondo rischio è quello che potremmo definire vittimismo generazionale: l’enfasi sulle difficoltà del presente può oscurare le conquiste e le possibilità che pure esistono, producendo una narrazione della professione centrata esclusivamente sulla precarietà e sulla sofferenza.
Si tratta, tuttavia, di riconoscere che la sofferenza dei giovani professionisti è legittima e risponde a condizioni strutturali trasformate, evitando un atteggiamento pedagogico e normativo che non ascolta ma giudica, che bacchetta senza conoscere.
La questione non è dunque se i giovani psicoterapeuti abbiano o meno ragione a lamentare un disagio, ma come costruire un dialogo intergenerazionale che sappia insieme custodire la memoria storica delle esperienze collettive e riconoscere la specificità delle condizioni contemporanee. Si tratta di evitare tanto il presentismo senza memoria quanto il passatismo che idealizza configurazioni storiche irripetibili, cercando invece di identificare quali elementi delle esperienze passate possano essere riattualizzati anche in forme nuove. La trasmissione non può essere mera ripetizione, ma deve farsi traduzione creativa.
Lo stesso rapporto con i “maestri” è diventato ambivalente. Se in passato essi trasmettevano non solo un sapere tecnico, ma un modo di essere psicoterapeuta, un’etica della cura, una postura esistenziale, oggi si percepisce contemporaneamente vicinanza e distanza incolmabile: si può apprendere molto, ma resta qualcosa di irriducibilmente diverso nel percorso.
Emerge l’immagine di una “clinica orfana”: una clinica in cerca di nuovi simboli fondativi che non sono ancora disponibili. Non necessariamente una perdita da rimpiangere – la funzione paterna irrigidita poteva diventare autoritarismo – ma certamente un vuoto da elaborare, uno spazio aperto che attende di essere colmato in forme ancora da inventare.
La sfida per la comunità professionale alle prese con il mondo contemporaneo sembra allora consistere nella possibilità di immaginare spazi di incontro in grado di accogliere questo vuoto, spazi in cui la “collisione temporale” tra anziani e giovani professionisti possa trasformarsi in un dialogo intergenerazionale (un po’ come nell’ultimo anno nel rinnovo del Comitato di Plexus abbiamo fatto accadere nel gruppo della nostra redazione) che consenta di ritrovare direttrici di senso, traiettorie storicizzate delle vicissitudini dell’identità professionale a partire dalle quali costruire il proprio personale, ma non solipsistico e autoreferenziale, modo di essere psicoterapeuta oggi.
4. Il sociale come orizzonte di cura
4.1. Il desiderio di una funzione sociale e il finanzcapitalismo della psicoterapia
Il terzo asse tematico attraversa le voci dei giovani psicoterapeuti con particolare intensità: il forte desiderio di “avere una funzione sociale”, di non limitarsi al lavoro nello studio privato. Emerge una tensione profonda tra la dimensione individuale della cura e la tensione pro sociale della professione. Foulkes (1975) concepiva l’individuo come punto nodale in una rete di relazioni: la matrice sociale non è sfondo ma tessuto costitutivo della psiche. Curare l’individuo senza considerare la matrice che lo attraversa significa perdere qualcosa di essenziale. Questa intuizione oggi si scontra con una realtà della pratica professionale che è stata spinta verso la privatizzazione e rischia di mettersi collusivamente al servizio delle richieste di rinforzo del narcisismo e delle istanze di controllo di tipo individualistico.
La nostra ricerca ha evidenziato un panorama lavorativo profondamente nuovo caratterizzato da piattaforme online, lavoro frammentato tra più setting, difficoltà a costruire stabilità economica.
Riprendendo l’analisi di Gallino (2011), si potrebbe parlare di “finanzcapitalismo della psicoterapia”. A differenza del modello privato tradizionale, dove lo psicoterapeuta era titolare del proprio studio e poteva capitalizzare il proprio lavoro, oggi emergono vere e proprie “aziende” che trattano la psicoterapia come possono trattare qualunque prodotto di consumo. Le piattaforme dei servizi di psicoterapia diventano l’emblema di questa trasformazione: promettono sicurezza economica ma tolgono la possibilità di fare il lavoro “artigianale” della psicoterapia.
Le piattaforme precostituiscono un modello procedurale standardizzato il cui scopo non corrisponde alle esigenze della cura, ma alla necessità di controllo in funzione “dell’estrazione di valore economico” (v. Gallino). Per lo psicoterapeuta, questo significa la negazione di ciò che rende il lavoro clinico significativo.
La sfida è non colludere con la logica della privatizzazione. Come Basaglia (2024) aveva compreso, la questione della cura è inseparabile dalla questione del potere e dell’istituzione, per dirlo con Foucault (2004) della “biopolitica”. La sua critica del manicomio non era solo una critica dell’istituzione totale, ma una messa in discussione del dispositivo che separa sano e malato, dentro e fuori, curante e curato, i luoghi del disagio da quelli della cura. Una psicoterapia limitata allo studio privato rischia di riprodurre, in forme più sottili, questa stessa logica di separazione, quella che disgiunge e rende patogeni i rapporti e le logiche della vita sociale.
Godani (2016) ha evidenziato come la società fondata sul mercato abbia prodotto individui isolati attraverso la sistematica “rottura dei concatenamenti collettivi”, cioè di quelle strutture relazionali nelle quali si realizza la vita comune, nelle quali si può visualizzare la trama che anima il soggetto quale nodo e “prodotto” di una rete sia storica che attuale. Una volta separata la vita del singolo dalle sue “concatenazioni”, esso è “naturalizzato” come monade isolata e isolabile. La solitudine, dunque, non è una malattia dell’individuo o un incidente in un percorso di vita privata. E, infine, non è neanche una vera scelta consapevole.
Si tratta, dunque, in un senso più ampio, della possibilità di pensare la forma di vita che sfugga alla privatizzazione dell’esistenza. Non si tratta di tornare a un comunitarismo nostalgico, ma di riconoscere la dimensione costitutivamente relazionale della vita – ciò che Godani chiama, riprendendo Spinoza, la dimensione della “vita comune”. Non “in comune” che presupporrebbe l’anteriorità della vita singolare.
Riconnettere il singolo con i concatenamenti collettivi attraverso i dispositivi che chiamiamo psicoterapia non sarebbe una cornice necessaria e urgente per la nostra professione e per la formazione delle generazioni di giovani colleghi? La psicoterapia può essere pratica di questo comune (non la sola, ovviamente)?
4.3. Generare nuovi dispositivi gruppali
Il tema del sociale come orizzonte di cura potrebbe superare l’impasse della professione privata per privati. Ma questo richiede di generare, oltre che uno sguardo più ampio di quello vincolato al dispositivo individuale (e anche a quello del gruppo) dentro lo studio privato, nuovi dispositivi gruppali/collettivi che vadano oltre lo studio professionale e superino anche la logica esclusivamente sanitaria.
Il rischio, infatti, è duplice: da un lato, rimanere chiusi nel privato dello studio; dall’altro, entrare nel sociale in una logica sanitaria – curare patologie incarnate in soggetti singolari, invece di promuovere trasformazioni nel tessuto sovraindividuale. Kaës (2001) ha mostrato come il legame sociale sia costitutivo della psiche individuale: siamo ab origine esseri di legame. Le patologie contemporanee sono patologie del legame/relazione (col mondo, con gli altri e anche con se stessi) – e curarle richiede dispositivi che ricostruiscano le condizioni di possibilità stessa del legame. Non la cura del sociale (come se il sociale fosse un paziente da riparare) ma il sociale come cura – la dimensione collettiva, comunitaria, politica come campo di attingimento della risorsa terapeutica in sé.
Le implicazioni sono profonde. Molte sofferenze contemporanee non sono patologie individuali, ma espressioni incarnate di “comuni” condizioni sociali patogene. Han (2010) descrive la “società della stanchezza” prodotta dalla pressione alla prestazione; Butler (…) parla della precarietà come condizione esistenziale e politica, distribuita in modo diseguale. La clinica non può limitarsi a rinforzare l’individuo perché resista meglio: deve interrogarsi sulle condizioni che producono precarietà. Non solo lo psicoterapeuta necessita di concepire le trame sociali della sofferenza del soggetto, ma appare opportuno aiutare i pazienti a farlo esplicitamente come parte del lavoro clinico, portare il sociale e il politico nel dialogo clinico, come suggerito da Silvia Amati
Sas (2012).
Agamben (2006) ha descritto i dispositivi come reti che catturano i viventi orientandone i comportamenti. La psicoterapia stessa può diventare dispositivo di cattura – strumento per produrre soggetti adattati – oppure dispositivo di soggettivazione o ri-soggettivazione, pratica che apre possibilità invece di chiuderle. La scelta tra queste due opzioni è intrinsecamente politica.
4.4. Il tempo liberato come tempo politico
Emerge nelle interviste l’esigenza di un “tempo liberato” – tempo che si sceglie di liberare, sottratto consapevolmente alle logiche della produzione e del consumo, dedicato alla dimensione politica e comunitaria.
Castoriadis (1975) parlava di autonomia come capacità di una società di mettere in discussione le proprie istituzioni riconoscendole come creazioni umane, quindi modificabili. Il tempo liberato è tempo sottratto all’eteronomia – oggi sempre più evidente in una forma che anima dall’interno la vita della mente, tramite induzione di valori, ideali e desideri orientati al ciclo “produzione-e-consumo”, al dominio di logiche che si presentano come naturali e necessarie – per esercitare pensiero e azione autonoma. Tuttavia, questo tempo è sempre più difficile da trovare. La pressione economica e (auto-) produttiva costringe a riempire ogni spazio, la logica della prestazione colonizza anche il tempo apparentemente libero. Liberare tempo richiede una scelta consapevole, una forma di resistenza attiva.
I “dispositivi di cattura” della contemporaneità non curano ma intrattengono, distraggono, saturano il vuoto: social media, shopping, intrattenimento digitale. La sfida è costruire dispositivi che facciano l’opposto: non saturare il vuoto ma renderlo abitabile, trasformare il “rumore” del mondo in esperienza significativa.
È questa forse la vocazione specifica della psicoterapia analitica oggi: offrire spazi dove il “rumore” – l’eccesso di stimoli, la frammentazione, la precarietà – possa essere accolto, contenuto, trasformato in pensiero condiviso. Non pretendere di eliminare il rumore ma, come suggerisce il dialogo interno al Comitato di redazione, “modulare l’intensità in modo che non distrugga il campo”.
Dal punto di vista del linguaggio stesso della clinica, forse si dovrebbe parlare meno di psicopatologia – termine che implica un riferimento implicito a una normalità da ripristinare – e più di “forme della cultura che generano sofferenza”. Non si tratta di negare la dimensione individuale del dolore psichico, ma di collocarla nel contesto che lo produce e lo mantiene.
Questo non significa che ogni psicoterapeuta debba diventare attivista ideologico, né che la dimensione clinica debba dissolversi nel sociale.
Significa riconoscere la connessione intrinseca: non si può curare l’individuo ignorando il mondo che lo forma, lo attraversa e lo mantiene in una condizione di sofferenza; lavorare per un mondo meno iatrogeno è già un preliminare e decisivo atto di cura.
La domanda resta aperta: quali forme concrete può assumere oggi questa connessione? Quali dispositivi possono incarnare la prospettiva del sociale come cura? Non ci sono risposte preconfezionate. Come suggerisce l’intera ricerca da cui questo lavoro prende le mosse, le risposte possono venire solo dalla ricerca collettiva, dalla sperimentazione condivisa, dal coraggio di inventare forme nuove. In questo è prezioso il Plexus professionale, per il quale prendersi del tempo sarebbe ampiamente salutare per gli psicoterapeuti. Non è casuale il piacere e il riconoscimento che i nostri intervistati hanno manifestato per essere stati convocati in questa indagine.
5. Conclusione
I tre assi qui affrontati – tempo, identità, legame sociale – non sono compartimenti separati ma dimensioni che si intrecciano continuamente. La crisi temporale produce frammentazione identitaria e isolamento personale e professionale; la frammentazione identitaria rende difficile la costruzione di legami; la debolezza dei legami impedisce di promuovere e difendere collettivamente un tempo diverso.
Ogni difficoltà è anche un’occasione, ogni crisi è anche una possibilità.
La frammentazione può diventare molteplicità creativa; la solitudine può diventare spazio di ricerca; la perdita delle certezze può aprire a forme nuove di legame e di cura.
Dalla consapevolezza di tutto questo emerge la possibilità di non colludere con le derive contemporanee, di non confondere adattamento con trasformazione, resilienza con rassegnazione. Parlare di forme di resistenza oggi significa riportare la clinica a una posizione etica e politica, difendere spazi in cui la logica del mercato venga sospesa, custodire la cultura del gruppo che rappresenta un anticorpo al neoliberismo.
La gruppoanalisi, con la sua attenzione costitutiva alla dimensione sociale della psiche, con la sua pratica del gruppo come luogo di trasformazione, con la sua vocazione a pensare insieme ciò che non può essere pensato da soli, ha forse gli strumenti per contribuire a questa resistenza. Ma solo se saprà rinnovarsi, se saprà parlare al presente senza tradire la propria storia, se saprà essere custode di uno spazio-tempo psichico e non erogatrice di “skills adattive”. L’analisi critica delle condizioni contemporanee della psicoterapia non può limitarsi alla denuncia. Vi è la necessità di interrogarsi su cosa stiamo facendo concretamente nei nostri pela professionali, quali aperture di dialogo, quali pratiche, le nostre collettività più prossime, il Laboratorio di Gruppoanalisi e la COIRAG, hanno messo in campo, quali dispositivi sperimentano per rispondere alle questioni sollevate.
Tre direzioni di lavoro emergono come particolarmente urgenti.
Primo: immaginare dispositivi nuovi per rendere la psicoterapia più fruibile e contestualizzata. Non si tratta solo di aumentare quantitativamente l’accesso alla cura, ma di ripensare le modalità stesse attraverso cui la psicoterapia si inscrive nella vita sociale e relazionale. Quali forme può assumere una cura che non si esaurisca nel privato dello studio professionale? Come possono essere riattualizzate, in forme contemporanee, le esperienze storiche di psicoterapia di gruppo, di lavoro territoriale, di intervento comunitario?
La sfida è costruire setting che sappiano dialogare con i contesti di vita delle persone (non solo le famiglie) senza rinunciare alla specificità del lavoro terapeutico, che sappiano essere accessibili senza banalizzarsi.
Secondo: praticare la psicoterapia come lavoro di smontaggio critico della cultura istituita dentro e fuori i soggetti. Se la sofferenza contemporanea ha radici profonde nei modelli culturali dominanti – il tempo accelerato, l’imperativo della prestazione, la mercificazione delle relazioni – la cura non può limitarsi al lavoro sul “materiale intrapsichico” in senso classico. Deve poter diventare occasione per una riflessione critica sui dispositivi culturali che generano malessere (Kaës, 2015). Non si tratta di trasformare la terapia in militanza politica, ma di riconoscere che lavorare con un paziente sulla sua relazione col tempo significa anche interrogare criticamente la cultura del tempo veloce, del tempo istantaneo, del tempo prestazionale che non solo si oppone alla cultura della cura, ma è una cultura che genera sofferenza. La psicoterapia può essere luogo in cui si smonta ciò che la cultura ha installato, non solo in termini di complessi individuali ma di modelli collettivi interiorizzati.
Terzo: sottrarre la psicoterapia alle logiche del mercato. Questo è forse il nodo più complesso e urgente. Come garantire forme di cura che non lascino soli né i pazienti a cercarsi la psicoterapia nel mercato, né i professionisti a rimanere in balia delle logiche di mercato? Le piattaforme digitali rappresentano oggi l’emblema di questa questione: promettono accessibilità e sicurezza economica ma al prezzo di una standardizzazione e mercificazione della relazione terapeutica.
Costruire alternative richiede pensiero istituzionale: non nel senso di apparati burocratici rigidi, ma di istituzioni viventi – reti, comunità di pratica, forme di mutualismo professionale – che possano offrire protezione senza soffocamento, appartenenza senza conformismo. Si tratta di immaginare forme di welfare professionale, di cooperazione tra terapeuti, di convenzioni con enti pubblici e privati che garantiscano accessibilità senza sottomissione alle logiche estrattive del mercato.
Queste tre direzioni non sono ricette ma cantieri aperti. Richiedono sperimentazione, tentativo ed errore, confronto tra esperienze diverse.
Richiedono anche che collettività professionali come il Laboratorio di Gruppoanalisi e la COIRAG, auspicabilmente insieme alle altre, si interroghino concretamente su quali passi stanno compiendo in queste direzioni, documentando le pratiche già esistenti, immaginandone e promuovendone di nuove. L’articolo che state leggendo nasce da questa esigenza: non solo analizzare le difficoltà ma anche indicare cosa si può fare, cosa si sta facendo, cosa si potrebbe fare.
Bibliografia
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Il tempo della cura
Nadia Fina
L’articolo esamina i risultati della ricerca “Il tempo della cura, la cura del tempo” interrogandosi sul progetto formativo della scuola COIRAG. Partendo dalla scansione temporale (passato-presente-futuro) come dimensione fondante della vita, l’autrice evidenzia come la logica del “qui e ora” domini la società contemporanea, generando forme patologiche che richiedono una riflessione sui contenuti essenziali per l’efficacia terapeutica. Emerge lo scollamento tra appreso teorico e pratica clinica denunciato dagli specializzandi, che chiedono “attrezzi” adeguati per affrontare contesti lavorativi complessi. L’articolo richiama la necessità di una formazione che integri saperi diversi attraverso un metodo multidisciplinare, sottolineando come la cura del dolore mentale richieda una visione complessa capace di maneggiare l’incertezza del nostro tempo. Centrale è la riflessione sul metodo clinico e sull’etica della responsabilità, che riconosce il nucleo del comportamento etico nel riconoscimento della presenza dell’altro e nella simultaneità degli sviluppi etici con quelli del legame sociale.
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The time of care
This article examines the results of the research “The time of care, the care of time,” questioning the training project of the COIRAG training. Starting from the temporal dimension (past-present-future) as a founding aspect of life, the author highlights how the “here and now” logic dominates contemporary society, generating pathological forms that require reflection on the essential contents for therapeutic effectiveness. The disconnect between theoretical learning and clinical practice reported by trainees emerges, as they request adequate “tools” to face complex work contexts. The article calls for training that integrates different knowledge through a multidisciplinary method, emphasizing that mental pain care requires a complex vision capable of managing the uncertainty of our time. Central is the reflection on clinical method and the ethics of responsibility, which recognizes the core of ethical behavior in acknowledging the presence of the other and in the simultaneity of ethical developments with those of social bonds.
Psychotherapeutic training, Time of care, Clinical method, Complexity
Vorrei innanzitutto ringraziare la Redazione di Plexus e l’Esecutivo di Laboratorio di Gruppoanalisi per questo invito a partecipare alla presentazione dei risultati emersi dalla ricerca “Il tempo della cura, la cura del tempo”.
La lettura del report, articolato nelle sue parti, mi ha suscitato diverse riflessioni.
La prima e più immediata, a conclusione della sua lettura, riguarda il fatto che questa ricerca ha le caratteristiche di una ricerca pilota: le risposte alle diverse aree tematiche aprono infatti nuovi interrogativi e suggeriscono indagini mirate. Il ruolo istituzionale che ricopro ha orientato la mia lettura dei dati sul delicato tema della scuola e del progetto formativo. Che scuola vogliamo dunque? Quale formazione vogliamo proporre agli specializzandi? Come pensiamo di trasmettere saperi e competenze per la cura della salute mentale in un tempo storico che pone nodi etici inevitabili da affrontare per una buona cura? Suggestioni che sono circolate mi pare, anche negli scambi interni al Gruppo Rispecchiamento che con il suo lavoro, direi il suo sapiente lavoro di pensiero, ha contribuito a sostanziare i risultati della stessa ricerca. Le riflessioni emerse in quel contesto non dovrebbero quindi andare perdute ma riprese, appunto, per un successivo step della ricerca.
Una seconda riflessione è stata sollecitata dalla scansione dei tre momenti temporali menzionati in riferimento al tempo di vita: il tempo passato, il tempo presente, il tempo futuro. Un inquadramento della dimensione del tempo che così nominato, restituisce alla vita stessa quella fluida vitalità necessaria a contrastare la mortifica logica del “qui e ora”, caparbiamente fissata all’immediatezza del fare e dell’avere “tutto subito”, una logica che umilia ogni forma del pensare che viene, proprio per questa ragiona, spento. Una alterazione che mistifica la realtà corrompe la percezione della vita personale e collettiva, genera forme patologiche che ci interrogano su cosa “dobbiamo” ritenere oggi essenziale per l’efficacia terapeutica. Un nodo etico che non possiamo ignorare, poiché i contenuti stessi che fondano il progetto formativo ne sono investiti. Cosa insegniamo (e come insegniamo) ci consente di entrare nel vivo della condizione umana dei pazienti e dei loro contesti di vita, ci obbliga a comprendere le dinamiche psichiche della collettività in cui l’individuo è immerso per come riverberano dentro di lui. Dobbiamo lavorare per una integrazione dei saperi e delle esperienze valorizzando un metodo multidisciplinare. Siamo una scuola che forma psicoterapeuti individuali e di gruppo: la visione delle molteplici identificazioni che abitano il soggetto può aiutarci a focalizzare le complessità che lo attraversano e lo sostengono. I diversi saperi ci consentono di identificare e decifrare le ragioni complesse che possono generare fenomeni patologici.
Gli specializzandi intervistati hanno testimoniato quanto grande sia la fatica e quanto impegnativo sia sostenere il sentimento di spaesamento che vivono sulla loro pelle per lo scarto che sussiste tra appreso teorico e pratica clinica. Insistono sulla necessità di ricevere gli “attrezzi” adeguati a svolgere la loro professione, ed è un appello che non possiamo eludere. Queste considerazioni ci obbligano a considerare quale incidenza possa avere, per l’identità professionale, una formazione che avviene in un tempo storico che mette continuamente in discussione, svalutandolo, l’apparato che ci definisce professionisti della cura. Ho trovato molto interessante questa loro testimonianza, anche in ragione del fatto che queste stesse considerazioni sono emerse in un’altra indagine, che la Scuola COIRAG ha condotto al suo interno per la preparazione delle Giornate Franco Fasolo del 2023. Emergeva, dalle risposte dei docenti, il cambiamento nelle pratiche cliniche che i nostri specializzandi affrontano nei diversi contesti lavorativi. Cambiamenti indicatori delle voragini da tempo aperte nelle istituzioni di cura, le quali risentono di un quadro sociale e politico sempre più regredito e senza un vero pensiero sul futuro della Sanità nel nostro Paese. Nella parte di indagine riservata agli specializzandi, è stato ribadito lo scollamento tra contenuti formativi e situazioni cliniche complesse da gestire: una miopia nella riflessione su ciò che potrebbe essere efficace nella clinica contemporanea.
La Scuola COIRAG è quindi chiamata in causa per una proposta formativa che dovrebbe essere ampiamente ri-pensata. Ricordo, in merito, che Antonino Aprea in una intervista sulla formazione rilasciata alla redazione di Plexus, menzionava la necessità di aprirsi ad una “tensione esplorativa che potesse tenere insieme conservazione e innovazione”. Di questa riflessione mi interessa, in questo contesto, l’inevitabile riferimento alla scansione del tempo e al suo rapporto con i cambiamenti sociali, culturali e politici. Il tempo passato riguarda la storia del nostro sapere e delle nostre conoscenze che, come comunità psicoanalitica, non dobbiamo ignorare, ma nella consapevolezza che questo ancoraggio non deve essere sacralizzato. Abbiamo bisogno di processi di organizzazione della conoscenza da trasmettere attraverso operazioni di interconnessione inclusiva, di acquisire un’attitudine a sviluppare le conoscenze e le competenze cliniche in modo inseparabile dall’ambiente sociale, culturale, economico e politico nel quale le vite sono immerse. Abbiamo bisogno di una visione complessa per maneggiare con cura, consapevolezza e competenza l’incertezza del nostro tempo. La cura del dolore mentale è stata collocata nella zona grigia dell’ambiguità, ha assunto una forma di indeterminatezza eletta a sistema. Un sistema che vuole neutralizzare la conoscenza, disattivarla senza negarla per fare ciò che si vuole, senza alcun senso di responsabilità della relazione con l’altro e con la collettività. Sono, questi, nodi etici ed epistemologici della nostra professione che rimandano inevitabilmente al problema del Metodo nella clinica: dobbiamo parlare di ciò che facciamo con i nostri pazienti, come ragioniamo, come pensiamo. Conservando con cura la regola della relazione, del legame intersoggettivo come legame che rende possibile la vita in comune. Il richiamo all’etica della responsabilità non deve stupirci, perché il nucleo del comportamento etico è inestricabilmente basato sul riconoscimento della presenza dell’altro, al punto da implicare, come suggerisce Bauman, la simultaneità degli sviluppi etici con quelli del legame sociale.
In questo contesto valoriale possiamo pensare, e riferirci, al senso stesso della cura rispondendo almeno in parte agli interrogativi che gli specializzandi ci pongono quando si riferiscono all’uso della diagnosi come sistema cardine del progetto di cura.
Oggetto ingombrante la diagnosi, che dovrebbe in realtà consentire l’emergere lento e progressivo di una relazione tra persone, pena altrimenti un prendersi cura che è in-curante. La deriva medica dell’uso diagnostico fa perdere quella forma di esperienzialità viva che è necessaria a generare il senso del percorso di cura. L’assenza di senso reifica il paziente che viene cannibalizzato dall’identificazione con lo stato patologico di cui soffre. Lo priva di vita vissuta, di contesti esistenziali patiti, di memorie positive recuperabili per i processi trasformativi. La stigmatizzazione diagnostica riduce il paziente ad una parzialità che lo cattura in un fermo immagine dove intere memorie rimangono coartate a favore del silenzio emotivo. La perdita di una memoria esperienziale, significante che definisce l’umano, genera incessantemente forme di malessere esistenziale acuto. È una perdita che suscita forme di angoscia con conseguenze depressive importanti, vissuti di isolamento, solitudine e rabbia per la perdita di un senso proprio identitario. Contribuisce a coartare la libertà di pensiero, genera la perdita del desiderio e della curiosità verso l’altro, verso la differenza, verso ogni forma di conoscenza ulteriore. La logica soffocante del “qui e ora” non consente una ri-nascita psichica, che ha invece bisogno di nutrirsi della memoria del passato per l’immaginazione del futuro, sostando in un tempo presente vivo. Viene così a mancare del tutto la rappresentazione mentale di un tempo che scorre, impedendo una funzione fondativa della percezione di sé come soggetto. Sussiste una alterazione continua del senso di realtà, in quanto il reale viene costantemente proposto e smentito ad un tempo. Dobbiamo chiederci quale struttura della mente contribuisce a generare questo fenomeno. Una problematica che rimanda anch’essa alla questione del metodo nella clinica: a ciò che facciamo con i nostri pazienti, come ragioniamo, come pensiamo ai principi e alle procedure necessarie al progetto di cura. La crisi multidimensionale in cui siamo immersi necessita di una visione complessa poiché i nostri specializzandi fanno già i conti con interventi che richiedono di agire su più campi. Chiedono di avere gli “attrezzi” adeguati a maneggiare con cura l’incertezza, per renderla motore di una riflessione capace di contrastare l’accecamento paradigmatico. Le preoccupazioni riguardano il lavoro terapeutico nei contesti istituzionali e nei nostri studi professionali delegati sempre di più, questi ultimi, a sostituirsi alle istituzioni di cura. Mi è sembrato che gli specializzandi fossero sinceramente preoccupati di doversi destreggiare tra una classificazione nosologica aprioristica dei disturbi, ribadita dal modello prescrittivo della cura, e la fatica a riconoscersi in una postura identitaria professionale autorevole. Mi hanno molto incoraggiato e aiutato a pensare le loro osservazioni critiche, che non dobbiamo lasciare inascoltate.
Manoukian pone sempre l’attenzione, e mi avvio a conclusione, sul fatto che gli operatori sanitari e sociali, i lavoratori della salute mentale, mostrano nei fatti l’interiorizzazione di un modello culturale non più indagato e probabilmente non più riconosciuto. È un richiamo che dovremmo assumere come oggetto di lavoro e di indagine anche al nostro interno. Siamo una Comunità composta da persone e associazioni federate che provengono da formazioni con riferimenti teorici e clinici differenti. La necessità, che mi sembra ineludibile, è proprio quella di partire dai nodi etici ed epistemologici della nostra professione.
Mitchell negli anni Novanta del secolo scorso sollecitava la comunità psicoanalitica a pensare dove e come possiamo capirci, nella clinica applicata, tra epistemologie differenti. Confronto ritenuto da lui indispensabile per comprendere le nuove forme patologiche, conseguenze di danni sociali e culturali che investono le diverse realtà nei quali il soggetto vive.
Lo sforzo di conoscenza e di significazione di tutto ciò è ancora difficile, richiede un impegno a pensare insieme e un contributo generativo dello sguardo complesso sulle cose della realtà. Dobbiamo indagare tutto ciò che non capiamo per raggiungere nuovi modi di vedere e nuove pratiche. Non possiamo più sottrarci allo studio attento di queste criticità, poiché in gioco ci sono nuove forme del danno e del dolore psichico, mortificate da una visione della clinica come adattamento del singolo all’ideologia dominante della prestazione a richiesta, in funzione del profitto economico. Potrebbe essere questo il nostro contributo di lavoratori per la salute mentale, per una chiarezza del e nel reale, contribuendo a svelare le leggi che lo riguardano.
Non c’è più il Tempo di una volta
Michele Inguglia
L’articolo interroga le trasformazioni della dimensione temporale nella società contemporanea, sia del tempo oggettivo che del tempo vissuto. L’autore evidenzia come le concezioni culturali classiche del tempo (ciclica, lineare, mitica) mantengano valenza identitaria ma siano sottoposte alla forza erosiva di modelli globalizzanti. Han individua nell’“infocrazia” e nella “tecnocrazia” i fattori che hanno trasformato la società da modello “disciplinare” a “prestazionale”, esercitando una “pressione performativa” che converte l’individuo da “soggetto d’obbedienza” a “soggetto di prestazione”. La polarizzazione verso velocità e produttività genera una frammentazione del tempo (“puntillizzazione”) con espansione dell’istante e atrofizzazione del passato e futuro, producendo “umani sincronici” che vivono prevalentemente nel presente. L’articolo evidenzia le implicazioni psicopatologiche di queste trasformazioni, dalla “nanostoria” alla compromissione della memoria, fino alle modifiche necessarie del setting terapeutico, sottolineando l’importanza di mantenere la specificità del metodo analitico pur adattandosi ai cambiamenti sociali.
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Tempo, Velocità, Frammentazione temporale, Società prestazionale, Puntillizzazione, Nanostorie
Time is not what it used to be
This article examines the transformations of the temporal dimension in contemporary society, both objective and lived time. The author highlights how classical cultural conceptions of time (cyclical, linear, mythical) maintain identity value but are subjected to the erosive force of globalizing models. Han identifies “infocracy” and “technocracy” as factors that have transformed society from a “disciplinary” to a “performance” model, exerting “performative pressure” that converts individuals from “subjects of obedience” to “subjects of performance.” Polarization toward speed and productivity generates time fragmentation (“punctualization”) with expansion of the instant and atrophication of past and future, producing “synchronic humans” who live predominantly in the present. The article highlights the psychopathological implications of these transformations, from “nanostory” to memory impairment, to necessary modifications of the therapeutic setting, emphasizing the importance of maintaining the specificity of the analytical method while adapting to social changes.
Time, Speed, Temporal fragmentation, Performance society, Punctualization, Nanostories
Gli Dei maledicano colui che per primo imparò a distinguere le ore. Maledicano pure colui che in questo luogo eresse una meridiana, riducendo e spaccando con tanta scelleratezza i miei giorni in piccoli frammenti!
(Plauto)
Grazie Dalesa, preziosi!
Queste pagine propongono un itinerario multidisciplinare sulla “Funzione Tempo” che si dirama e si ricongiunge in quattro tematiche principali.
La prima parte è dedicata alle sue trasformazioni nella contemporaneità: è una sintesi del pensiero di Autori di varia estrazione culturale, analisti dei modelli socioculturali dominanti e della influenza che essi esercitano sui nostri comportamenti e sulla nostra temporalità.
La seconda parte porge l’attenzione a come tali trasformazioni incidano anche sui “modelli di cura” – sia per i pazienti che per gli psicoterapeuti più giovani – e partecipino alle nuove patomorfosi psicopatologiche.
La terza delinea le contromisure attuali e alcune ipotesi su come “riaprire dei possibili” (Jullien) all’interno del complesso scenario contemporaneo.
La quarta sezione è dedicata all’Arte, mia passione e sano ingrediente di una “buona vita”: essa attraversa a più riprese le prime tre parti del lavoro per approdare infine ad una selezione di suggestioni artistiche che della temporalità hanno esplorato significanti e significati. Una “timeline” consentirà ai più curiosi di scegliere se dedicarvi un po’ del proprio Tempo.
- Trasformazioni della dimensione temporale nella contemporaneità Prima di entrare nel merito, è opportuno delineare alcune coordinate preliminari come cornice di riferimento, per precisare l’accezione di Tempo adottata e i modelli di contemporaneità entro cui si colloca l’analisi.
Ricordo brevemente le categorie fondamentali del Tempo: Oggettivo e Soggettivo.
Il Tempo oggettivo – denominato dagli antichi greci, Chronos – rimanda ad una dimensione fisica, misurabile e alla sua indipendenza dalla coscienza del soggetto che lo percepisce: è una categoria la cui interpretazione si è trasformata con l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e che continua a sollevare interrogativi teorici.
La seconda categoria, il Tempo Soggettivo – Kairos – fa invece riferimento al ‘come’ percepiamo il tempo, in funzione dell’età, delle esperienze di vita e della coloritura personale delle emozioni: una sua declinazione può essere denominata come “Tempo Vissuto” che ne rappresenta la dimensione esistenzialistica, che conferisce senso, significati, alla storia personale ed intersoggettiva.
Per quanto concerne i modelli socioculturali della contemporaneità, il riferimento è al mercato neoliberale e alle sue logiche, agli apparati finanziari, ai processi di globalizzazione e alla tecnocrazia. Un particolare rilievo anche ai fini del presente scritto, va conferito proprio a quest’ultima – la tecnocrazia – intesa come una forma di ideologia che pone al centro delle decisioni politiche, economiche e sociali le figure di tecnici e specialisti che hanno progressivamente sostituito e
aggirato i ruoli e le funzioni politiche tradizionali. All’interno di tale quadro, Han ne individua una sottoclasse che definisce “Infocrazia”, e che ne rappresenta l’espressione più attuale e pervasiva: il filosofo coreano con tale neologismo designa una forma di potere decisionale e di controllo, esercitata attraverso informazioni, dati e algoritmi, con il conseguente rischio di un impoverimento della dialettica democratica e di una crescente influenza sui modelli comportamentali e sociali.
Sono questi i modelli che incidono in modo significativo sulla trasformazione delle varie dimensioni temporali nel loro insieme ed in modo particolar modo sulla percezione del nostro “Tempo Vissuto”.
È inoltre utile ricordare come questi modelli siano anche alla base dei più recenti cambiamenti dei paradigmi regolatori della società: sottolineo in particolare come il Modello Disciplinare, descritto con accuratezza da Foucault e dominante nel corso del XX secolo, abbia ceduto il passo a un paradigma che possiamo definire Prestazionale (Benasayag): in quest’ultimo l’individuo appare sottoposto ad una ambigua e intensa pressione performativa che lo ha trasformato da ‘soggetto di obbedienza’ a ‘soggetto di prestazione’. L’ambiguità risiede nell’illusoria percezione di maggiore libertà nei processi autorealizzativi, apparentemente svincolati da dimensioni normative e disciplinari. Ne consegue la costruzione di un percorso in cui il soggetto si erge ad ‘imprenditore’ di sé stesso, incanalandosi in una solipsistica rincorsa verso performance e produttività che lo rendono padrone e servo del proprio destino, generando non di rado, un’usura delle proprie risorse emozionali: molta fenomenologia depressiva, osservata in filigrana, sembra oggi correlabile a tali scenari. Avrò modo di tornare in seguito, con maggiori dettagli, su queste derive psicopatologiche.
- Relazione Velocità – Lentezza: accelerazioni
Delineata questa cornice di riferimento posso accedere in modo più focale al tema della temporalità nell’epoca della post-modernità.
Uno degli ingredienti fondamentali al servizio degli attuali modelli regolatori del sociale è fuor di dubbio la Velocità che, come pulsione naturale e anelito profondo, attiene al desiderio ed al potere al dionisiaco e si configura come una delle forme della hybris verso cui l’uomo è istintivamente attratto.
Movimenti artistici ne hanno esaltato valore e importanza come testimonia il Manifesto del Futurismo del 1909 “…affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità”. In questa prospettiva si può cogliere una dinamica storica più ampia: se ogni epoca, attraverso le proprie conquiste tecnologiche, ha generato una velocizzazione di tante espressioni del sociale (comunicazione, produzione, ecc.) con evidenti facilitazioni pragmatiche dell’esistenza individuale, è tuttavia nella nostra epoca tardo-moderna, “tecnocratica”, che il processo ha assunto dimensioni esponenziali. Si profila così un paradosso: in linea di principio tali “progressi” avrebbero dovuto rispondere al bisogno percepito di riuscire a far più cose in meno tempo, liberando ampi spazi da destinare ad un rallentamento del ritmo di vita o quantomeno alla percezione soggettiva di averne a sufficienza. In realtà l’atmosfera dominante è quella di una vera e propria “carestia del tempo”. Il tempo “liberato” appare immediatamente riassorbito dal sistema che ne consente unicamente un riutilizzo coerente con le esigenze di competizione e performance previste dai modelli sopra menzionati. In questo modo prende forma ciò che Hartmut Rosa chiama “promessa dell’eternità”: l’antica promessa religiosa di una vita “più alta” dopo la morte, trova ora un suo equivalente funzionale nell’accelerazione intesa come la possibilità di realizzare “…il maggior numero possibile di opzioni tra le innumerevoli offerte del mondo… E dunque “…gustare la vita in tutte le sue altezze e i suoi abissi è diventata l’aspirazione dell’uomo moderno: è questa una delle risposte al problema della finitezza e della morte”. Conoscete l’acronimo molto in voga nel gergo della generazione “Zeta”? È “Fomo, ovvero fear of missing out”, il cui significato è duplice: “paura di essere esclusi” o “paura di perdersi qualcosa”. È una forma d’inquietudine connessa al timore di perdersi esperienze ritenute interessanti o piacevoli di cui altri stanno usufruendo!
L’individuo, un “novello Sisifo”, risulta così impegnato – talora sommerso – in una estenuante e subdola rincorsa: la ruota del criceto è bella e servita e non resta che pedalare!
Tuttavia, non appare sufficiente soffermarsi sulla velocità in quanto tale; occorre piuttosto estendere la riflessione al rapporto che essa intrattiene con l’altra faccia della medaglia: la Lentezza. Non risulta utile a questo scopo adottare un’impostazione pregiudiziale che esalti l’una a discapito dell’altra, rifugiandosi in un nostalgico elogio della lentezza o, al contrario, in un’esaltazione acritica della velocità. Mi riconosco piuttosto nella posizione emersa da un ‘post’ in ambito ‘social’ che riporto qui di seguito: “La lentezza in realtà sa amare la velocità, ne sa apprezzare la trasgressione, la desidera anche se teme la profanazione che è in essa contenuta”.
Ciò che sembra essersi incrinato è “lo scambio armonico fra lentezza e accelerazione” (Han): il diapason del nostro tempo vissuto, del nostro tempo interno, sollecitato da esperienze sempre più polarizzate verso la velocità, non assolve a corrispondenti oscillazioni verso la lentezza: queste, oltre che diradate quantitativamente, appaiono anche dequalificate dalla originaria funzione di “otium”, inteso come fonte attiva di ristoro creativo e di introspezione, reso quindi ‘tempo vuoto’, effimero silenziatore della pressione claustrofobica esercitata dai modelli performativi.
Zygmunt Bauman, già diversi anni fa, nel saggio ‘Vite di corsa’ segnalava come la cultura del presente tendesse sempre più a premiare velocità ed efficacia, oscurando le dimensioni della pazienza e della perseveranza’ e anche il pensiero di De Masi si sviluppa in questa direzione: “…La nostra esistenza è pervasa da una applicazione sempre più capillare della Velocità: questa accelerazione, sostenuta dallo straordinario ausilio delle tecnologie, ci conferisce il ‘potere’ di fare quasi tutto, dappertutto, con straordinaria rapidità; d’altro canto ci avverte del rischio di una destrutturazione del tempo e di conseguenza dello spazio, con usi, mentalità, sentimenti e azioni che appaiono sempre più slegate da luoghi e tempi”.
Larry Dossey, medico americano, già nel 1982 parlava genericamente di “Malattia del Tempo” criticando l’estensione del “paradigma “salvifico” della velocità a tutti gli aspetti della vita: oggi potremmo definirla “Disritmia del Tempo” o “Discronia temporale” (Han).
Allego qui a seguire due semplici grafici che in un quadro d’insieme, anticipano le riflessioni sulla incidenza che la disritmia temporale ha su alcune funzioni individuali e su possibili derive psicopatologiche.
2. Frammentazione temporale
Velocità e accelerazione nella loro attuale pervasività, producono un ulteriore effetto definibile come “frammentazione temporale” che troviamo ben rappresentata in questa descrizione di Kundera: “l’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa a un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori dal tempo; in altre parole, è in uno stato di estasi; in tale stato non sa niente della sua età, niente di sua moglie, niente dei suoi figli, niente dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, poiché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere… La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. A differenza del motociclista, l’uomo che corre a piedi è sempre presente al proprio corpo, costretto com’è a pensare continuamente alle vesciche, all’affanno; quando corre avverte il proprio peso e la propria età, ed è più che mai consapevole di sé stesso e del tempo della sua vita. Ma quando l’uomo delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia: il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale – velocità pura, velocità in sé e per sé, velocità-estasi”.
In forma letteraria troviamo qui magistralmente descritta ciò che Bauman, in una versione sociologica, denomina “Puntillizzazione” del Tempo: il Presente diviene la dimensione fondamentale del “tempo vissuto” attraverso una espansione dell’Istante. Il passato perde il suo portato di esperienza e si trasferisce nella dimensione dell’oblio, ma anche il futuro si frantuma liberando illusoriamente il soggetto da implicazioni e responsabilità sul dopo. Thomas Hylland Eriksen si spinge oltre parlando di ‘Tirannia del momento’, considerandola come una delle caratteristiche salienti della società contemporanea: il Tempo va incontro ad una atrofizzazione delle sue estremità. Paradossalmente, nell’epoca della connessione facile ed istantanea, garante del contatto costante, la comunicazione tra l’esperienza del momento e tutto ciò che la precede o la segue viene ad essere interrotta: la discontinuità verso il passato favorirà così un “Io in fuga”, mentre quella verso il futuro garantirà un abbandono senza riserve al fascino seduttivo dell’esperienza presente, condizione non praticabile se l’Istante fosse inquinato dalla preoccupazione di ipotecare il futuro. In sintesi, un… “presente che, procedendo a tutta velocità, trascina con sé gli istanti che l’hanno preceduto mantenendoli in una unica scia che attenua il rischio di andar perduti, di cadere nell’oblio”. (P. Sansot).
Anche il filosofo coreano Han partecipa al dibattito sul tempo e lo fa parlando di ‘Atomizzazione del Tempo’: la sua riflessione inverte un po’ l’ordine dei fattori pur non modificando nella sostanza il prodotto finale: egli non attribuisce la disritmia temporale tanto alla velocità in sé quanto ad una sua assenza di direzionalità: “…l’accelerazione è espressione di una rottura dell’argine temporale: non esistono più argini che regolano, articolano o ritmano il flusso del tempo, che possano contenere e trattenere il tempo, dandogli un fermo nel doppio senso di fermata e appoggio”. Esso, ‘disorientato’ scorre senza meta in una sorta di moto browniano afinalistico che sottrae a tutte le esperienze finalità e progettualità.
- Le Nanostorie
Frenesia e ‘adirezionalità’ del tempo concorrono alla dispersione dei nessi ideativi e ad interrompere, in modo più o meno radicale, i collegamenti fra passato, presente e futuro: ne conseguono compromissioni delle dimensioni narrative e di costruzione storica dell’esistenza.
Di nuovo Kundera: “C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. “…Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio… da tale equazione si possono dedurre diversi corollari, per esempio il seguente: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità, ed è facile per questo motivo che dimentichi tanto facilmente sé stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuol farci capire che ormai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di sé stessa, disgustata di sé stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”.
Siamo così entrati nell’epoca delle Nanostorie: questo neologismo coniato da Bill Wasik, esperto informatico, indica la tendenza sempre più diffusa, ad esprimere idee artistiche2, politiche, giornalistiche, in maniera accelerata, contagiosa ed esponenziale attraverso un modello ‘Virale’. Tali storie, seguendo quella che molti autori definiscono come “Curva Sigmoide” delle informazioni, prevedono alcuni ingredienti base: Velocità – i contenuti vengono diffusi in pochissimo tempo e in più contesti simultaneamente – Stravaganza – non basta scovare qualcosa di nuovo; meglio puntare sull’insolito e il bizzarro, magari con una nota di leggerezza – Evanescenza – dopo un picco improvviso, si sgonfiano con la stessa velocità con cui sono stati diffusi generando una fase di “stanca”.
La Nanostoria si erge così a nuova unità di misura di base della comunicazione, autoreferenziale e senza prospettive, che rischia di sacrificare lo sguardo complessivo dei fenomeni, la capacità narrativa e le sfide di lungo termine.
- Ipermodernità e Bulimia del Presente Eriksen sottolinea come ‘la società dell’informazione offra un’enorme quantità di segni e informazioni a velocità sempre crescente: la pletora di input informativi partecipa alle difficoltà di una loro adeguata ‘digestione’, favorendo una progressiva difficoltà nelle costruzioni narrative dell’individuo e alla sua costruzione di sequenze evolutive. Marc Augè nel celebre saggio sui “Non Luoghi” parla di Surmodernità’: con questo termine, non intende riferirsi ad una nuova epoca, a cui fanno riferimento termini come “post-modernità” o “ipermodernità”, bensì ad una peculiarità di quella attuale: l’eccesso. In modo analogo Baudrillard parla di obesità degli attuali sistemi, con particolare riferimento al mondo dell’informazione, della comunicazione e della produzione.
La sostanziale convergenza di questi autori, seppur da prospettive e ambiti diversi, ci descrive quindi una ‘bulimia del presente’ che rema contro la dimensione del durevole rendendola foriera, di inconcludenza e ‘aprogettualità’.
Heidegger, in “Essere e Tempo”, nel 1929, avvertiva già la necessità di un processo di “de-presentazione dell’oggi”: “Al giorno d’oggi le cose legate al tempo invecchiano molto più velocemente di prima… il presente si riduce alla punta visibile dell’attualità… se si toglie la memoria alle cose, esse si riducono a mere informazioni, o anche merci, che vengono spostate in uno spazio temporalmente vuoto, astorico”.
- Cultura dell’Urgenza
In questo quadro generale Kaës individua fra le cause sostanziali del malessere contemporaneo la ‘Cultura dell’Urgenza’ in cui riassume molte delle osservazioni già descritte: “…viviamo nell’urgenza perché l’orizzonte temporale si è ristretto… La cultura dell’immediatezza ha trasformato la temporalità del mondo postmoderno. Il rapporto con il mondo privilegia l’incontro sincronico, qui ed ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo, come lo zapping ed il nomadismo sulla continuità. Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia perché la certezza che l’avvenire è indecidibile, è la sola certezza. Questa cultura si manifesta nei rapporti che intratteniamo con i progetti. Un progetto presuppone l’iscrizione di un’azione concertata, nella quale è incluso un rischio e un’incertezza in un tempo a venire. Molti dei nostri progetti non sono tali ma scenari di un tentativo di uscita dal marasma”.
Alla luce di ciò si riafferma l’utilità di modelli culturali che “…tengano insieme le tre dimensioni del tempo, di avere una vita, per così dire, “stereoscopica“: il Passato, come luogo della memoria, è parte fondante del nostro processo identitario – non possiamo nascere ogni minuto – il Presente necessità di elasticità che consenta di dilatarsi verso il passato, di assorbire i ricordi e di prolungarli verso il Futuro, per generare attese che mobilitino in direzione di uno scopo e di un senso”.
In caso contrario vedremo realizzarsi lo scenario descritto dalla crono- sociologa Elzbieta Tarkowska, degli ‘Umani sincronici’: essi ‘…vivono prevalentemente nel presente, non prestano – forse non possono più prestare – attenzione all’esperienza passata o alle conseguenze future delle loro azioni con interferenze sulla costruzione di legami significativi’.
- Attenzione, iperattenzione, attenzione disordinata
Concludo questa prima parte dedicando uno spazio specifico anche al tema dell’attenzione.
Una definizione di essa, datata (1890) ma ancor riconosciuta e utile come cornice iniziale, è quella di James che, nei suoi Princìpi di Psicologia scrive: “…è l’atto per cui la mente prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti e fra diverse correnti di pensiero che si presentano come simultaneamente possibili. Fatti propri dell’attenzione sono la localizzazione e la concentrazione della coscienza.”
Han, ben più di recente in “La società della Stanchezza”, in linea con la definizione di James, ricorda che “dobbiamo le attività culturali dell’umanità – tra cui anche la filosofia – a una profonda attenzione contemplativa. La cultura presuppone un ambiente circostante in cui sia possibile un’attenzione profonda”. Il rapido cambiamento di focus tra compiti, sorgenti d’informazione e processi diversi caratterizza invece oggi un’attenzione dispersa” o iperattenzione: con questo termine, coniato da Catherine Hayles, si intende il “passaggio repentino da un’attività all’altra, la predilezione per più flussi di informazione diversi, la ricerca di un alto livello di stimolazione e la bassa tolleranza per la noia”.
Nelle sue riflessioni l’Autrice considera quindi l’iperattenzione in antitesi con l’attenzione profonda tipica dell’approccio delle scienze umane’, caratterizzata da concentrazione totale su un oggetto o argomento e affidamento per un tempo prolungato a flussi informativi ben delineati. La posizione della studiosa americana assume un valore descrittivo più che critico ritenendole forme dell’attenzione entrambe utili e chiedendo che anche educatori ed insegnanti debbano riconoscerla adattandosi ai modelli di funzionamento importati dalla digitalizzazione. Esistono però, e sono prevalenti, interpretazioni ben più pessimistiche. Il filosofo francese Bernard Stiegler sostiene ad esempio che l’attuale immersione mediatica sia alla base di una vera e propria “mutazione generazionale” con nuove e diverse strutturazioni del cervello che determinano problemi sia sulla area attentiva che nello sviluppo complessivo del soggetto nell’età adulta. O ancora la sociologa Sherry Turkle che parla del “Sé allacciato”: cioè di bambini, incollati ai dispositivi tecnologici protesici che li rende meno propensi allo sviluppo di idee indipendenti e con inibizioni dei processi di autonomizzazione. A questo sintetico elenco di riferimenti teorici che delinea uno scenario pessimistico e preoccupante, si contrappongono posizioni più possibilistiche, a tratti francamente ottimistiche, formulate da altri autori.
Mi riferisco per esempio alla studiosa di letteratura inglese Cathy Davidson che ritiene che i ‘cervelli’ plasmati da questa esposizione massiva alle tecnologie digitali, in realtà non siano carenti quanto differenti: sono solo espressione di adattamenti e contengono preziose abilità necessarie per ‘surfare’ sull’onda del mare digitale e incrementare opportunità di scambio e collaborazione. Le considera specifiche capacità finalizzate a mantenere un’attenzione parziale continua: essa rappresenta il nuovo modello di attenzione con una lettura quindi evoluzionistica del problema che auspica anche la profonda revisione dei classici modelli psicopedagogici ritenuti ormai anacronistici. Il dibattito è quindi molto attivo e controverso e trarrà certamente dalle ricerche di neuroscienze nuovi elementi che supporteranno o confuteranno le varie ipotesi esposte.
Si tratta nel loro insieme di ipotesi che pur nella prevalente preoccupazione di fondo in realtà oscillano come abbiamo visto fra scenari allarmistici e altri più rassicuranti sostenuti da una visione adattativa ed evoluzionistica della mente con riferimenti anche all’epigenetica.
Da una prospettiva a me più vicina, quella del dialogo clinico, avverto però come il dialogo fra i vari Autori si accentri in prevalenza sulla dimensione cognitiva dei fenomeni, trascurando, a mio parere, l’integrazione dei processi cortico-limbici – esprimendomi in termini neuropsicologici- o ideo-affettivi – adottando un lessico psicologico. Il funzionamento cognitivo, così sollecitato nella contemporaneità in termini di rapidità ed entità, mostra ampie capacità plastiche e adattative che fanno fronte all’insulto inflattivo di input ed esse contribuiscono all’ampliamento del bagaglio informativo soggettivo, ma tutto ciò sembra dislocarsi su una dimensione di superficie, come nella Flatlandia di Abbott. Il rischio di una carenza di integrazione della dimensione noetica con la dimensione timica, emozionale toglie sostegno ai nessi ideativi creativi, immaginativi e associativi dell’esistenza.
Viene da chiedersi: la temporalità timica, può reggere il ritmo di questa accelerazione cognitiva? Ci troviamo forse oggi di fronte a forme di cortocircuito “cortico-limbico che non consentono al soggetto il rispetto di tempi di assimilazione emozionale di un cognitivo frenetico?
Francesco Corrao nei suoi Modelli Psicoanalitici (Mito, Passione, Memoria) dedica uno specifico capitolo alla Memoria e sottolinea come “il modello del pensiero associativo in psicoanalisi… si costituisce come struttura multimodale e multifocale, con qualità inseparabili timiche e noetiche insieme”. Da questo vertice allora una eccessiva velocità e sollecitazione dei processi cognitivi tipo multitasking, potrebbero ‘bypassare’ la dimensione timica o quanto meno sacrificarla. L’osservazione del ricorso sempre più esteso all’interno dei colloqui nei nostri studi, a meccanismi di difesa come la scissione in sostituzione della rimozione, mi porta ad interrogarmi se non sia anche essa espressione di queste difficoltà integrative.
Infine, in questa direzione si colloca anche un riferimento ad un concetto emergente che è quello di Attenzione Disordinata: esso proviene dal mondo dell’arte e trae spunto dalla varietà delle tecniche espressive delle avanguardie artistiche che negli ultimi decenni hanno raccolto la sfida del digitale ibridandolo con le forme artistiche convenzionali. Questo concetto è anche il titolo di un recente volume scritto da Claire Bishop, eminente storica e critica dell’Arte contemporanea: “Attenzione disordinata – come guardiamo l’arte e la performance oggi”.
La Bishop descrive i profondi cambiamenti avvenuti nel modo in cui lo spettatore partecipa all’opera d’arte e alla adozione di nuovi modelli di attenzione. A partire dal XIX secolo l’architettura dei luoghi deputati all’Arte, la loro distribuzione spaziale e delle opere contenute all’interno rispondeva a quella che la Bishop definisce Attenzione Normativa: una proprietà attiva e volontaria del soggetto, dedicata ad un oggetto esterno (l’opera d’arte), con una messa a fuoco che tende a porre sullo sfondo il restante campo visivo e sonoro.
“Il modello culturale della profondità” – scrive la Bishop – “…ha subìto una forte scossa con l’ascesa delle tecnologie digitali. I ‘meme’ e i contenuti virali hanno messo in circolazione un nuovo modello di sguardo attivo, basato sulla quantità e sulla velocità piuttosto che sulla specificità e sulla profondità. La ‘spettatorialità’ di epoca moderna, che presuppone una presenza in piena concentrazione e un’attenzione profonda non sembra più appropriata o necessaria… Il modo in cui guardiamo l’arte contemporanea va di pari passo con gli sviluppi tecnologici… Questo non significa che dobbiamo abbandonare la contemplazione… il punto, semmai, è che oggi le modalità con cui guardiamo non sono solo disperse e distribuite, ma anche costantemente ibride: al tempo stesso presenti e mediate, dal vivo e on line, fugaci e profonde, individuali e collettive.”
L’orizzonte della sua riflessione parte dal tema artistico e si espande, in parte in modo critico, ai temi della pedagogia e della salute mentale. A proposito di quest’ultima, è solo un inciso, la Bishop si interroga sull’incremento esponenziale delle diagnosi di Sindrome da deficit dell’attenzione (Adhd): l’autrice americana ritiene che esso non sia del tutto attribuibile all’affinamento delle capacità diagnostiche del quadro clinico ma che ne facciano parte casi in cui la ‘distraibilità’ non è in sé parametro sufficiente per attribuirgli connotazioni psicopatologiche. Pertanto, l’adozione di nuovi modelli psicopedagogici potrebbe esplorare le potenzialità del soggetto, evitando una ‘normalizzazione’ attraverso la lente neurobiologica con rischio di espansione a dismisura del modello farmacologico di intervento.
- Cura del Tempo – Tempo della Cura: Pazienti versus Psicoterapeuti
Questa seconda parte nasce dalla generosa richiesta del Prof. Ruvolo, di formulare qualche riflessione sulle risposte al questionario, rivolto a Giovani Psicoterapeuti con formazione Psicodinamica, dal titolo “Il Tempo della Cura e la Cura del Tempo”, contenuto all’interno dell’omologo numero monografico della Rivista Plexus.
A cavaliere fra riflessione e lettera aperta rivolta ai Giovani Colleghi, spero rilanci un dialogo e apra nuovi interrogativi, integrando note provenienti dalla esperienza clinica personale e il “boomer” ancora curioso che accoglie aggiornamenti e stimoli dalle nuove generazioni. Nell’editoriale introduttivo alla Monografia, il Prof. Ruvolo sottolinea come “…la dimensione temporale sia uno degli elementi fondanti la cornice della relazione terapeutica e che le sue declinazioni nella vita collettiva contemporanea risultino incongruenti se non addirittura da ostacolo al tempo della cura”.
Il questionario proposto ai giovani psicoterapeuti di formazione analitica, si informa sul modo in cui essi sperimentano il proprio tempo esistenziale privato, sociale e professionale: sono proprio loro, i Nostri Giovani Colleghi Psicoterapeuti, il termometro sensibile, degli effetti di queste trasformazioni temporali sui dispositivi di cura e di cura del proprio tempo personale: ciò in quanto immersi, direi fin dalla nascita, in queste dimensioni, quindi in grado di fornirci indicazioni dirette dal loro campo di esperienza. Il questionario con l’insieme delle risposte raccolte non interessa per l’aspetto statistico quanto per il suo pregio empatico, contraddistinto com’è da un sincero senso di cura e immedesimazione verso i quesiti e difficoltà esperite dai Colleghi.
Per brevità, rimandando ad una lettura completa della Monografia, elenco qui di seguito solo alcuni cambiamenti osservabili nella “Domanda Psicoterapica” che mostrano un nesso con la questione Tempo.
-Tempi di cura brevi
-Ritmi delle sedute variabili
-Formulazioni di ‘etichette diagnostiche’ e/o tendenza alla autodiagnosi
-Setting a distanza’.
Se Freud nel 1929, nel “Disagio della civiltà”, affermava “ci lodano ma non sanno che gli stiamo portando la peste’ (la sua riflessione faceva riferimento alla scoperta dell’inconscio e alle forze resistenziali generate dal perturbante nel corso del trattamento) è possibile ritenere che la dimensione resistenziale tenda oggi a configurarsi già a monte del trattamento, nella domanda di cura, con riferimento alla intimità relazionale e al lavoro di introspezione.
Sembra che il “Tempo analitico” appaia così ‘atipico’ e inusuale nella dimensione contemporanea da mobilizzare precoce ambivalenza se non addirittura un rifiuto palese, attivando richieste di aiuto in cui i pazienti vogliono orientare se non controllarne ritmo e durata. Se esistono difficoltà oggettive al trattamento, note e ben esplorate, come sostenibilità economica del metodo e maggiore mobilità esistenziale (di cui l’Istituzione Analitica deve occuparsi, salvaguardando gli elementi strutturali del proprio metodo ma anche una sua realistica praticabilità), sembra intravedersi in filigrana una “diffidenza” rispetto al Legame in quanto tale, di cui non a caso il Tempo è categoria fondante: il nostro lavoro fondandosi sulla pensabilità non può – ciò va riaffermato con decisione e passione – eludere il Tempo.
Basti pensare quanto sia permeata tutta l’opera di Bion dal rapporto fra Tempo e Pensiero. In particolare, in “Trasformations” (1965) egli esplora in maniera approfondita le correlazioni esistenti fra pensiero, trasformazioni e tempo. Il pensiero nasce infatti in relazione ad un’esperienza di mancanza, chiede apparati di contenimento (funzione di rêverie, funzione alfa) e produce significati attraverso una sua evoluzione e trasformazione nel Tempo: esso è uno dei garanti all’interno della relazione terapeutica, di una possibile evoluzione trasformativa e di sostegno ai processi di soggettivazione! Ecco che giovani psicoterapeuti di area analitica si trovano ingaggiati in un conflitto fra desiderio di applicare il metodo analitico (che già nelle sue varie ramificazioni attuali non appare scevro da diluizioni che interrogano sulla loro stessa valenza analitica) e la frustrazione per domande terapeutiche in cui appare iscritto il disordine temporale.
Un’ulteriore criticità attiene ad un’eccessiva diffusione del modello online che modifica anche la dimensione spaziale tradizionale del setting: se tempo e spazio, categorie strutturali del metodo vengono ‘disordinate’ risulta più arduo garantire un assetto di stampo psicoanalitico.
La diffusione esponenziale delle note piattaforme di aiuto psicologico online è l’evidente espressione della rapace capacità del mercato neoliberista di intercettare il bisogno psicologico conseguente all’epidemia Covid e il vuoto istituzionale dell’assistenza pubblica (c’è veramente poco di filantropico in questi scenari!).
Ma il ‘mercato psicologico’ ha anche fatto leva con forza seduttiva, su un’ampia fascia di giovani psicoterapeuti immersi nella angoscia di una precarietà professionale (a guardar bene quali siano le oggettive prospettive del mercato del lavoro psicologico, il numero di iscritti alle Facoltà di Psicologia appare anche come un sintomo!). Lo smart- working psicologico produce infatti immediati vantaggi reali: un accesso più rapido ed esteso alla attività clinica grazie al ‘generoso’ reclutamento di pazienti da parte dei gestori della piattaforma, una riduzione dei costi per locazione di studi professionali, una duttilità nella gestione di orari di consultazione clinica e anche una maggiore sostenibilità dei costi dei propri percorsi formativi.
Difficile sottrarsi allora a queste dimensioni vantaggiose!
Esiste quindi un’area di collusione fra pazienti e terapeuti che finisce con alimentare le difficoltà descritte e a cui occorre in qualche modo sottrarsi, occorre fare ordine per non cadere in una miopia professionale caratterizzata da facilitazioni pragmatiche nel breve termine ma al contempo, su onda lunga, da diluizione del metodo e della identità terapeutica psicodinamica.
Non può sorprenderci la continua comparsa di ‘modelli psicoterapici’ adattati alle trasformazioni temporali attuali: essi mostrano ‘appeal’ maggiore per i pazienti proprio per “l’agilità” proposta: pur trattandosi di tecniche idonee a specifiche aree cliniche del disagio, sembrano per le ragioni sovraesposte, bypassare le categorie del setting e della pensabilità.
Ma non finisce qui: la questione concerne anche quei giovani psicologi che, spinti da una scelta pragmatica più che vocazionale ritengono le scuole di area analitica, con i loro parametri – fra cui di certo quelli temporali – meno attrattive.
Ma torniamo ai Nostri giovani Colleghi con formazione psicodinamica. Quanta fatica, quanti ostacoli, quanta precarietà li attraversa! Ciò però non può esimere da alcune considerazioni.
Occorre ricordarsi che la Psicoanalisi è anche frustrazione (essa è generatore originario del pensiero) e che una capacità di sostenerla, insieme a tenacia, passione (viene da patire) e perseveranza rappresentano strumenti di bordo indispensabili. Ma queste risorse sono o no collegate strettamente alla dimensione temporale? Sono questi gli elementi di uno sguardo lungimirante, di una ‘vista lunga’ a cui occorre fare riferimento.
C’è quindi uno specifico della dimensione psicodinamica del nostro lavoro che non può essere elusa: occorre mantenere la barra del timone a dritta reggendo il faticoso impegno temporale ed emotivo della formazione e del lavoro clinico psicodinamico, revisionare e mettere sotto lente d’ingrandimento il senso delle pratiche ‘necessariamente’ adottate, ripristinare una contrattualità terapeutica con corrette coordinate di base per non scadere verso contrattualità ‘sindacali’ fra paziente e terapeuta.
La cornice che ci circonda ci rende sempre più ‘riserve indiane’ o ‘oasi’: a rischio di estinzione se non vengono salvaguardati valori identitari e del metodo. Occorre difendere il tempo dei processi trasformativi analitici, le ‘trasformazioni silenziose’, di cui parla il filosofo francese Jullien a cui fa riferimento nella Monografia il Prof. Profita.
Anche il tema dell’autodiagnosi o della richiesta precoce di una sua definizione appare correlata alla questione Tempo: in contraddizione con il modello “dia-gnostico” dinamico si avvicina a quello categoriale psichiatrico, utile sul piano epidemiologico e per la politica sanitaria, ma con rischi di reificazione della soggettività e della dimensione relazionale.
In realtà, dietro queste tipo di richieste si coglie una dimensione abortiva della domanda terapeutica, una nebulosa che cela talora disperati “s.o.s.”, o che, schermati dal web, consentono un contatto voyeuristico su timori e dubbi sulla propria condizione psicologica: denominarla o escluderla, esaurisce l’incontro, con alto tasso di drop- out dopo poche sedute.
Infine, solo qualche consiglio pragmatico che rilanci a nuove riflessioni: Proteggere il più possibile il setting classico: integrarlo solo se necessario per le motivazioni sopra descritte – ma mai sostituirlo! – con quello da remoto. Dedicare supervisioni alle differenze dei setting con relativi vantaggi e controindicazioni.
In considerazione della frequente ambiguità della domanda formulata online, approcciare tali richieste, anche esplicitandolo, come un ‘counseling’, risolvibile quindi in poche sedute con un lavoro di restituzione che si orienti più sulla chiarificazione dei problemi, limitando dimensioni interpretative: solo a seguire, se tale dimensione produce una definizione più chiara e motivata della domanda, aprire ad una contrattualità terapeutica vagliando sempre la sussistenza dei parametri tecnici di un assetto analitico.
Non prendere in carico, per esigenze economiche, un numero di pazienti superiori al minimo richiesto dalle piattaforme, senza tutoraggi adeguati e supervisioni strutturate, esponendosi così ad un lavoro senza adeguate reti di protezione e di salvaguardia reciproca di pazienti e terapeuti.
- Un silenzioso inganno: i Cavalli di Troia della contemporaneità
Quanto fin qui descritto ha delineato come la tecnocrazia e il suo “regno informatico”, siano in grado di influenzare i ritmi del nostro tempo, le nostre capacità narrative, di coartare i processi di storicizzazione dell’esistenza, di produrre una cultura dell’urgenza.
Questo processo trasformativo, legato all’intensità delle accelerazioni sociali, si è reso manifesto in un lasso di tempo molto breve – circa trent’anni – a paragone di altri osservati in epoche precedenti; ciò ha ostacolato interpretazioni sincroniche della rilevanza dei fenomeni e dei loro ambiti di ricaduta. In un primo momento si è prodotto un effetto ‘incantamento’ verso le potenzialità veicolate dalle protesi tecnologiche; solo in un secondo tempo, grazie all’analisi di acuti osservatori e pensatori della contemporaneità, letture critiche hanno allertato sulle possibili derive involutive, stemperando diacronicamente l’euforia per questa ‘sbornia digitale’. La fascinazione seduttiva esercitata, soprattutto sulle generazioni native digitali, immerse in un “humus temporale veloce” già dato, senza confronti con modelli o esperienze alternative, ha strutturato un progressivo e inarrestabile processo di dipendenza. Questo a sua volta è stato sfruttato dai modelli vigenti per ‘infiltrare’ ulteriori funzioni atte a perpetuarla e ad esercitare un controllo sempre più stringente su diverse aree della vita privata (desideri, bisogni, salute), con andamento a spirale, invadente e autorigenerantesi.
Il sociologo tedesco Hartmut Rosa non esita a parlare di un “totalitarismo silenzioso” esercitato dalle imponenti accelerazioni sociali indotte dal “regime informatico”; esso sono in grado di esercitare pressioni sulla volontà e azioni dei soggetti, è impossibile sfuggirgli, è onnipervasivo esercitando la sua influenza su tutti gli aspetti della vita sociale, è difficile criticarlo ed impossibile combatterlo!
Dipendenza e controllo si configurano come i pesanti dazi da pagare ai servigi del digitale, che conquistano, in maniera una subdola e progressiva ‘territori interni’ della soggettività, fino ad una silente invasione. Da questo vertice di osservazione è possibile considerarli come i “Nuovi Cavalli di Troia”, latori di molte promesse ma al contempo in grado di attaccare dall’interno aspetti della autonomia: ricordiamo l’avvertenza di Laooconte: “Timeo Danaos et dona ferentes”, “Temo i Greci anche quando portano doni”!
Benasayag per evidenziare il grado di pervasività a cui può giungere il sistema, rievoca in veste metaforica, il famoso sistema panottico a cui fa riferimento Foucault nel suo saggio “Sorvegliare e punire”: “Nelle culture occidentalizzate, fino a che la norma resta esterna agli individui, la rivolta rimane possibile. Essa emerge e si dispiega a partire dagli angoli ciechi che sfuggono alla sorveglianza della torre di controllo. Una volta che i dispositivi di controllo sono penetrati nella mente di ognuno, i secondini, le videocamere e i muri non sono più necessari. Non si chiede alla fine niente altro al prigioniero: dimostrare attraverso il suo comportamento la sua adesione alla norma”.
L’ambiguità risiede nella sensazione illusoria generata dal sistema: le ‘implementazioni operative’ – per lo più di ordine cognitivo – offerte all’individuo lo rendono solo in apparenza più libero nell’esercizio del proprio percorso di autodeterminazione e potenziamento competitivo; parallelamente, con modalità simili a quelle dei ‘virus’, si instaura un lento processo di penetrazione e diffusione all’interno dei funzionamenti molecolari della psicologia individuale e come Giano bifronte, l’individuo fatica ad integrare lo sguardo sulle coesistenti fattezze del “seducente alleato” e del ‘subdolo nemico’.
L’individuo-monade, costretto a far da sé, diviene così al contempo servo e padrone della propria realizzazione, come ricorda Han, sfruttando sovente le proprie risorse interiori in un’estenuante e mai sufficiente realizzazione e appagamento del Sé. È questa la strada maestra che alimenta quella che Godani definisce ‘atomizzazione contemporanea dell’individuo’: essa è alla base della fenomenologia psicopatologica della contemporaneità caratterizzata da senso di colpa, senso di isolamento, depressione e dimensione paranoicale dell’esistenza; una tela di ragno che imbriglia l’individuo in una risoluzione solipsistica delle proprie preoccupazioni quotidiane, che lo costringe ad affidarsi solo sé stesso: gli è infatti preclusa “…la possibilità di trovare in un’attività collettiva la soluzione a un problema… l’unica via d’uscita pensabile è di natura individuale…. il cruccio dell’individuo moderno sta proprio nel suo viversi come individuo”.
Che straordinaria convergenza con il recente film di Park Chan Wook
“Non c’è altra scelta”!
E le vie d’uscita assumono allora valenze psicopatologiche dirigendosi verso la colpa depressiva (non sono in grado di raggiungere gli obiettivi che mi prefiggo nella mia solitudine), il ritiro sociale totale tipo Hikikomori o parziale nelle forme variegate di fobia sociale (rinuncio, alzo bandiera bianca) e nella paranoia (nemici intangibili ostacolano la mia realizzazione).
- Contromisure
Questa terza parte descrive le attuali contromisure alla “disritmia temporale”. Si rintracciano quindi due direzioni prevalenti. La prima, per via diretta, propone contromisure orientate ad una ‘ecologia’ del tempo. La seconda si interroga sui possibili cambiamenti degli attuali paradigmi della contemporaneità nel loro complesso: il Tempo potrà in questo caso trarne benefici indirettamente come altre categorie dell’esistenza, solo all’interno di una loro rivisitazione globale.
- Decelerazioni Temporali
Usufruiamo di una estesa produzione filosofica, sociologica, scientifica e artistica che dispensa consigli e promuove pratiche in favore di una decelerazione esistenziale, di una ricerca – che Proust mi perdoni – di un Tempo in via d’estinzione.
A rigore anche le manifestazioni psicopatologiche come la depressione e il burn-out vi rientrano, ma risulta evidente come queste siano espressione di un processo disfunzionale, di scacco, prodotto dalla pressione interna esercitata dalla intensità delle accelerazioni sociali: l’individuo, sopraffatto fra sentimenti di inadeguatezza, sfiancamento e colpa, si ritira dalla competizione sociale in forme di “timismo” deflesso.
Raggruppo invece le forme più funzionali di decelerazione in tre classi principali: le “nicchie”, le “riserve” e le “oasi” temporali. Nel primo caso mi riferisco a luoghi o modelli culturali ancor oggi non ‘inquinati’ dalla “surmodernità”: aree geograficamente ai margini del mondo moderno, gruppi autoescludentesi dal sociale; in senso stretto non sono quindi aree di effettiva decelerazione, quanto dimensioni affrancate dalle accelerazioni della modernità. Le “riserve” invece, si configurano come aree di resistenza ideologica di alcune minoranze sociali che, in modo più o meno radicale, esprimono un’opposizione intenzionale alle norme regolatrici dei sistemi sociali e politici vigenti. Esse, cercando di sottrarsi alla loro influenza, promuovono proprie griglie di riferimento temporali ed esistenziali, ma appaiono per lo più autoreferenziali, disinteressate ad espandersi culturalmente e di generare sostanziali cambiamenti di rotta su ampia scala e quindi tollerate e ben riassorbite dalle regole del sistema. Infine, le “oasi”: questo termine ben si addice a quelle forme di decelerazione intenzionali, soggettive o gruppali, che rappresentano sorgenti d’aria, limitate e transitorie, protettive dall’asfissia ritmica vigente. Un po’ come le vere “oasi” del deserto, ristorano in modo transitorio l’individuo, consentendogli la ripresa del cammino, di ‘surfare’ l’onda delle accelerazioni per non rimanerne sommersi. Sono anch’esse funzionali al sistema che, al pari del secondino “invisibile” e “panottico” a cui ci si riferiva in precedenza, concede “ore d’arie” ai propri detenuti. Ne sono espressione vari ‘movimenti slow” in ambito alimentare, artistico, tecnico, o anche di importazione orientale – come la meditazione, il Tai-chi e lo yoga.
Un’ulteriore suggestione ce la fornisce Han con la sua riflessione sul “Tempo Solenne”: “…abbiamo bisogno di una nuova forma di vita…dalla quale derivi un tempo altro… che ci salvi dall’impasse…la decelerazione, da sola non produce tempo solenne… esso è sparito completamente in favore del tempo di lavoro, che diviene totale. Persino la pausa fa parte del tempo di lavoro: essa serve a ristorarci dal lavoro, a permetterci di continuare a funzionare. Ma cosa intende il filosofo coreano con l’idea di “Tempo Solenne”? È un tempo che fa coincidere con quello della Festa: “…viviamo in un tempo senza Festa… la Festa e la sua celebrazione gli conferiscono nuova linfa e realizza un momento di intensità della vita, non è più un tempo fatto di momenti transitori e fugaci, in esso non trascorre nulla, in un certo senso è intramontabile… Esso ci connette al divino”. Si potrebbe contestare al filosofo coreano che anche il momento della Festa rappresenti solo un ulteriore possibile spazio “oasi”, un diversivo non dissimile quindi dai precedenti ma la sua accezione le conferisce aspetti qualitativi nuovi: la Festa è celebrazione e rito e in quanto tale, coniuga il senso della pausa e “Tempo Pieno”, ora dotato di spessore, narrativo e storicizzato.
Si tratta, ben inteso, di approcci e soluzioni tutte meritevoli e sensibilizzanti, forme di contro cultura che tengono viva l’attenzione sulle direzioni improprie della tarda modernità, ma non si può nasconderne la natura difensiva e scarsamente trasformativa. La forza dei modelli socioeconomici vigenti ne accettano la loro esistenza, per certi versi le risultano addirittura congeniali, per camuffare con un velo di relativismo la propria egemonia: in pratica non intaccano il sistema che li assimila e se necessario li piega alle logiche della produttività e del profitto.
Seguendo l’ampia riflessione di Benasayag, sui paradigmi attuali del mondo contemporaneo occidentale, possiamo inserire i rimedi descritti nell’ampio capitolo del presunto “sviluppo sostenibile”: nuovi modus vivendi con l’ambiente che però mantengono le coordinate di base dello sfruttamento delle risorse, quindi anche del Tempo, senza mai rimettere in questione né le strutture del potere, né l’idea di una crescita infinita.
- Contromisure ai dispositivi della contemporaneità
Questo secondo filone di studi e di ricerca porge l’attenzione ai macrosistemi, alla complessità del mondo contemporaneo, ai suoi modelli di funzionamento e prova ad individuare ‘strategie’ alternative. È un percorso che solo apparentemente ci allontana dal tema originario, poiché il nostro microcosmo individuale è indissolubilmente collegato al macrocosmo sociale proprio attraverso le nostre strutture temporali.
Prima di descrivere tali contromisure, preme rilevare tre forme di ostacolo prevalenti che rendono arduo lo svincolo dalle dinamiche contemporanee.
La prima è la dimensione “Liquida” – per dirla con Bauman – mutevole e sfuggente delle forze da contrastare. Il sociologo tedesco, acuto e profetico osservatore, nella sua ampia riflessione sulla Modernità Liquida dedica6, un capitolo specifico alla “Paura Liquida”: più che identificabile con il concetto originario di paura che prevede un nemico chiaro, identificabile, verso cui è possibile predisporre forme di salvaguardia, per esempio l’attacco o la fuga, la sua variante ‘liquida’
si avvicina ad uno stato d’angoscia latente, pervasiva, indefinita. Il ‘nemico’ e i suoi ‘poteri’ appaiono senza volto, delocalizzati, inafferrabili e smaterializzati dalla ‘rete’: perplessità e disorientamento alimentano la “Paranoia liquida del mondo contemporaneo”.
La seconda forma di ostacolo, parziale conseguenza della prima (chi è il nemico? dov’è il nemico?) determina l’impossibilità dello scontro frontale: almeno alle nostre latitudini non sussistono più le prerogative per sovvertimenti di lotta reazionaria e di lotta collettiva; le radici di questo cambiamento sono complesse, non qui ripercorribili, ma il crollo delle ideologie e del relativo senso di appartenenza ne sono ingredienti certi.
Evoco spesso al riguardo il ‘refrain’ di un brano di George Brassens: “Morire per delle idee, l’idea è eccellente, io ho rischiato di morire per non averla avuta!”
La terza forma è rappresentata dallo smantellamento progressivo dei ‘garanti metasociali’ e di conseguenza ‘metapsichici’, di cui ci ha parlato con rara profondità Renè Kaës che proprio in questi giorni ci ha lasciato. Tale erosione, pregiudicando la sussistenza di coordinate collettive di riferimento – ora ridotte ad aggregazioni effimere ed instabili – anemizza la principale forza motrice idonea a trasformazioni efficaci: il Gruppo.
L’individuo ‘atomizzato’ di Godani vaga disorientato in cerca di appigli e coordinate che per lo più si declinano in senso solipsistico. E allora, che direzioni intraprendere in questo ginepraio di ostacoli? Una prima ipotesi la formula Jullien, con la sua teoria “Riaprire dei possibili” fondata sullo strumento della “de-coincidenza”. Con questo concetto il sinologo francese invoca la necessità di “scartare”, cioè di recuperare, non solo metaforicamente, una possibilità di sfalsamento e distanziamento da ciò che è già dato, fatto o pensato: provare ad “incrinare” le situazioni pietrificate dell’esistenza, al fine di uscire da un presente immobile, sterile, e poter restituire un senso dell’avvenire. Non è un manifesto ideologico, tutt’altro, piuttosto un criterio “operativo” che riapre uno spazio vitale di dispiegamento e apertura in tanti ambiti della nostra esperienza: egli la considera un’arte proprio perché è l’Arte, il luogo principe di molte forme di de-coincidenza. È una teorizzazione che conferisce una valenza attiva all’operare, non tanto attraverso forme di sovvertimento, bensì attraverso la capacità di intravedere nelle incrinature, nelle pieghe del sistema, spazi idonei per attivare nuove potenzialità vitali, “de-coincidendo” per l’appunto da schemi e regole note e imposte. Essa si distanzia anche dal tentativo di appellarsi, ancora oggi, al paradigma salvifico della speranza.
Benasayag al riguardo scrive: “Spinoza vedeva in essa una passione triste che ci lascia nell’attesa e nel timore di ciò che accadrà domani… essa… ci pone di fronte a un al di là delle nostre situazioni guardando verso un esterno che ci condanna a subire… l’unica speranza che non sia una delusione assicurata sia quella che si presenta nell’evidenza dell’immanenza di ogni situazione. Il filosofo e analista argentino teme questa delega alla speranza che considera illusoria e rilancia la via della “potenza immediata e concreta del soggetto in situazione”. Anche Godani prende le distanze dall’approccio fideistico alla Speranza; egli formula un’idea prossima all’ossimoro, parlandoci di un “ottimismo disperato”: “la sfida che non dovremmo farci sfuggire è di assumerci di vivere nella fine del mondo (riferendosi alla teoria di De Martino) in modo da neutralizzare la dilazione fideistica e mortifera che la speranza porta con sé… e di conseguenza… Assumere che non c’è altro mondo che questo, senza alcuna trascendenza che possa condurlo al di là di sé e che proprio qui, proprio ora, si danno le condizioni per una vita comune… con la fine della speranza – continua Godani
– ci troviamo in un primo momento, nella più pura oscurità. Me se diamo agio ai nostri occhi di abituarsi alla nuova situazione, iniziamo a percepire che non è solo assenza di luce quella che ci circonda… si riesce così a far cadere lo sguardo sul mondo così com’è”… e liberare una nuova forma di energia nel nostro agire che consenta un senso intimo di riappropriazione di ciò che è “comune”.
Sembra emergere da queste riflessioni, una nuova possibile forma di tessitura che come trama e ordito, sostituiscano attesa e speranza, che finirebbero col perpetuare il complesso di Penelope producendo una stasi, con azione e presente: “Agire nel presente e in situazione affrancati da narrazioni salvifiche e ideologie sostitutive”: in essa si delinea la visione di diversi pensatori della contemporaneità. È un pensiero che a tratti, per la sua rinuncia alla speranza può apparire disperato ma in esso risiede il nocciolo duro della fiducia nel soggetto: si rivolge a tutti quegli individui che malgrado ‘atomizzati’ dai dispositivi sociali della modernità, siano in grado di leggere in filigrana questa realtà e che si ribellino “…alla riduzione di ogni senso a mero stato individuale e all’idea che questa sia l’unica e ultima parola della storia; a partire da questi presupposti è possibile per l’individuo liberare una nuova potenza dell’agire… una capacità di liberare in ogni avvenimento, in ogni situazione dell’esistenza, in ogni momento del tempo, ciò che vi è in essi di sottratto all’ignominia e alla distruzione….questa costituisce l’unica condizione per resistere al disastro e trovare una via di scampo”.
Che sintonia con il pensiero di Benasayag quando afferma che la nuova forma di resistenza parte “…da un desiderio particolare per condurre un impegno situazionale che non invoca redenzione finale né avvento di una nuova alba… agire ed assumere rischi in progetti che non contano sulla promessa di una soluzione definitiva a tuti i mali dell’umanità…”. È sostanziale il passaggio da “essere” ad “esserci”: questo può essere il telaio su cui riprendere la tessitura gruppale e “…l’affermazione di una molteplicità comune… solo l’attualità piena di una vita non isolata può forse costituire la condizione per una politica comune”.
E allora “…che ognuno porti un pezzo di tessuto, un nastro, una sciarpa, un avanzo di stoffa su cui ricamare, scrivere, dipingere un simbolo di pace”., così recita il progetto “Tessere la Pace – Custodire il futuro – Carta dell’impegno per un mondo disarmato (Comitato 10-100-1000 piazze – Donne per la pace)”: una grande installazione tessile collettiva, un grande arazzo di pace che approderà in tante piazze italiane, fra cui Gibellina – Capitale italiana del 2026 per l’Arte contemporanea”.
Il nostro sguardo binoculare, oggi come non mai, ci richiama a forme di impegno secondo l’idea a noi cara che “…l’individuo non è altro che la privazione del suo essere comune”.
- Tempo e Arte – Timeline
Questa appendice dedicata all’Arte è indirizzata ai più curiosi fra Voi che vorranno concedersi alcuni momenti del proprio tempo ad una visione o ascolto di opere e performances che contengono un richiamo al tema della temporalità. Alcune di queste produzioni artistiche, per il periodo in cui sono state concepite, assumono carattere anticipatorio di fenomeni che di lì a poco sarebbero risultati ben evidenti. Altre hanno avuto l’intento di mobilizzare la sensibilità e attenzione verso i temi della accelerazione del mondo contemporaneo talora anche con intento di denuncia, opposizione e resistenza civile. Una parte di esse infine rientra nei percorsi artistici di avanguardia, di ricerca e sperimentazione. Qualunque siano gli intenti, queste espressioni creative arricchiscono attraverso il codice sensoriale la gamma di riflessioni sul nostro tempo. Qui di seguito allega un sintetico ma significativo elenco di Artisti appartenenti ad ambiti creativi differenti.
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